Il Prof. Brandani presenta: “Ti regalo le stelle”, di Jojo Moyes

07 Dic
7 dicembre 2019

Pubblicato su “La Freccia”, dicembre ’19

Mondadori, pp. 408 € 19

«Questo libro, più di qualsiasi altra cosa io abbia mai scritto, è stato un atto d’amore. Mi sono innamorata di un posto, e della sua gente, e poi della storia che ne è scaturita…».
Il titolo prende spunto da una poesia di Amy Lowell, che Alice, la protagonista del romanzo, legge su un libricino di poesie. E il romanzo stesso si muove intorno ai libri, al loro basilare contributo per aprire le menti alla conoscenza. Alice è una ragazza inglese di buona famiglia che decide d’impulso di sposare un giovane americano del Kentucky in visita in Inghilterra, per sfuggire a una vita dietro ai fornelli e ai doveri di una donna dell’epoca. Ben presto, però, si rende conto che in America la realtà non è molto diversa, anche se nel Kentucky troverà altre donne che come lei intendono rendersi utili e lo faranno realizzando la prima biblioteca itinerante d’America, consegnando ogni mattina, a cavallo o a dorso di mulo, ceste di libri tra le montagne sperdute o in valli solitarie. È il 1937 e in terra americana il divario fra uomo e donna è profondo, così come i diritti dei lavoratori e dei neri sono letteralmente inesistenti. Il Kentucky è l’America profonda, il Far West, poche centinaia di persone povere e ignoranti, lo sceriffo e il proprietario della miniera di carbone. Persone grette e ottuse, piene di pregiudizi e diffidenza. Un muro di ignoranza che lo spirito di cinque donne coraggiose riuscirà però a sfondare.
Jojo Moyes, con penna leggera ma incisiva, ci fa entrare in questa comunità, ci accosta ai suoi abitanti e a queste donne, ispirandosi a fatti realmente accaduti, come il Progetto Eleanor Roosevelt che in quell’anno finanziò la prima biblioteca itinerante d’America, portando la luce della cultura e combattendo la piaga dell’analfabetismo. Non si può rimanere indifferenti di fronte a un racconto che elegge al primo posto l’amore per la lettura, per i libri e per tutte le donne che hanno contribuito a trasformare questo sentimento in un valore per l’intera società. Nella natura incontaminata del Kentucky, tutte le mattine prima dell’alba, cinque donne legate da una straordinaria amicizia partono coraggiosamente a cavallo o a dorso di mulo per consegnare libri in case lontane da ogni forma di civiltà, affrontando una lotta eroica nei confronti di un duplice inquinamento: quello prodotto dall’unica miniera esistente in paese e quello delle coscienze di una classe di maschi insensibili a ogni fremito di rinnovamento e di giustizia sociale (emergono però anche ritratti di uomini che riscattano la figura del maschio arrogante e prepotente).
C’è l’amore in quest’opera, c’è l’amicizia, la generosità, e insieme il pregiudizio e l’avidità. E, come nei grandi romanzi dell’800, scende in campo anche la giustizia ingiusta, pronta a colpire nelle terre ghiacciate del Kentucky. Non vi diremo come finisce la storia, ma vi possiamo assicurare che non la dimenticherete facilmente. Cambiare si può, perché le stelle brillano lassù sui destini degli uomini, offrendo chance inaspettate anche in situazioni apparentemente senza via d’uscita.

Un assaggio di lettura

Lo scaffale della freccia

Alberto Brandani ospite de “Il caffè di Raiuno”: Imma Tataranni ai raggi X

03 Dic
3 dicembre 2019

Il Prof. Alberto Brandani ad Achab (Tg2): “La Freccia, un’esperienza di successo”

28 Nov
28 novembre 2019

Il Prof. Brandani presenta: “Martin Eden”, di Jack London

03 Nov
3 novembre 2019

Pubblicato su “La Freccia”, novembre ’19

Mondadori, pp. 448 € 11

Ho letto Martin Eden a 20 anni e mi parve un romanzo meraviglioso. L’ho riletto a 30 e mi piacque intensamente. Oggi che sono grande (di età, come dicono a Livorno) ho concepito il deliberato proposito di confrontare la percezione della stessa opera letteraria al mutare del tempo e delle età. Martin Eden è un rozzo marinaio che salva la vita del giovane Arthur, rampollo di una ricca famiglia. E sua sorella Ruth diviene per lui una sorta di ideale di bellezza.
Irraggiungibile fanciulla dell’alta borghesia, si ritrova a desiderarla tanto da voler fare parte del suo stesso ceto, ma il riscatto sociale passa dalla porta stretta della letteratura: Martin vuole diventare uno scrittore a tutti i costi (va ricordato che lo stesso Jack London, autodidatta, fece fatica ad avere successo). Pur non ritrovandosi nelle ipocrisie e nel disprezzo malcelato di quell’ambiente, si impegna a tal punto che quasi riesce a sfondare, ed è allora che scoppia la sua rabbia. Contro una classe piena di pregiudizi, incolta, e anche contro la sua autoaffermazione. Una rabbia che avverte come una sconfitta.
A 20 anni questo classico della letteratura americana mi colpì per come l’amore struggente di Martin per Ruth superava ogni cosa. Nel suo stomaco c’era sempre un formicolio, un dolore all’idea di poterla anche solo vedere, di un sorriso, di uno sguardo. Tutto pareva esser fatto per lei, dallo studio forsennato della grammatica, mentre era mozzo in mare, alle mille privazioni a cui si sottoponeva. La vita intera, insomma, era una sorta di riscatto d’amore. A 30 anni la forza dell’amore si era stemperata e due cose mi conquistarono: leggendo, avevo sentito l’odore del salmastro entrare di corsa nei miei polmoni e i venti alisei soffiare forte sul mio volto. Scoprii anche la forza d’animo di Martin (e di London) nel voler diventare scrittore. Alla stazione delle opportunità, come mi piace chiamare le chances che la vita ti offre, lui c’era sempre, di giorno e di notte, senza bere e senza mangiare, inesausto nel vedersi respingere 300 volte un articolo prima che fosse finalmente pubblicato o nel guadagnare tre dollari al mese quando solo l’affitto ne costava due e mezzo. E poi, pian piano, il successo, a riprova, mi dicevo, che la stazione delle opportunità almeno una chance nella vita la offre a tutti. Intorno ai 75 anni la parte finale del libro mi si è svelata di colpo come una grande anticipazione di quella che sarebbe stata considerata la più grande malattia del secolo scorso e cioè la malinconia che si trasforma in depressione. La valle d’ombra che pervade le ultime pagine dell’opera ci dice proprio questo. Del resto London è turbato nel leggere Jung e comprende che forse in fondo alle sue opere, anche le più note, vi è un abisso inesplorato.
Fernanda Pivano, che si è sempre sottratta alle critiche di maniera al grande scrittore americano, lo aveva spiegato bene: «Gli eroi di London cominciano sempre ad agire nel tentativo di conquistare la vita, di allargarla, di darle una dignità e finiscono per essere divorati, sconfi tti, ma dalla vita stessa, non dalla morte».

Un assaggio di lettura

Lo scaffale delle freccia

Il Prof. Brandani ospite de “il Caffè di RaiUno” per presentare “Francesco e il Sultano” di Ernesto Ferrero

12 Ott
12 ottobre 2019

Il Prof. Brandani presenta: “Francesco e il Sultano”, di Ernesto Ferrero

03 Ott
3 ottobre 2019

Pubblicato su “La Freccia”, ottobre ’19

Nel giugno 1219 Francesco d’Assisi trentasettenne parte per nave alla volta dell’Oriente e si lancia in una impresa disperata insieme al fidato frate Illuminato. Raggiungere Damietta assediata dai crociati e incontrare il Sultano d’Egitto. Questo il vero incipit del romanzo storico di Ernesto Ferrero Francesco e il Sultano, nelle librerie dal 24 settembre. Ma il suo autore ci ha lavorato per anni con la cura paziente di un artigiano mai contento e sempre pronto a rimettersi in discussione.

Un romanzo storico, un romanzo biografico, ma anche un romanzo corale di viandanti sempre in movimento, di eterni pellegrini agitati da una sete di assoluto, sempre in viaggio per l’Italia, l’Europa, l’Oriente.

Ma lo si può anche definire un romanzo d’avventura, di cui ha pure il ritmo, e non solo perché è ambientato per buona parte in Egitto e in Palestina, dove è in corso una guerra feroce, in cui gli eserciti cristiani assediano Damietta. Quella che Francesco propone, in primo luogo a sé stesso, è l’avventura di una sfida estrema, sorretta da una tensione che non ammette soste: è il dono totale di sé agli altri, la sottomissione ad ogni creatura vivente. Francesco è un santo itinerante, sempre in marcia verso qualcosa, insoddisfatto di sé, al centro di una vicenda collettiva che è la vera protagonista della storia. Un Medioevo formicolante di personaggi memorabili viene colto nella sua complessità e nelle sue mille sfaccettature come se fosse ripreso dall’alto, da un drone. Il romanzo restituisce il Francesco mistico e rarefatto degli affreschi della basilica di Assisi alla sua fisicità, al linguaggio del corpo, al lavoro manuale che tanto lo appassiona, e che a lui sembra «un buon modo di parlare con Dio». La sua fisicità erompe nell’assoluta novità della sua predicazione, fatta anche di canto e di danza. Geniale uomo di spettacolo e oggi diremmo maestro di comunicazione. La sua fede non è intellettuale o libresca, ma nasce direttamente dalla corporalità, dall’amore per l’uomo così com’è, dalla misericordia, dal rifiuto di giudicare. Ma il romanzo racconta anche la storia di un tradimento e di una contraffazione. Un tradimento che arriva ad attribuire a Francesco, per mano di Bonaventura da Bagnoregio – diventato suo biografo ufficiale – un gesto aggressivo e così poco francescano quale l’aver sfidato il Sultano alla prova del fuoco, poi dipinta da Giotto o da chi per lui ad Assisi.

Questo falso d’autore forse nasconde la dirompente novità di un dialogo fatto di rispetto e di comprensione reciproca che avrebbe potuto cambiare il corso della storia e che il romanzo prova a ricostruire. Il mare della storia fluisce verso il lettore e lo conduce nel porto del dialogo tra le grandi religioni

Un assaggio di lettura

Lo scaffale della freccia

Il Prof. Brandani presenta: ”La bellezza rubata”, di Laurie Lico Albanese

05 Set
5 settembre 2019

Pubblicato su “La Freccia”, Settembre ’19

La bellezza rubata è un romanzo di memorie, quelle memorie che fanno parte del nostro vissuto sociale e culturale (anche se non ce ne accorgiamo) e che, se andassero dimenticate, farebbero perdere un tassello dell’identità unica della nostra storia.
Il libro di Laurie Lico Albanese si sviluppa su due filoni e si svolge in un arco temporale che dura più di un secolo (dalla fine del 1800 fino ai primi anni 2000). Vienna è lo scenario principale, città di sogni e magnificenza che inizia ad aprirsi alle modernità artistiche che meglio rappresentano la verità e la condizione umana, ma dove cominciano anche a svilupparsi i primi focolai dell’antisemitismo.
Adele e Maria sono zia e nipote di origini ebraiche, ma ciò che le ha legate maggiormente non è stato il tempo trascorso insieme (sfortunatamente esiguo) piuttosto i loro caratteri determinati, l’amore per la famiglia, il disprezzo per le ingiustizie e l’arte.
Adele fin da bambina ha sempre mostrato un’acuta intelligenza, amore per l’arte ed una feroce curiosità; tutte doti che all’epoca erano considerate superflue per una donna. Nonostante ciò, grazie alle possibilità della sua famiglia e, soprattutto, grazie al matrimonio con un uomo che l’ha amata e compresa, ha potuto soddisfare i suoi desideri di conoscenza ed è potuta entrare in contatto con le personalità più importanti dell’epoca a Vienna.
Qui conosce Gustav Klimt, artista carismatico e all’avanguardia e lei diventa soggetto di ispirazione per alcuni quadri che sono ancora oggi famosi in tutto il mondo.
Maria comincia il suo racconto nel 1938 quando i nazisti entrano a Vienna e intraprendono il processo di arianizzazione. Di fatto usavano la violenza per espropriare gli ebrei da tutto quello che avevano (case, beni, società lavorative…) obbligandoli a firmare delle carte che rendessero “legittimi” quei furti; tra i numerosi beni confiscati alla famiglia di Maria c’era un quadro della zia Adele ritratta da Klimt.
L’invasione dei tedeschi obbligò tutti gli ebrei a scappare in clandestinità, così anche Maria cominciò il suo viaggio ma, anche dopo molti anni, il pensiero correva al quadro della zia. Lo zio aveva cercato invano di recuperarlo e in punto di morte le aveva chiesto di continuare a cercarlo.
Credo che uno dei messaggi che ci ha voluto trasmettere l’autrice sia quello di salvare la bellezza. Facendo riferimento all’arte «ogni arte ha il suo tempo, ma la bellezza rimane per sempre».
Ogni artista ha sentito e sentirà l’esigenza di adeguare i propri lavori al contesto sociale o alla propria personalità, ma se quello che riuscirà ad esprimere sono le emozioni, le debolezze, le passioni di questo mondo e degli uomini, allora la sua arte durerà nel tempo.

Un assaggio di lettura

Lo scaffale della Freccia