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Il Prof. Alberto Brandani presenta: “La ballata della Città Eterna” di Luca Di Fulvio

15 Feb
15 Febbraio 2021

Pubblicato su “La Freccia”, febbraio 2021

Un placido accento romanesco srotola la scena: da piccolo, in un paese vicino a Novara, di sera la nonna radunava intorno al focolare tutta la famiglia e cominciava a raccontare storie avvincenti, spesso inventate sul momento. Si emozionava talmente da restare a bocca aperta e desiderare di saper raccontare anche lui storie che «ti tiravano dentro con tutte le scarpe».
Chiedo a Luca Di Fulvio: «Ma perché ambientare questo romanzo nel Risorgimento?». Un periodo che non suscita molta curiosità. «Una sfida», confessa. Proprio come succede quando ci si intrufola nel backstage di un film, arriviamo al primo segreto da narratore: nascono prima i personaggi e dopo la trama: «Sono proprio loro che comandano, non la storia», come se camminassero tracciando linee ben definite dal loro carattere, dalle passioni, come se sfuggissero alla penna e avessero una vita propria. «Inutile assegnare scene: il personaggio non le farà se non è nella sua natura».
Questo romanzo storico d’avventura, ambientato nel 1870, inizia e si snoda qualche mese prima della presa di Porta Pia, dal Nord a Roma, nello Stato Pontificio, dove tutti i protagonisti intrecciano i loro destini e iniziano a tessere la trama. Ecco la contessa Silvia di Boccamara, che di contessa ha solo il titolo. Lei che, dopo la morte del marito, per sfuggire ai creditori, scappa dalla sua villa di campagna in Piemonte e raggiunge le porte di Roma nelle vesti di una donna del popolo. Portando con sé Pietro, un sedicenne preso in un orfanotrofio, il “figlio” che aveva sempre voluto e che a Roma, tra mille vicissitudini, troverà la sua passione e anche l’amore.
A Roma, infatti, arriva anche la giovane Marta, scampata a una terribile fine grazie a Melo, un ex cavallerizzo del circo. Anche se in maniera contraddittoria, lo considera come un padre e, spinta proprio da lui, sosterrà fin dall’inizio la causa dei rivoluzionari per l’Italia libera.
È un romanzo corale, in cui ogni ceto sociale del periodo è rappresentato: abbiamo Ludovico, un giovane della Roma nobile che farà la sua parte, così come l’Albanese, assassino, truffatore, un “malacarne” senza pietà, il cattivo dei cattivi. E poi Leone Pompei, ufficiale giudiziario del papato, psicopatico e vile. Henry, il nano del circo, che vivrà finalmente il suo momento di gloria. E l’ufficiale francese che amerà in segreto gli ideali di libertà dei “nemici italiani”. Ciascuno dei protagonisti inizia il suo personale viaggio, nella consapevolezza del cambiamento non solo politico e storico, dopo l’annessione di Roma al Regno d’Italia, ma anche del proprio percorso di crescita e di scoperta personale, di odio e di amore.
Sullo sfondo compaiono anche personaggi realmente esistiti, come Giacomo Segre, il capitano al comando della quinta batteria del nono reggimento di artiglieria che sparò il primo colpo di cannone per aprire la Breccia nelle Mura aureliane; e un giovane Edmondo De Amicis, nelle vesti di giornalista militare mentre fa da cronista, non proprio obiettivo, durante la presa di Roma.
Ed ecco un altro segreto del mestiere: far salire la suspense su più livelli, focalizzando ora un pericoloso evento, ora uno sguardo e un incontro misterioso tra i personaggi, ora instillando dubbi e sviscerando misteri nelle loro vite. Creando forti aspettative nel lettore, anche nei confronti dei diversi antagonisti, da quelli terribilmente perfidi ai più ingenui. La mente proietta il film, le scene scorrono come sul grande schermo. E proprio Roma, la città dell’autore, s’innalza sopra la storia e diventa la vera protagonista. Putrida e affascinante, densa di passato, di palazzi e chiese, trucidamente misera e violenta, eppure magica e carismatica come una donna sensuale ma crudele.

Ci pare utile e simpatico da questo numero segnalare lo â€œScaffale dei ragazzi”, rubrica curata dalla Dott.ssa Claudia CichettiQui trovate il link.

Un assaggio di lettura


Lo Scaffale della Freccia 

Lo scaffale ragazzi

Il Prof. Alberto Brandani presenta: “A riveder le stelle” di Aldo Cazzullo

11 Dic
11 Dicembre 2020

Pubblicato su “La Freccia”, dicembre 2020

Nei circoli letterari si sussurra che Aldo Cazzullo conosca a memoria la Divina Commedia, imparata con i ferrei insegnamenti di un tempo. Di certo c’è che il nostro autore Dante ce l’ha nel cuore e lo racconta con una vena didattica, soffermandosi sulla cantica più conosciuta al mondo: l’Inferno. Ci avvicina a versi e personaggi entrati nell’immaginario di tutte le genti. Grandi letterati si sono accostati in modo profondo alla Commedia: dalle splendide pagine di Francesco De Sanctis alle raffinate intuizioni di Attilio Momigliano (citato anche da Jorge Luis Borges), alla lectio magistralis di Eugenio Montale che spiegò come il Dante poeta e l’artista fossero una cosa sola. Ma a mio sommesso parere il dantista per eccellenza del ‘900 è stato Natalino Sapegno, non solo perché in una celeberrima lettera sostenne che «la letteratura, non so se purtroppo o per nostra fortuna, è diventata in qualche modo la forma di tutta la nostra vita», ma anche perché la sua compenetrazione della Divina Commedia lascia sbalorditi. «Delle tre cantiche, l’Inferno è la più varia, la più mossa, la più drammatica e ricca di umanità. È il regno delle passioni intense e profonde; delle grandi figure emergenti su uno sfondo di tenebre e disperazione, ancora tutte avvinte agli affetti e alle cupidigie terrene, pronte a lasciarsi trasportare dai ricordi, a rivivere come presente il dramma della loro vita […]; e dietro di essi le folle dei peccatori, le figure dei demoni a mezzo tra l’umano e il simbolico, i personaggi della mitologia classica richiamati a nuova vita poetica, gli aspetti aspri e deformi, desolati e sconvolti del paesaggio, la tragicità ora terribile ora grottesca ora ripugnante delle pene […]» (Natalino Sapegno, Disegno storico della letteratura italiana). Ma torniamo a Cazzullo. Splendida l’intuizione: la nostra Patria nasce con Dante. Non dalla politica o dalle guerre, ma dalla cultura e dagli affreschi, da Petrarca e Giotto, dalla lingua forgiata dal Sommo Poeta. La lingua, la bellezza, la cultura, la letteratura e la filosofia, le arti e i mestieri, la ferocia, gli amori, i tradimenti e il doloroso esilio, tutto Dante provò.
E come non ricordare Paolo e Francesca, da cui nascono versi che ci fanno assaporare l’impeto dell’innamoramento e della passione e la crudeltà della vendetta che si abbatte sui due amanti? Francesca è il primo caso narrato di femminicidio. E Dante diventa, forse, il primo femminista della storia: ricordiamo che siamo nel Medioevo, secoli bui in cui se la vita degli uomini contava poco, quella delle donne era pari a zero e si discuteva addirittura se avessero un’anima o meno.
Invece Dante scrive che è solo grazie alla donna se la specie umana supera qualsiasi cosa terrena, perché la donna è il capolavoro di Dio.
Per Dante la Commedia è anche una denuncia: i traditori, gli avidi, gli assassini vengono posti, con nome e cognome, nei gironi infernali, talvolta senza pietà, talvolta alleviando loro la pena. Ma è anche un atto d’amore verso il “bel Paese”, verso la sua città e la vita. In quasi due secoli qualche critico ha definito Dante fazioso, irascibile, vendicativo, incattivito. In particolare Niccolò Machiavelli sosteneva che l’Alighieri non avesse sopportato l’ingiusta condanna e l’ingiuria dell’esilio. Un giudizio ingeneroso, perché la verità è che Dante, e qui sta l’eterna giovinezza della sua opera, è duro e severo con tutti e in primis con se stesso. Ricordiamoci che Ulisse è Dante e Ulisse ci sprona: «Fatti non foste a viver come bruti/ma per seguir virtute e canoscenza».
Nell’eterna ricerca di queste stelle cardinali sta l’universalità senza tempo della Divina Commedia e l’auspicio per ciascun Ulisse moderno che possa, dopo le peripezie di una vita, tornare «a riveder le stelle».

Aldo Cazzullo, A riveder le stelle, Mondadori, pp. 288, €18

Un assaggio di lettura

Lo Scaffale della Freccia

Il Prof. Alberto Brandani presenta: “Nella terra dei lupi” di Joe Wilkins

11 Nov
11 Novembre 2020

Pubblicato su “La Freccia”, novembre 2020

Joe Wilkins, Nella terra dei lupi, Neri Pozza, pp. 304, €18
Joe Wilkins, Nella terra dei lupi, Neri Pozza, pp. 304, €18

Ecco un Montana odierno, secondo Joe Wilkins: una “terra di lupi” in cui, però, le bestie non sono certo loro.

Una terra dura e selvaggia, dalla valle di Yellowstone alla catena delle Bull Mountains, in cui gli abitanti fanno fatica a sopravvivere. Per il clima, l’analfabetismo, la disoccupazione e la miseria, a cui spesso fa eco una brutalità inaudita. Wendell, il protagonista, è un ventiquattrenne che vive da solo, perché suo padre è fuggito sulle montagne per sottrarsi all’arresto per l’omicidio di una guardia forestale.

«Stasera a est il cielo è blu come gli occhi di tua madre», diceva. «Da un lato c’è questo blu che va verso la notte. Dall’altro le montagne lontane, rosse e oro nel sole che scende. Lo sapevi che tra il rosso e l’oro c’è una scatola di colori?».

Wendell è un giovane straordinariamente equilibrato, anche se vive in questo contesto di miseria, violenza e ossessione per le tradizioni. Gli viene affidato il figlio di sua cugina, un bambino di sette anni con un grave deficit cognitivo. Tra i due nasce un legame profondo, che commuove nell’intimo.

Gillian, l’antagonista, è vicepreside della scuola che si occupa degli allievi in difficoltà. Inevitabilmente, inizia a gravitare intorno a Wendell, malgrado il tragico legame che congiunge e oppone le rispettive famiglie.

Wilkins modella i suoi personaggi con brevi tratti di pennello, come un impressionista, e li inserisce in uno straordinario paesaggio che descrive con maestria: «Lungo un sentiero che costeggiava un groviglio di prugnoli, un varco tra i pioppi e i salici incorniciava un’ansa del fiume, con le sue rapide poco profonde, su un letto di ghiaia. Oltre il fiume, la foresta s’infittiva e si innalzavano le Bull, bitorzolute, scoscese e frastagliate e la punta più vicina era ammantata dal verde azzurrognolo dei cedri».

Un territorio selvaggio e ostile che, al pari di quasi tutta la provincia rurale americana, considera un diritto sacrosanto del cittadino armarsi e uccidere la fauna selvatica, anche se proibito. Uno dei protagonisti ha addirittura ucciso un lupo: «A proposito di lupi. Se ne sente sempre parlare al notiziario, ma chi ne aveva mai visto uno? Io no, almeno fino ad allora. Ti assicuro che il lupo è un vero spettacolo […] ma quel lupo era sulla mia terra. Quella lupa era venuta a divorarmi un pezzo di cuore». Uccidere quell’animale diventa qui affermazione di libertà individuale.

Il romanzo ha un’intensità struggente che si dipana tra i protagonisti, costretti ad affrontare troppi disagi, a cercare di risollevarsi da soli e a espiare le colpe dei padri. Qualunque sia il destino di questi personaggi, ognuno di loro, a partire dal padre di Wendell, troverà conforto nella bellezza di quella terra e riuscirà a dare un’impronta lirica, quasi poetica, alle proprie azioni.

Una notazione finale. Gli Stati Uniti sono una nazione relativamente giovane. Non hanno avuto l’Impero romano e neppure il Rinascimento. Generazioni di scrittori hanno vissuto come un naturale anfiteatro l’epopea del West e della natura incontaminata, con le sue leggi tribali e l’eterna lotta per la sopravvivenza.

Il grande cinema americano ha sempre colto questo stato d’animo culturale, da Ombre rosse a Un gelido inverno fino a Revenant. E la letteratura non è stata da meno. Dai classici William Faulkner e John Dos Passos, all’ultima generazione dei Don Winslow e Joe Wilkins.

Per i lettori, insomma, un avviso in bottiglia.

Un assaggio di lettura

Lo Scaffale della Freccia

Diretta streaming della cerimonia di premiazione del Premio Letterario Internazionale Isola d’Elba

12 Set
12 Settembre 2020

La scuola di tutti

26 Mag
26 Maggio 2020

Sperando di fare cosa gradita, pubblichiamo da 

Di Alberto Brandani

La didattica a distanza (DaD) è una risorsa che ha permesso, nell’immediatezza dettata dall’urgenza, di proseguire le lezioni e garantire agli alunni una certa continuità formativa in una situazione nuova, mai provata e decisamente sconcertante. Per i docenti, specialmente quelli un po’ più maturi, è stata anche l’occasione per poter accrescere le proprie competenze informatiche e per avvicinarsi alla realtà quotidiana dei loro alunni.

Tutto sommato, potrebbe essere una soluzione? Un nuovo modello di scuola?

Se a prima vista, e nei primi giorni, l’entusiasmo dettato dalla novità ha portato molti a crederlo, col passare del tempo la dura realtà ha investito tutti, alunni e docenti.

Il vero problema è che la DaD non unisce, ma separa. Invece la scuola in presenza, quella “vera”, avvicina, accomuna. Il docente (mi scrivono Chiara e Adonella, due bravissime che si dedicano interamente ai loro ragazzi) insegna a TUTTI, al figlio dell’avvocato e a quello del fioraio, al rampollo figlio unico e viziato e al quarto figlio di una famiglia monoreddito. Il bagaglio di conoscenze e competenze che offre la scuola in presenza, in cui tutti i docenti insegnano indistintamente a TUTTI, è innegabile e insostituibile, con il plus del rapporto umano ravvicinato, dell’abbraccio, di un gesto di incoraggiamento prima di un compito che dallo schermo di un pc non c’è, non può esserci.

E poi siamo sicuri che questa sia davvero la scuola di TUTTI e per TUTTI?

Al di là delle somme – mai sufficienti, ma lodiamo lo sforzo – stanziate per colmare il divario, non ci si è soffermati abbastanza a esaminare le difficoltà sociali ed economiche delle famiglie alle prese con le richieste di sussidi, la mancanza di lavoro e il dover mettere insieme il pranzo con la cena. In quel caso, la scuola dei figli può essere una priorità? La vedo dura.

A un certo punto, dopo che i vocali di Whatsapp – vera panacea per tutti, perché davvero alla portata di tutti – sono sembrati poco efficaci o poco cool, tutti si sono buttati sulle piattaforme, sulle videolezioni, sugli effetti speciali. Ed ecco, lì ci siamo accorti che mancava Tizio – quello con la mamma stagionale single e l’affitto da pagare – o Caio – straniero con il padre che lavora in nero, due fratellini alla materna e alla primaria e un solo cellulare in tre (ma i giga sono finiti, e chi li paga?) – e Sempronio, che aveva tutti quattro ma «tanto son tutti promossi e a 16 anni smetterà e andrà a lavorare».

Questi ragazzi, e potremmo andare avanti con tanti altri esempi, sono tra le altre vittime della pandemia, quelle nascoste, che non rientrano nelle statistiche, che spariscono nell’oblio di una scuola smaterializzata che ha perso la sua funzione principale: unire, includere, affratellare e spronare a studiare, a impegnarsi, a fare bene, a migliorare sé stessi per conquistarsi un futuro migliore.

Ecco. Quando la DaD è entrata a pieno regime, i docenti si sono accorti che spesso stavano facendo lezione solo ai figli delle classi medio-alte, con pc all’avanguardia, cellullari o tablet supersonici e wi-fi illimitati.

E gli altri? Persi.

Anche il grande prof. Sabatini ci conforta quando scrive: «Si riduce la fisicità dell’insegnamento, che non riguarda solo la gestualità con cui l’insegnante accompagna le spiegazioni, sottolineandone i punti salienti o elevandone le emozioni, ma anche e soprattutto l’abilità manuale guidata fisicamente, che non può essere dimenticata nell’apprendimento della scrittura. Molti sono ormai gli studi che in tempi recenti hanno dimostrato quanto sia importante, per lo sviluppo delle capacità cognitive, conservare, nella scuola primaria, l’apprendimento della scrittura manuale, non disperdendola a favore di quella digitale».

Noi vogliamo aggiungere che vi sono case senza libri, senza spazi e, ahimè, senz’anima. Giorni orsono ho incontrato un anziano professore di Lettere il quale, a proposito della “fisicità” del ruolo, mi raccontava che 40 anni fa, insegnando alle superiori, leggeva in classe tutte le settimane un capitolo de I Promessi Sposi commentandolo, discutendolo e facendone fare poi il riassunto a casa. Ebbene, mi ha riferito che, a distanza di tanto tempo, trova ancora allievi i quali, tra tutti gli insegnamenti ricevuti, ricordano proprio I Promessi Sposi.

L’avranno fatto per compiacere il vecchio insegnante? Qualcuno forse sì, ma chissà, pensiamo piuttosto che sia dovuto alla grandezza delle pagine del Manzoni. Solo, bisognava leggerle.

P.S. A proposito della querelle tra il Ministro della Pubblica istruzione Azzolina e… l’imbuto di Norimberga, che ha fatto la felicità del web e ha prodotto uno dei più esilaranti Caffè di Gramellini (piccolo pensierino mattutino sul Corriere della Sera), vorrei sommessamente ricordare che l’esatta citazione è di Plutarco: «Gli studenti non sono vasi da riempire ma fiaccole da accendere». Come vedete, gli imbuti e altre diavolerie di idraulica non c’entrano nulla. Sbagliare si può tutti, ma insistere… La saggezza dei latini: “Errare humanum est, perseverare autem diabolicum”.

Il Prof. Alberto Brandani presenta: “Il silenzio delle ragazze”, di Pat Barker

08 Mag
8 Maggio 2020

Pubblicato su “La Freccia”, maggio 2020

Quando Limesso, piccola città alleata di Troia, viene distrutta dai greci, Briseide, figlia di un re, viene catturata come tutte le altre donne e consegnata come un trofeo al grande Achille. A 19 anni diventa schiava, concubina, infermiera, pronta a soddisfare ogni desiderio del suo padrone. È lei il premio di guerra di Achille il Pelide, proprio colui che ha letteralmente “macellato” tutta la sua famiglia.
L’epica guerra di Troia è sempre una magnifica storia da leggere, una storia che parla di eroi, semidei, sconfitti, malvagità. E di donne, schiave e regine. Qui, dove tutto comincia con una donna e per una donna, le donne sembrano mute, asservite. «Alle donne si addice il silenzio», si legge nel romanzo di Pat Barker, che si è posta l’obiettivo di raccontarci la guerra di Troia con gli occhi delle schiave.
L’impianto è teatrale, quasi si colgono le quinte di scena che di momento in momento legano la storia. È un manifesto femminista, crudo e violento, una perfetta sceneggiatura per un film di Quentin Tarantino, trucido e splatter, con ossa, budella e topi morti a iosa che vanno avanti per pagine e pagine. Sappiamo bene che le descrizioni di guerra sono tremende anche nei grandi classici, ma pure che le frasi più celebri della letteratura si costruiscono per sottrazione. «La sventurata rispose» di manzoniana memoria non è forse quel che resta dopo che Manzoni ebbe sottratto pagine e pagine? Attraverso il racconto disincantato e verace di Briseide, entriamo nell’accampamento greco dove si aggirano Agamennone, Patroclo e Ulisse. I loro sentimenti, le loro turbe, le passioni. E ci sembrano meno dèi e più semplicemente uomini. Pat Barker ha cercato di dare voce a quei soggetti della storia che mai ne hanno avuta: le donne mute della terribile guerra di Troia, capaci di guardare ogni cosa con altri occhi e altro cuore.
Eppure, riflettendo attentamente, cogliamo che con il tempo ogni confine nell’accampamento acheo è destinato a sfumarsi, ogni separazione sembra sfaldarsi fra chi condivide la stessa condizione umana. La posizione dei guerrieri achei è ben diversa da quella delle schiave troiane, ma alla fine il destino di tutti, uomini e donne, vincitori e sconfitti, è subordinato alla stessa logica violenta e disperata della guerra. È in questo contesto che può nascere e materializzarsi un sentimento affettuoso verso il proprio rapitore o un gesto ospitale verso il più acerrimo nemico. Ed è qui che, al di là delle intenzioni dell’autrice, svettano i tre protagonisti di un romanzo che colpisce al cuore. Di Briseide abbiamo già detto, ma non possiamo dimenticare il grande amore che suscita Patroclo in lei e presso Achille: un bimbo strappato alla sua famiglia per un tragico gioco finito male. E che dire della splendida malinconia di Achille, abbandonato a sette anni dalla madre, che si immerge possente nel mare nella speranza di carpirne qualche frase? Nell’animo dei tre protagonisti, in particolare di Achille e Patroclo, scende un pianto disperato che viene recuperato come visione onirica della vita e balsamo lenitivo delle angosce, delle paure e malinconie di noi comuni mortali. Sono pagine e sensazioni che, per dirla in gergo teatrale, “valgono il biglietto”.

Un assaggio di lettura

Lo scaffale della Freccia

Il Prof. Brandani presenta: “La misura del tempo”, di Gianrico Carofiglio

05 Apr
5 Aprile 2020

Pubblicato su “La Freccia”, aprile 2020

Gianrico Carofiglio, Einaudi, pp. 288, € 18.

Tutte le volte che in tv appare Rosario Fiorello o suo fratello Beppe, la maestra Susanna, a me cara, esclama: «Che soddisfazione deve essere per la mamma averli tutti e due belli, bravi e buoni! La madre dei Gracchi!». A parte il fatto che la signora Fiorello di figli ne ha quattro (e mi sembrano tutti bravi), questa battuta è rimbalzata nella mia mente al momento di scegliere il libro di aprile tra altri due fratelli colti, fascinosi e perbene (chissà la madre…), tra le pennellate da Macchiaioli dell’affresco fiorentino e toscano di Francesco Carofiglio (L’estate dell’incanto) e il thriller completamente sui generis del fratello Gianrico. Ho optato per La misura del tempo, a metà strada tra il giallo, un trattato di diritto penale, gli amori svaniti di un tempo e continue variazioni ritmiche che ne fanno un romanzo sospeso tra riflessione e thriller, senza che mai si stacchi la corrente tra autore e lettore.
In una conferenza, molti anni or sono, ricordo di aver sostenuto che ci sono due cose contro le quali nulla si può: il tumore e la giustizia ingiusta. Se queste cose accadono, la sventurata vittima può solo sperare di uscirne, prima o poi. Certo è che il tempo logora talvolta in via definitiva gli involontari protagonisti di queste vicende. Anche il cliente di Guerrieri, l’avvocato ormai classico di Gianrico Carofiglio, sembra rientrare in questa categoria: accusato di omicidio, la giustizia ingiusta si accanisce contro di lui, ma del finale del thriller non svelerò nulla.
L’amico e scrittore Diego De Silva aveva suggerito all’autore di scrivere un manuale di procedura penale, «convinto che un testo universitario firmato da un romanziere di successo sia un supporto didattico che affrancherebbe gli studenti dalla pedanteria di tanti libri». A nostro modesto avviso Carofiglio non ha dato retta a De Silva, pensiamo piuttosto che abbia voluto condurre con una prova di forza il lettore dentro labirinti inaccessibili a tutti se non a quei penalisti che frequentano assiduamente le aule dei tribunali e apparecchiano una perenne dialettica tra le ragioni della difesa e dell’accusa. La scelta di riprodurre integralmente parte degli atti processuali con caratteri tipografici specifici risponde alla spietata esigenza del legal thriller, che non dice mai se il protagonista è colpevole o innocente, solo se viene assolto o condannato. Il grande Nino, noto penalista toscano, è solito definire il processo penale come un duello western: vince solo chi si salva.
Una seconda osservazione è relativa alla “misura del tempo”, un titolo se vogliamo proustiano. Mai come in questa opera il tempo si muove secondo i sussulti dell’anima, i ricordi del cuore e la conturbante bellezza di Lorenza. Quando tale bellezza è descritta così bene in pochi frammenti, vuol dire che attimi di quella vita amorosa sono rimasti incompiuti. L’avvocato Guerrieri, eroe riluttante ma non troppo, a metà tra la stanca malinconia di Humphrey Bogart in Casablanca e i trench all’americana di Raymond Chandler, trova un qualche sollievo negli abbacinanti chiarori del lungomare di Bari. E come sia fisicamente il protagonista lo scoprirete facilmente girando pagina.

Un assaggio di lettura

Lo scaffale della Freccia