Archive for category: News

Il Prof. Brandani intervistato da La Nazione: “La lezione di Bernabei come manager di Stato”

07 Lug
7 Luglio 2021

“La lezione di Bernabei come manager di Stato”

Domani al Santa Maria il convegno organizzato dalla Fondazione Formiche. Brandani: “Fece grande la Rai, fondò Lux Vide, fu protagonista del suo tempo”

Professor Brandani, perché organizzare con la Fondazione Formiche, sette convegni sul libro dedicato a Bernabei?

“Festeggiare i 100 anni della nascita di Ettore Bernabei può essere l’occasione per tracciare un apologo a buon uso delle nuove generazioni, un esempio in cui successo e merito sono le facce della stessa medaglia. Bernabei è stato protagonista del suo tempo. Un giornalista autorevole, che ha diretto due quotidiani, ha guidato la Rai per 14 anni e, dopo una parentesi da manager industriale, ha dato vita a uno dei progetti imprenditoriali e culturali più rilevanti in Italia: la società di produzione Lux Vide. Nonostante la sua contemporaneità, Bernabei condensa alcuni valori che la società moderna fatica a recepire. Innanzitutto un rapporto di fedeltà con chi, a suo tempo, ha investito su di lui, cioè Amintore Fanfani. Un legame indelebile per Bernabei, con grande conoscenza e rispetto per il ruolo dello statista democristiano. Bernabei va narrato ai giovani come esempio di gran lavoratore. Genio, capacità, ma anche quantità”.

Perché ha scelto come relatori il sindaco De Mossi e l’onorevole Maria Elena Boschi?

“Il sindaco De Mossi per due motivi: la sua grande cultura e per essere un lettore accanito di tutti i testi che spiegano i retroscena della politica; il secondo motivo per le sue capacità realizzative. Ne è testimonianza la sala Italo Calvino del Santa Maria della Scala. Amici ed avversari dovrebbero riconoscere che questa sala e gli altri lavori del Santa Maria hanno avuto una svolta impressionante. L’onorevole Boschi per tre sue caratteristiche: la competenza, la tenacia nell’applicarsi ai dossier che le sono affidati e soprattutto una passione politica che l’ha portata ad essere una delle figure più interessanti del panorama politico italiano.

Ha qualche aneddoto della sua amicizia con Bernabei?

“Ve ne sono molti. A fine anni ’70 eravamo nel suo studio all’Italstat a confrontarci sul dilemma industria di stato oppure privata quando fummo raggiunti dal professor Petrilli, presidente dell’Iri. E alla fine la conclusione fu che esistono solo aziende amministrate bene o amministrate male perché se le aziende sono amministrate bene lo Stato riceve dividendi, investe, crea posti di lavoro. Se sono amministrate male in entrambi i casi, pubblico o privato che sia, è una mezza tragedia”.

Ricorderete Raffaella Carrà?

“Anche gli immortali ci lasciano ma sono sempre lassù su una nuvoletta se ne sappiamo cogliere i valori, lo stile e gli insegnamenti. La Rai ai tempi della Carrà era una miniera di talenti. Evidentemente qualcuno sapeva scoprirli”.

Invito alla presentazione del libro: “Ettore Bernabei il primato della politica”. Siena, 8 luglio

03 Lug
3 Luglio 2021

Il Prof. Alberto Brandani presenta: “Quello che non sai” di Susy Galluzzo

21 Giu
21 Giugno 2021

Pubblicato su “La Freccia”, giugno 2021

E’ una lunga confessione quella di Michela, detta Ella. E come in un diario la vicenda si dipana, narrata in prima persona e dedicata alla madre, morta 15 anni prima. La storia è avvolgente, cattura subito accendendo ombre e luci del passato e del presente anche attraverso fatti quotidiani che diventano presto validi tasselli di questo complesso puzzle familiare.
Susy Galluzzo dispiega una maternità senza i classici contorni sfumati in rosa, bensì con quelle sfaccettature di cui di solito nessuno parla, quel lato oscuro che ogni madre deve affrontare e che a volte la lascia atterrita e disperata: una sensazione d’impotenza, il terrore di sbagliare, di non essere all’altezza, e il non sapersi perdonare gli errori, gli scatti d’ira verso i figli.
Tutto prende il via in un preciso momento, mentre tornando a casa accompagnate dal cagnone Duccio Ella osserva Ilaria, 13 anni e mezzo: la ragazza risponde al cellulare attraversando la strada e improvvisamente si ferma proprio nel mezzo, continuando a parlare. Non si accorge dell’auto grigia che arriva dritta su di lei. «Ormai non avevo più bisogno di far oscillare lo sguardo, Ilaria e l’auto erano vicinissimi, ma nessuno dei due si era accorto dell’altro». Michela non urla, resta paralizzata, non riesce ad avvisare la figlia del pericolo: rimane inerte, bloccata dal senso di colpa e d’impotenza. Sarà Duccio che, abbaiando, risolverà questa drammatica situazione.
Ilaria si è accorta che la mamma non l’ha avvertita, che è rimasta immobile. E da quel momento niente e nessuno sarà più come prima. Eppure Ella ha dedicato tutta la vita alla figlia, lasciando anche la sua carriera di eccellente cardiochirurgo. Ilaria soffre di disturbi ossessivo-compulsivi: ha un assoluto bisogno di contare quanti piselli ci sono nel piatto o di fare tre giri intorno all’isolato prima di rientrare in casa per scongiurare disgrazie terribili. La madre è sempre al suo fianco, l’aiuta in questi riti obbligati, la sostiene e l’asseconda. Con la difficoltà di dover «vivere costantemente nella paura di una catastrofe imminente, scegliere le parole, una per una, evitando quelle che portano sfortuna, sapere i percorsi da fare e attenersi sempre e solo a quelli, ricordare tutto quello che poteva destabilizzarla, perché una stupidaggine poteva trasformare un giorno buono in uno infernale».
Dopo lo scampato incidente, in una famiglia che sembrava perfetta si apriranno crepe sempre più grandi. In un crescendo di situazioni al limite Michela, prima di tutti, dovrà affrontare verità nascoste e insabbiate, anche dentro di sé, e un passato che presenterà il conto.
L’approccio dell’autrice è asciutto e tagliente e il piglio del romanzo avvincente e serrato. Ci trasmette una forte empatia verso la protagonista, ci si trova a parteggiare quasi sempre per lei, anche se a volte verrebbe voglia di prenderla a schiaffi. Ma bisogna ammettere che la vera vittima (e anche un po’ il carnefice) è proprio Ella. Solo dopo essere stata tradita ed esclusa dal marito e dalla figlia, riuscirà a capire che una madre può commettere degli errori nel crescere un figlio e troverà il modo di perdonare se stessa per ricominciare.
Questo romanzo è anche un viaggio attraverso gli equilibri precari di molte famiglie di oggi, nel groviglio di sentimenti contrastanti e segreti taciuti che, alla fine, vengono inesorabilmente alla luce e rischiano di far marcire tutto ciò che di buono si è costruito.

Un assaggio di lettura


Lo Scaffale della Freccia

Lo Scaffale dei ragazzi

Selezionata la terna finalista della 49^ edizione del Brignetti

31 Mag
31 Maggio 2021

Presieduta dal presidente prof. Alberto Brandani, il giorno 25 maggio alle ore 16:00, si è tenuta la riunione della Giuria letteraria del Premio Letterario Internazionale Isola d’Elba – R. Brignetti che ha selezionato la terna finalista dei libri che si contenderanno la vittoria del prestigioso premio giunto quest’anno alla 49^ edizione.

Le tre opere prescelte, che saranno adesso sottoposte al giudizio della Giuria popolare sono:

·         ITALIANA di Giuseppe Catozzella – editore Mondadori

·         IL GIOCO DELLE ULTIME VOLTE di Margherita Oggero â€“ editore Einaudi

·         QUEL MALEDETTO VRONSKIJ di Claudio Piersanti – editore Rizzoli

La scelta del vincitore sarà determinata dal voto congiunto della Giuria letteraria e di quella popolare. L’esito di tali votazioni verrà reso pubblico durante la conferenza stampa che si terrà sabato 4 settembre, poche ore prima della cerimonia di premiazione prevista a Portoferraio presso il Museo Archeologico della Linguella.

Questa la dichiarazione rilasciata del presidente Alberto Brandani a margine della riunione: “E’ stato un lavoro faticoso, di composizione di un articolato sentire da parte dei colleghi reso anche complicato da difficoltà di lavoro logistiche e tecniche. In coscienza si tratta di autori di sicuro livello che onoreranno l’albo d’oro del Premio Brignetti: albo d’oro tra i più prestigiosi dell’intero panorama letterario italiano“.

Il Prof. Alberto Brandani presenta: “Quando tornerò” di Marco Balzano

13 Apr
13 Aprile 2021

Pubblicato su “La Freccia”, aprile 2021

Una nuova prova d’autore per Marco Balzano, anche se il titolo di questo libro si lega simbolicamente all’ultimo grande successo, Resto qui. D’altronde, l’attenzione alle tradizioni si coglie anche nei due bellissimi versi del sottotitolo: «Passa sotto la nostra casa, qualche volta / volgi un pensiero al tempo ch’eravamo ancora tutti» (cfr. Mario Luzi, Il duro filamento).
Balzano inizia questa sua opera con lo spirito di un archivista: ha visitato in Romania comunità e istituti di orfani bianchi, quei figli non più tali, affidati ai nonni e spesso alla strada e alla solitudine dell’alcolismo. E dà forma allo svolgersi della storia.
Daniela parte dalla Romania per Milano, lasciando soli il figlio Manuel, la sorella Angelica e il marito. A nessuno di loro dice nulla, di lei resta solo un biglietto lapidario: «Ho trovato lavoro in Italia, devo andare, altrimenti non potrete più studiare e nemmeno mangiare come si deve».
Emerge potente il mondo di sofferenze e privazioni di una madre, non lenite dai moderni strumenti tecnologici; l’ossessione del risparmio, per procurare alla propria famiglia una lavatrice nuova, un tetto solido sopra la testa, un liceo internazionale per Manuel; le telefonate e le videochiamate sono sempre più compulsive, in un crescendo di fredda ostilità che i due figli provano per Daniela. Mentre il padre si ubriaca sistematicamente e, dopo aver annunciato trionfalmente che avrebbe accomodato la mansarda, prima crolla nell’ozio e poi improvvisamente decide di fare il camionista in Siberia. Per sempre.
Nonostante l’anaffettività, i figli pensano: «Almeno lui ci ha avvertito». Sullo sfondo, sempre solide e serene le figure dei nonni.
La vita e gli anni scorrono così: Manuel è solo e depresso, beve e beve (e forse anche di più) e purtroppo scopre l’ebrezza della velocità in sella al motorino di un compagno. In una notte senza luce ha un terribile incidente che lo getta in un coma profondo. Daniela, a quel punto, lascia Milano e comincia a passare notte e giorno ininterrottamente nella stanza d’ospedale del figlio, infrangendo regole e divieti. Riuscirà a risvegliarlo e a risvegliare il suo grande amore per lei? Il tema centrale di tutto il libro è la “sostenibilità” dei propri affetti. Tutti i protagonisti vorrebbero sostenerne il più grande numero, ma la vita agra del villaggio non lo permette.
Per Manuel, affetto significa essere accudito da nonna Rosa, che sferruzza eterni maglioni, e da nonno Michai, che lo porta a pescare le trote. «Magari si può fare», è la sua frase magica, diventata il perno del mondo di Manuel, fatto della sua terra e della natura, un microcosmo dentro il quale vorrebbe soffocare di affetto sua madre.
Diversa la visione di Angelica, la figlia più grande. Nel piccolo villaggio ormai le manca l’aria, ha bisogno di Radu, il fidanzato, del suo lavoro a Berlino, del matrimonio subito, senza più curarsi delle miserie giornaliere. Le scene del matrimonio sembrano tratte dal cinema muto sovietico in bianco e nero.
Daniela resta inchiodata dall’amore per i figli e dal mal d’Italia dovuto a un lavoro che la obbliga alla “sostenibilità” di tanti, forse troppi affetti, materiali e immateriali.
E così Balzano, che ha iniziato questa sua opera con lo spirito scrupoloso e quasi notarile di un archivista, la conclude invece come amanuense di esistenze, sentimenti e dilemmi universali.

Un assaggio di lettura


Lo Scaffale della Freccia

Lo Scaffale dei ragazzi

Il Prof. Alberto Brandani presenta: “Una terra promessa” di Barack Obama

13 Mar
13 Marzo 2021

Pubblicato su “La Freccia”, marzo 2021

Appassionante, per certi versi commovente, la storia di un ragazzino che diviene Presidente degli Stati Uniti d’America, come un imperatore romano quando Roma governava il mondo.
Alcune grandi direttrici servono a Barack Obama come mappa di lettura di queste 800 pagine scritte su piccoli block notes. La prima cosa che emerge è il potere travolgente della politica, con le sue passioni, le pulsioni, la sua ferocia e l’aspirazione (nelle menti migliori) a una terra promessa da lasciare in eredità alle giovani generazioni. Un corso ininterrotto, duro, disseminato di esami.
Il giovane Obama sentiva la necessità di rappresentare qualcosa nell’America progressista e multirazziale, coglieva il senso disperante delle disuguaglianze sociali e di un Paese senza assistenza sanitaria. E nella politica l’importanza dei collaboratori, dei quali riconoscere la competenza e la lealtà all’uomo e al progetto. Ma niente sarebbe stato possibile senza il sostegno delle figlie Malia e Sasha e soprattutto di Michelle, una donna a dir poco straordinaria, che non amava la politica. Ma amava a tal punto il suo uomo da diventare un’impeccabile First Lady. Seppure, negli anni pesantissimi della Presidenza, il marito sentisse in lei «una tensione sotterranea, sottile ma costante».
Quando fu indicato alla Convention democratica come candidato alla Presidenza, Obama dovette scegliere il suo vice, Joe Biden: la scelta prudente di un uomo con 30 anni di Senato alle spalle, che conosceva tutte le dimensioni del gioco parlamentare, spietato e crudele, che i repubblicani avrebbero portato avanti.
Il libro descrive bene le enormi difficoltà del primo quadriennio Obama. La battaglia per far approvare una riforma sanitaria decisiva, “dimezzata” alla fine degli scontri, per evitare che milioni di americani rischiassero di morire senza cure. La grande crisi del 2008, in cui il Presidente riuscì a evitare il peggio. E il più grande disastro ecologico, l’esplosione della piattaforma Deepwater, che Obama fu capace di gestire nel migliore dei modi. Memorabile il capitolo che racconta la decisione d’inseguire e colpire Osama Bin Laden, con il Presidente chiuso nello Studio Ovale, per seguire in diretta le operazioni del commando americano e l’esecuzione del terrorista.
Il filo rosso che percorre tutto il libro è la grande amarezza che pervade il Presidente e Michelle durante l’ultimo volo dell’Air Force One che li riporta a casa dopo l’imprevista vittoria di Donald Trump. Un leader politico, racconta Obama, agli antipodi rispetto «a tutto ciò per cui ci eravamo battuti in otto lunghi anni», un prestigiatore di programmi televisivi e di affari immobiliari, che aveva forsennatamente cominciato a battere l’America affermando che il Presidente non era americano.
Obama fa autocritica nell’ammettere di non aver dato sufficiente importanza a quelle sortite a metà del suo primo mandato, pensando che sarebbero state etichettate come palesi buffonate. Le accuse, infatti, furono subito ridicolizzate, ma Trump le ripeteva e ripeteva e iniziò così l’opera di demolizione del primo Presidente afroamericano, agitando di fronte a un’America conservatrice e impaurita lo spettro dell’uomo nero. Con Sarah Palin prima e Trump dopo, gli spiriti maligni rimasti ai margini del partito repubblicano finirono al centro della scena, con la loro xenofobia, l’ostilità verso gli intellettuali, le teorie cospirative, l’antipatia per gli afroamericani e gli ispanici.
Due i lasciti dell’ex Presidente: il primo è quasi un presagio, la scelta di Joe Biden, per otto anni alla Casa Bianca, «un uomo buono, giusto e leale», perfetto per arginare la dilagante paura dell’uomo nero. Infine, il senso vero del libro, un invito ai giovani d’America e del mondo a battersi per i grandi valori, a fare la propria parte nella vita politica. Perché, grazie all’impegno politico e sociale delle nuove generazioni, la terra promessa sia un po’ più vicina.

Un assaggio di lettura


Lo Scaffale della Freccia 

Lo scaffale ragazzi

“Il fattore N – Napoleone duecento anni dopo”

26 Feb
26 Febbraio 2021

Cari lettori, 

la rivista mensile Formiche ha dedicato il numero di febbraio a “Il fattore N – Napoleone duecento anni dopo”.
Considerata l’importanza storica che tale evento ha significato per l’Isola d’Elba, il Premio Letterario Internazionale Isola d’Elba – R. Brignetti ha partecipato all’iniziativa con due articoli: 
uno di Ernesto Ferrero “Un Imperatore dell’èra moderna” ed uno del Prof. Alberto Brandani “L’Isola d’Elba e il suo ospite più illustre (e ingombrante)”.
Riportiamo entrambi gli articoli a seguire.

Buona lettura.

Redazione Web del Prof. Alberto Brandani
In un giorno di pioggia, una fregata inglese sbarca sull’isola d’Elba Napoleone Bonaparte. Egli, in meno di 24 ore, ha già visitato le fortificazioni e le miniere di Rio, organizzato l’amministrazione, emanato decreti esecutivi su tutto, igiene pubblica, tasse, acquedotti, ponti, strade. Incontrando la fiera resistenza dei contadini, che non vogliono cedere un solo palmo di terra al progresso. Gli elbani alla fine vengono travolti dall’imperiosità dell’uomo e dall’ampiezza delle sue vedute. Napoleone diventa improvvisamente visibile, si può quasi toccare quel piccolo uomo tarchiato, mentre lavora con i muratori, scambia consigli con i contadini, mangia il cacciucco con i pescatori
 
Una fortezza cinta dai bastioni arcigni delle mura medicee, irta di cannoni, imprendibile. Nell’aprile 1814 l’imperatore sconfitto la patteggiò con gli alleati: nel Mediterraneo, Portoferraio era il posto migliore per difendersi, qualora i suoi nemici avessero deciso (e così fu davvero) di deportarlo in un altrove definitivo, durante il Congresso di Vienna, in ottobre, si parlava già delle Azzorre, dell’America, di Sant’Elena. Quest’isola ripiegata su se stessa, con i Paesi arroccati sulle colline che si scrutavano in cagnesco l’un l’altro, avrebbe ospitato per dieci mesi il personaggio più complesso, enigmatico e ingombrante dell’epoca moderna. Curioso paradosso, di cui la storia si compiace, il più piccolo dei luoghi napoleonici resta quello a più densa concentrazione di emozioni.
Mercoledì 4 maggio 1814. In un giorno di pioggia, una fregata inglese sbarca Napoleone. Gli elbani improvvisano una cerimonia d’accoglienza per l’illustre sconfitto, che nell’attesa scorge nell’ampia baia di Portoferraio, a Magazzini, una bella villa rinascimentale, affacciata sul mare tra i vigneti: la casa di Pellegro Senno, uno dei notabili dell’isola, genovese d’origine. Nei gigabyte della sua prodigiosa memoria, Napoleone lo ricorda a Parigi nel 1803 con una delegazione di deputati elbani. E lo stima: “Ci vogliono quattro ebrei per fare un genovese”.
Alle quattro di pomeriggio tutto è pronto per lo sbarco, il baldacchino foderato di stagnola e la bandiera con le tre api dorate, antico simbolo di regalità che lui stesso ha scelto. Il sindaco Traditi consegna all’ospite le chiavi della città appena forgiate, tenta un discorso, s’impappina. Il solenne Te deum nel duomo odora di muffe invernali.
In meno di 24 ore il vulcanico sovrano ha già visitato le fortificazioni e le miniere di Rio, organizzato l’amministrazione, emanato decreti esecutivi su tutto, igiene pubblica, tasse, acquedotti, ponti, strade. Incontrando la fiera resistenza dei contadini, che non vogliono cedere un solo palmo di terra al progresso. Trascorre le prime notti in Municipio, detto la Biscotteria, ma individua subito la zona dei mulini per costruire una dimora degna di lui: una sella tra i due forti dominante la rada e il Tirreno. Per costruire la sua villa, unifica e sopraeleva. Ai lavori sovrintende personalmente, piccandosi di essere sommo architetto, artigiano e persino operaio. Tiene per sé il piano terra, con il salone d’onore, la biblioteca, la camera da letto, tre studioli; il primo piano è per Maria Luisa, tanto attesa, che all’Elba non arrivò mai. Dalla fine di ottobre quelle stanze luminose ospitano Paolina, l’unica dei fratelli a restargli accanto. Ma quando tutto è pronto, Napoleone pensa già a quando e come andarsene.
Gli elbani, inizialmente ostili, vengono travolti dall’imperiosità dell’uomo e dall’ampiezza delle sue vedute. Napoleone diventa improvvisamente visibile, si può quasi toccare quel piccolo uomo tarchiato, mentre lavora con i muratori, scambia consigli con i contadini, mangia il cacciucco con i pescatori. Il mito ridiventa uomo, un borghese un po’ appesantito che ha l’aria di un commerciante appena sbarcato da Piombino per i suoi traffici. Poco sopra Marciana, sulle pendici del monte Giove, Napoleone elegge il più antico e venerato santuario dell’isola, la Madonna del Monte, a provvisoria sede estiva. Il luogo è di un incanto metafisico, tra ciuffi di ginestre e di cisto e grandi massi incisi dalle acque. Di lassù si domina tutta l’isola e la costa toscana e, soprattutto, nei giorni di vento, si può vedere la Corsica. Il vinto contempla spesso la sua isola, trasportato dai profumi evocativi della macchia mediterranea. Nascosta com’è, la Madonna del Monte è il luogo ideale per custodire il segreto della diletta amante polacca, Maria Walewska, che gli ha dato un figlio.
È il venerdì 2 settembre, Napoleone spera ancora nell’arrivo di Maria Luisa. Seppure avvolto dalla notte, lo sbarco della Walewska non sfugge alla curiosità degli elbani, che la scambiano per l’imperatrice. Ma lui non vuol dare scandalo e la fa partire malgrado una spaventosa burrasca. Poi la situazione precipita. Gli alleati meditano di trasportarlo lontano, Napoleone li precede e li beffa, sempre recitando la parte del cincinnato che si è rassegnato a curare le sue vacche. Domenica 26 febbraio 1815 se ne va al tramonto con sette vascelli malandati e un migliaio di fedelissimi. Lo attendono i Cento giorni che portano a Waterloo. E a Sant’Elena.
Scarica l’articolo in formato PDF
Quello di Napoleone è stato un impero moderno, che ha saputo parlare alla borghesia, ma soprattutto coltivare le proprie capacità di modernizzatore di Stato e impresa. Anche grazie alla sua passione per le lettere e i libri, il Napoleone che ha ancora molto da insegnare non è il generale, ma l’altro, assai meno noto: il vero erede di Machiavelli, l’organizzatore, il manager, l’inventore dei moderni sistemi di gestione della complessità, il ministro dei Beni culturali che potenzia il Louvre e Brera, il virtuoso del budget che avvia la modernizzazione dello Stato e dell’impresa, il legislatore che promulga il Codice civile, il protettore delle scienze che favorisce la riscoperta dell’antica civiltà egizia e quando è in Spagna trova il tempo per pensare a ristrutturare gli ospedali di Parma e Piacenza
 
Da dove nasce il culto di Napoleone che cresce rigoglioso per tutto l’Ottocento, attraversa il Novecento e arriva ancora fiorente fino a noi? Dal più elementare e potente dei messaggi: anche voi potete diventare come me, se avrete capacità di analisi e di comando, ampiezza di visione, strategie innovative, coraggio, ambizione, perseveranza. Io ho introdotto nella storia la speciale categoria del merito, sostituendola a quella del diritto ereditario. Da rampollo di una famiglia di modeste condizioni, in dieci anni mi sono saputo elevare con le mie sole forze alla dignità imperiale. Con me i figli dei mercanti, dei bottai, dei fornai, dei muratori, dei mugnai e degli scudieri sono diventati marescialli. Tocca a voi perfezionare il lavoro che io ho avviato.
Era quello che la borghesia emergente voleva sentire. Il Napoleone che ha ancora molto da insegnare non è il generale, ma l’altro, assai meno noto: il vero erede di Machiavelli, l’organizzatore, il manager, l’inventore dei moderni sistemi di gestione della complessità, il ministro dei Beni culturali che potenzia il Louvre e Brera, il virtuoso del budget che avvia la modernizzazione dello Stato e dell’impresa, il legislatore che promulga il Codice civile, il protettore delle scienze che favorisce la riscoperta dell’antica civiltà egizia, l’amministratore che si occupa di tutto, dal cartellone dei teatri, al sistema fognario di Parigi, e che quando è in Spagna trova il tempo per pensare a ristrutturare gli ospedali di Parma e Piacenza. Senza contare il bibliofilo, il lettore onnivoro, il fondatore di biblioteche, perfino l’editore che vagheggia collane di classici annotati e il redattore che vuol togliere dalle opere di storia gli aggettivi superflui.
Napoleone sa tutto, vuole tutto, è dappertutto. Per vent’anni persegue un progetto di ammodernamento radicale delle strutture statali e delle strategie belliche (ma stranamente non delle tecnologie) basato sull’accentramento totale di ogni decisione grande e piccola, che non ammette deroghe. I vantaggi della rapidità decisionale del cesarismo saranno pagati con il gigantismo di un sistema che alla fine diventa ingovernabile e implode.
Finché riesce a padroneggiarlo da solo, Napoleone vince perché sa motivare come nessuno i collaboratori, inventa le moderne tecniche della comunicazione (cominciando dal logo, la famosa “N”) e addirittura cura il merchandising di se stesso, facendo produrre su larga scala busti, stampe, piatti, tabacchiere e decine di altri articoli di largo consumo.
Alla fine trasforma una sconfitta nella più definitiva delle vittorie: con un libro. Il Memoriale di Sant’Elena, primo best-seller moderno, divulga la leggenda romantica del Prometeo liberale sconfitto dall’egoismo delle vecchie oligarchie.
Napoleone ha degli uomini una conoscenza totale e disincantata: per questo sa manovrarli così bene. La rapidità di calcolo, pari a quella di un potente computer d’oggi, gli consente delle proiezioni strabilianti. Arriva a delineare gli Stati Uniti d’Europa con le stesse leggi e la stessa moneta. Predice agli inglesi che perderanno l’India perché non hanno una classe dirigente all’altezza. E morendo dice: “Vi lascio due giganti nella culla: la Russia e gli Stati Uniti”. Molti anni fa avevo pubblicato con Mondadori un volume di Lezioni napoleoniche a uso di chi ha responsabilità di gestione, basato sui detti fulminei che lui ha rilasciato in gran copia. I politici se lo sono molto regalato, anche un po’ maliziosamente, perché l’ultimo capitolo si intitola “L’arte di gestire le sconfitte”. Se anche l’hanno letto, i disastri che hanno continuato a fare sin qui dimostrano che non hanno imparato niente. Adesso ci riprovo con un Napoleone in venti parole in uscita da Einaudi in aprile, in cui cerco di spiegare perché ha ancora molto da insegnare attraverso venti temi-chiave, dal “sistema operativo” alla comunicazione, dall’economia alla politica culturale. Chi vuole intendere, intenda.
Scarica l’articolo in formato PDF