Il Prof. Alberto Brandani presenta: “Qualcuno ti guarda”, di Lisa Jewell

07 Ago
7 agosto 2020

Pubblicato su “La Freccia”, agosto 2020

Lisa Jewell, Qualcuno ti guarda, Neri Pozza, pp. 384, €19

Vi siete mai chiesti cosa vorreste davvero trovare in un romanzo? Forse scene di azione, dialoghi serrati, descrizioni di epoche passate? Di certo ognuno desidera livelli sempre crescenti di tensione: segreti da svelare, personaggi di cui fidarsi e di cui allo stesso tempo dubitare. Tutto questo, e molto altro, si trova nel nuovo romanzo di Lisa Jewell.

Il misterioso cadavere nel primo capitolo ci indurrebbe a pensarlo come un thriller, ma questa storia è un crescendo di ossessioni. Dopo aver conosciuto le normalissime vite dei protagonisti, iniziano a emergere particolari che stonano con l’apparente tranquillità del quadro generale. I dettagli si sommano, alimentando un senso di inquietudine crescente, arte nella quale Jewell è maestra.

Il lettore dubiterà inevitabilmente di ciascun personaggio e allo stesso tempo tiferà per lui. Ai capitoli finali ogni rivelazione, sempre inaspettata, si incasellerà in un inquietante puzzle di ossessioni e segreti.

L’autrice riesce con abilità a far sprofondare il lettore in un sobborgo-bene di Bristol, mostrandogli l’orrore della banalità quotidiana di una ristretta comunità, fino a trascinarlo in una spirale insospettabile. Il vortice delle ossessioni parte da Tom Fitzwilliam, preside del liceo di Melville, affascinante e carismatico, di cui tutte le donne sembrano innamorarsi e di cui anche gli uomini subiscono il fascino. Ombre del passato incombono su di lui, sulla moglie troppo perfetta e su Freddie, il figlio sedicenne, ossessionato dai vicini di cui spia morbosamente ogni mossa.

Il lettore si sente come seduto lì, accanto a Freddie, un po’ come un voyeur. Ed ecco che Jewell inquadra nel suo obiettivo (e nel nostro) Joey, una giovane donna poco più che ventenne che abita a due case di distanza. Joey, da subito, prova una forte attrazione per Tom, nonostante la differenza di età e il bel marito nuovo di zecca.

Incredibile come la scrittrice trasformi pian piano ognuno dei protagonisti in un personaggio diverso, come se l’essere sfiorati da passioni e segreti profondi basti a privarli del tutto delle loro maschere di rispettabilità.

Gli altri personaggi del romanzo gireranno intorno, seguendo il corso del vortice e facendosene fagocitare fino ad avere ruoli quasi da protagonisti.

E veniamo a tre riflessioni di carattere generale, che spero aiutino il lettore nei meandri della complessa trama a più strati. Primo. Ci sono tre film che aiutano a capire come spesso la realtà non è quella che sembra. Da La finestra sul cortile di Alfred Hitchcock a Omicidio a luci rosse di Brian De Palma, fino a Blow up di Michelangelo Antonioni, i protagonisti vedono scorrere la propria vita e le abitudini, ma la realtà si spezzetta in mille frammenti e talora è addirittura incomprensibile.

Secondo. Tutto il romanzo è avvolto in un’atmosfera di sesso “sospeso”: mai compiuto, mai esibito, spesso desiderato e poi reso addirittura malinconico. In tutti, e dico tutti i protagonisti, c’è una forte carica sensuale con risvolti che la lasciano sempre incompiuta. Sospesa, appunto.

In ultimo, il protagonista principale del libro resta il fermo immagine, riprodotto e interpretato in mille modi e con i diversi mezzi della moderna tecnologia. Resta lì, signore implacabile che calma le ansie di chi lo scatta, pietrifica frammenti di vita che talvolta vorremmo rimuovere. E aiuta più di ogni indagine psicologica la risoluzione di casi difficili, illuminandoli con il suo imperturbabile bianco e nero. Il finale? Non lo sveleremo, così come la trama. Ma sarà scioccante e imprevedibile, in perfetto stile Jewell.

Un assaggio di lettura

Lo scaffale della Freccia

Il Prof. Alberto Brandani presenta: “Affidati a me”, di Serge Joncour

14 Giu
14 giugno 2020

Pubblicato su “La Freccia”, giugno 2020

Serge Joncour, Affidati a me, Edizioni e/o, pp. 336, € 17,10

Nel titolo vi è già il nocciolo del romanzo: «Affidati a me», dice Serge Joncour al lettore, «e non ti troverai male». “Affidarsi”, non “fidarsi”. Senza cambiare vita, marito o la sua agiata esistenza, Aurore trova che «c’è qualcosa di nuovo, oggi nell’aria». Non si parla che di una storia d’amore, della ricerca di una boa nel mare mosso della vita. Ludovic e Aurore. Un uomo e una donna così diversi per estrazione sociale, idee, visione della vita. Una coppia improbabile. Eppure, oltre alla naturale ma non scontata attrazione fisica, tra loro crescono piano la fiducia e il rispetto.

Ludovic è un omaccione di 92 chili alto due metri, ex giocatore di rugby, sradicato dalla campagna per fuggire il dolore lancinante della morte di sua moglie. Tre anni sono passati, ma sembra ieri. Fa un lavoro difficile, misero e ingrato: recupera piccoli crediti dalla povera gente per conto di altra povera gente.

Aurore è una giovane borghese di gran classe, sposata con Richard e con due bei bambini. L’atelier di moda che dirige reca in alto il suo nome: Aurore Dessage.

Due universi opposti, in comune hanno solo il cortile di ingresso dello stesso stabile: lei scala A, appartamenti alti e ariosi; lui scala B, dimore piccoli e fatiscenti. Le finestre di fronte.

Istintivamente si evitano, una sorta, si direbbe oggi, di distanziamento sociale. Ma il destino congiura a intrecciare le loro vite scatenando una catena di eventi inimmaginabili. Lo scenario è quello del cortile, la quinta di fondo una Parigi affascinante e malinconica, avvolgente e tenera.

L’abilità dell’autore di questo romanzo tipicamente francese sta nel fare in modo che le vite di Ludovic e Aurore si intreccino pian piano privandoli della loro corazza sociale e lasciandoli nudi con le loro ansie, le paure, in un turbinio di emozioni talvolta sospeso da una sorta di ribrezzo fisico. Due anime in alto mare che galleggiano a malapena senza nessun appiglio.

Joncour, con la delicatezza di parole sempre appropriate (eccezion fatta per l’irreale scena del laghetto ghiacciato) immerge il lettore in una storia che via via prende forma sotto i suoi occhi, anche attraverso l’eccellente caratterizzazione dei personaggi, punto focale dell’intera struttura narrativa. Leggendo, viene fatto spontaneo di domandarsi come quelle due figure agli antipodi possano trovare un punto di contatto tale da scatenare un incontro così vitale e magnetico. Il desiderio violento, lontanissimo dagli schemi che regolano le loro vite, li pervaderà facendoli sentire più leggeri e più consapevoli di sé stessi. In quel suo presente così movimentato, Ludovic rappresenta per Aurore il punto di stabilità. Nonostante amarla porti con sé una serie di rischi, nonostante lei rappresenti tutto ciò che lo disgusta e da cui vorrebbe fuggire, l’attrazione, l’impellente bisogno di aiutarla e, sì, l’amore avranno la meglio. E quel vuoto sorprendente che nasce ogniqualvolta spariscono in sordina l’uno dall’altro, nella propria parte del cortile, si percepisce in ogni pensiero, in ogni silenzio. Ludovic però c’è sempre: sia per «allontanare i corvi che l’atterriscono», sia quando un guasto fa quasi esplodere il bagno di lei. E mi fermo qui per lasciarvi intatte le sensazioni dell’intera trama. Alle volte l’esistenza necessita di un’ancora di salvezza, così vicina e che niente ti chiede. Repose-toi sur moi.

Un assaggio di lettura

Lo scaffale della Freccia

L’Europa? A gennaio c’era poco, oggi abbastanza

01 Giu
1 giugno 2020

Dalla rivista “Espansione” – Maggio 2020

Di Alberto Brandani (sotto con Antonio Patuelli, foto di Umberto Pizzi) 

Proviamo a fare ordine nel rapporto tra l’Italia e l’Europa, anche considerando l’ultimo mese con un minimo di serenità d’animo, che forse la drammatica situazione economica del Paese non sempre consente.
Uno. La Bce è intervenuta in misura massiccia, acquistando cifre ingenti dei nostri titoli di Stato (il 22% del totale) per tenere sotto controllo il famigerato spread. Si è andati oltre il teorema “tutto ciò che serva” lanciato da Draghi. Ha stanziato 750 miliardi, ma la Lagarde ha chiaramente fatto intendere che si arriverà fino a 1.000. Peraltro, ha stabilito una cosa mai accaduta prima, accettare cioè come garanzia, fino all’autunno 2021, a fronte della liquidità fornita alle banche, anche i cosiddetti titoli “spazzatura”. Contraendo il rischio delle banche, seppur temporaneamente, questo impedirà loro di ridurre i prestiti a famiglie e imprese a tassi bassissimi.
Due. Il Patto di stabilità è stato sospeso con benefici indubbi anche per il nostro Paese.
Tre. E’ stato varato il progetto Sure, un fondo da 100 miliardi per la disoccupazione in Europa.
Quattro. Si potrà accedere con il Mes a prelevare 36 miliardi (72mila miliardi delle vecchie lire), senza condizionalità alcuna, per le spese sanitarie e comunque derivanti dalla pandemia. D’altronde sarebbe irragionevole non investire questi danari nel miglioramento del sistema sanitario e anche nel ristoro dei danni che milioni di famiglie italiane hanno subito.
Veniamo infine alla riunione dei 27 Capi di Stato, che sono arrivati a immaginare dal 2021 un Fondo europeo (Recovery Fund) da 1000 miliardi. L’Italia ha chiesto che ne venga anticipato l’utilizzo e nel frattempo i Capi di Stato hanno deciso l’uso del Mes a condizioni leggere, la nascita dello strumento per finanziare la cassa integrazione e un enorme utilizzo della Banca europea degli investimenti.
Sullo sfondo il bazooka della Bce. I 27 hanno dato mandato alla commissione presieduta da Ursula von der Layen di presentare a breve una proposta per il Fondo europeo e la cancelliera Merkel ha detto sì all’uso di enormi risorse dall’Europa per tutti i Paesi, chiedendo convergenza nei diversi sistemi fiscali ed efficienza degli investimenti, quindi niente paradisi fiscali, sperperi o inefficienze.
Ci sembra che si sia fatto, sul piano della comprensione storica del fenomeno, un enorme passo avanti e che il risultato, seppur da perfezionare, sia potenzialmente positivo per la solidità della costruzione europea. Peraltro, chi abbia letto per intero il recente discorso della cancelliera Merkel al Bundestag avrà colto un concetto fondamentale e cioè che nessuna nazione europea è un’isola e che anche la grande Germania è grande in Europa e non può fare a meno dei Paesi del Mediterraneo. Ai molti che consideravano la Merkel in una sorta di strascicato crepuscolo, sembrerà invece che al passaggio decisivo la cancelliera abbia riconfermato la capacità di tenere insieme il tessuto unitario europeo e pure le dinamiche della Germania. Il “coronavirus” ha forse accelerato la capacità di comprensione di tutti. L’Italia per parte sua deve far vedere con forza che ha voglia di produrre ricchezza per poter tornare a distribuirla e che non si affida solo ai sussidi europei. Il dibattito se una parte del Fondo europeo possa essere a fondo perduto non deve trarre in inganno: il nostro Paese non può farcela da solo, ma nulla vieta che, ottenuto tutto il possibile dall’Europa, si pensi anche all’emissione di titoli di Stato trentennali a un tasso di interesse fisso esentasse, da proporre prima ai risparmiatori italiani, poi alle istituzioni finanziarie nazionali e solo in piccola parte della Bce. La vecchia proposta del Ministro del Tesoro Tremonti, ripresa poi da Giovanni Bazoli, può essere sempre un’utile carta di riserva.
Concludendo, dal 1° giugno saranno pronti 540 miliardi. Per l’Italia si tratterebbe di una prima colossale dote: 20 arriverebbero dal fondo Sure, 34 dalla Bei e 36 dal fondo “salvastati”. Considerando che dal Recovery Fund potremmo forse attingere 200 miliardi nel 2021, ci sembra di poter dire che, se a gennaio l’Europa c’era poco, oggi, 5 maggio, potrebbe esserci.

La scuola di tutti

26 Mag
26 maggio 2020

Sperando di fare cosa gradita, pubblichiamo da 

Di Alberto Brandani

La didattica a distanza (DaD) è una risorsa che ha permesso, nell’immediatezza dettata dall’urgenza, di proseguire le lezioni e garantire agli alunni una certa continuità formativa in una situazione nuova, mai provata e decisamente sconcertante. Per i docenti, specialmente quelli un po’ più maturi, è stata anche l’occasione per poter accrescere le proprie competenze informatiche e per avvicinarsi alla realtà quotidiana dei loro alunni.

Tutto sommato, potrebbe essere una soluzione? Un nuovo modello di scuola?

Se a prima vista, e nei primi giorni, l’entusiasmo dettato dalla novità ha portato molti a crederlo, col passare del tempo la dura realtà ha investito tutti, alunni e docenti.

Il vero problema è che la DaD non unisce, ma separa. Invece la scuola in presenza, quella “vera”, avvicina, accomuna. Il docente (mi scrivono Chiara e Adonella, due bravissime che si dedicano interamente ai loro ragazzi) insegna a TUTTI, al figlio dell’avvocato e a quello del fioraio, al rampollo figlio unico e viziato e al quarto figlio di una famiglia monoreddito. Il bagaglio di conoscenze e competenze che offre la scuola in presenza, in cui tutti i docenti insegnano indistintamente a TUTTI, è innegabile e insostituibile, con il plus del rapporto umano ravvicinato, dell’abbraccio, di un gesto di incoraggiamento prima di un compito che dallo schermo di un pc non c’è, non può esserci.

E poi siamo sicuri che questa sia davvero la scuola di TUTTI e per TUTTI?

Al di là delle somme – mai sufficienti, ma lodiamo lo sforzo – stanziate per colmare il divario, non ci si è soffermati abbastanza a esaminare le difficoltà sociali ed economiche delle famiglie alle prese con le richieste di sussidi, la mancanza di lavoro e il dover mettere insieme il pranzo con la cena. In quel caso, la scuola dei figli può essere una priorità? La vedo dura.

A un certo punto, dopo che i vocali di Whatsapp – vera panacea per tutti, perché davvero alla portata di tutti – sono sembrati poco efficaci o poco cool, tutti si sono buttati sulle piattaforme, sulle videolezioni, sugli effetti speciali. Ed ecco, lì ci siamo accorti che mancava Tizio – quello con la mamma stagionale single e l’affitto da pagare – o Caio – straniero con il padre che lavora in nero, due fratellini alla materna e alla primaria e un solo cellulare in tre (ma i giga sono finiti, e chi li paga?) – e Sempronio, che aveva tutti quattro ma «tanto son tutti promossi e a 16 anni smetterà e andrà a lavorare».

Questi ragazzi, e potremmo andare avanti con tanti altri esempi, sono tra le altre vittime della pandemia, quelle nascoste, che non rientrano nelle statistiche, che spariscono nell’oblio di una scuola smaterializzata che ha perso la sua funzione principale: unire, includere, affratellare e spronare a studiare, a impegnarsi, a fare bene, a migliorare sé stessi per conquistarsi un futuro migliore.

Ecco. Quando la DaD è entrata a pieno regime, i docenti si sono accorti che spesso stavano facendo lezione solo ai figli delle classi medio-alte, con pc all’avanguardia, cellullari o tablet supersonici e wi-fi illimitati.

E gli altri? Persi.

Anche il grande prof. Sabatini ci conforta quando scrive: «Si riduce la fisicità dell’insegnamento, che non riguarda solo la gestualità con cui l’insegnante accompagna le spiegazioni, sottolineandone i punti salienti o elevandone le emozioni, ma anche e soprattutto l’abilità manuale guidata fisicamente, che non può essere dimenticata nell’apprendimento della scrittura. Molti sono ormai gli studi che in tempi recenti hanno dimostrato quanto sia importante, per lo sviluppo delle capacità cognitive, conservare, nella scuola primaria, l’apprendimento della scrittura manuale, non disperdendola a favore di quella digitale».

Noi vogliamo aggiungere che vi sono case senza libri, senza spazi e, ahimè, senz’anima. Giorni orsono ho incontrato un anziano professore di Lettere il quale, a proposito della “fisicità” del ruolo, mi raccontava che 40 anni fa, insegnando alle superiori, leggeva in classe tutte le settimane un capitolo de I Promessi Sposi commentandolo, discutendolo e facendone fare poi il riassunto a casa. Ebbene, mi ha riferito che, a distanza di tanto tempo, trova ancora allievi i quali, tra tutti gli insegnamenti ricevuti, ricordano proprio I Promessi Sposi.

L’avranno fatto per compiacere il vecchio insegnante? Qualcuno forse sì, ma chissà, pensiamo piuttosto che sia dovuto alla grandezza delle pagine del Manzoni. Solo, bisognava leggerle.

P.S. A proposito della querelle tra il Ministro della Pubblica istruzione Azzolina e… l’imbuto di Norimberga, che ha fatto la felicità del web e ha prodotto uno dei più esilaranti Caffè di Gramellini (piccolo pensierino mattutino sul Corriere della Sera), vorrei sommessamente ricordare che l’esatta citazione è di Plutarco: «Gli studenti non sono vasi da riempire ma fiaccole da accendere». Come vedete, gli imbuti e altre diavolerie di idraulica non c’entrano nulla. Sbagliare si può tutti, ma insistere… La saggezza dei latini: “Errare humanum est, perseverare autem diabolicum”.

Il Prof. Alberto Brandani presenta: “Il silenzio delle ragazze”, di Pat Barker

08 Mag
8 maggio 2020

Pubblicato su “La Freccia”, maggio 2020

Quando Limesso, piccola città alleata di Troia, viene distrutta dai greci, Briseide, figlia di un re, viene catturata come tutte le altre donne e consegnata come un trofeo al grande Achille. A 19 anni diventa schiava, concubina, infermiera, pronta a soddisfare ogni desiderio del suo padrone. È lei il premio di guerra di Achille il Pelide, proprio colui che ha letteralmente “macellato” tutta la sua famiglia.
L’epica guerra di Troia è sempre una magnifica storia da leggere, una storia che parla di eroi, semidei, sconfitti, malvagità. E di donne, schiave e regine. Qui, dove tutto comincia con una donna e per una donna, le donne sembrano mute, asservite. «Alle donne si addice il silenzio», si legge nel romanzo di Pat Barker, che si è posta l’obiettivo di raccontarci la guerra di Troia con gli occhi delle schiave.
L’impianto è teatrale, quasi si colgono le quinte di scena che di momento in momento legano la storia. È un manifesto femminista, crudo e violento, una perfetta sceneggiatura per un film di Quentin Tarantino, trucido e splatter, con ossa, budella e topi morti a iosa che vanno avanti per pagine e pagine. Sappiamo bene che le descrizioni di guerra sono tremende anche nei grandi classici, ma pure che le frasi più celebri della letteratura si costruiscono per sottrazione. «La sventurata rispose» di manzoniana memoria non è forse quel che resta dopo che Manzoni ebbe sottratto pagine e pagine? Attraverso il racconto disincantato e verace di Briseide, entriamo nell’accampamento greco dove si aggirano Agamennone, Patroclo e Ulisse. I loro sentimenti, le loro turbe, le passioni. E ci sembrano meno dèi e più semplicemente uomini. Pat Barker ha cercato di dare voce a quei soggetti della storia che mai ne hanno avuta: le donne mute della terribile guerra di Troia, capaci di guardare ogni cosa con altri occhi e altro cuore.
Eppure, riflettendo attentamente, cogliamo che con il tempo ogni confine nell’accampamento acheo è destinato a sfumarsi, ogni separazione sembra sfaldarsi fra chi condivide la stessa condizione umana. La posizione dei guerrieri achei è ben diversa da quella delle schiave troiane, ma alla fine il destino di tutti, uomini e donne, vincitori e sconfitti, è subordinato alla stessa logica violenta e disperata della guerra. È in questo contesto che può nascere e materializzarsi un sentimento affettuoso verso il proprio rapitore o un gesto ospitale verso il più acerrimo nemico. Ed è qui che, al di là delle intenzioni dell’autrice, svettano i tre protagonisti di un romanzo che colpisce al cuore. Di Briseide abbiamo già detto, ma non possiamo dimenticare il grande amore che suscita Patroclo in lei e presso Achille: un bimbo strappato alla sua famiglia per un tragico gioco finito male. E che dire della splendida malinconia di Achille, abbandonato a sette anni dalla madre, che si immerge possente nel mare nella speranza di carpirne qualche frase? Nell’animo dei tre protagonisti, in particolare di Achille e Patroclo, scende un pianto disperato che viene recuperato come visione onirica della vita e balsamo lenitivo delle angosce, delle paure e malinconie di noi comuni mortali. Sono pagine e sensazioni che, per dirla in gergo teatrale, “valgono il biglietto”.

Un assaggio di lettura

Lo scaffale della Freccia

Class CNBC intervista Brandani: prove di fase2, il rebus del distanziamento sui mezzi pubblici

02 Mag
2 maggio 2020

Di Luca Mattei, da FS News

 

Treni e autobus semivuoti in tempi di lockdown, chiamati ad assicurare il distanziamento sociale nelle settimane e mesi a venire con un progressivo aumento di viaggiatori. La situazione del trasporto pubblico alla prova del Covid-19 è stata oggetto di un’attenta riflessione di Alberto Brandani, presidente di Federtrasporto in un’intervista a Class CNBC.

«Nel settore del trasporto pubblico locale abbiamo avuto finora una contrazione del 95% del numero di passeggeri e del 90% dei ricavi da traffico, mentre la riduzione della produzione mediamente è andata dal 25 al 40%. A fronte di un crollo verticale dei ricavi, i costi sono rimasti sostanzialmente alti, considerando i fornitori, il personale, i mezzi, le nuove procedure di sanificazione, l’adozione dei dispositivi di sicurezza. È evidente che così viene a mancare la sostenibilità economica del servizio».

E il problema si pone anche nel futuro quando l’offerta di servizi dovrà aumentare, teoricamente anche più di quella ordinaria, per tentare di assicurare un sufficiente distanziamento sociale a bordo dei convogli. «Il TPL, in tutte le società del mondo, aveva due requisiti: avere costi relativamente bassi e far arrivare nel più breve tempo possibile in un determinato posto il maggior numero di utenti. Con il distanziamento previsto questi requisiti sono messi in grave difficoltà». È necessario quindi studiare degli specifici interventi con cui sostenere il settore del trasporto. «Le misure che il Governo ha assunto – prosegue Brandani – come la cassa integrazione e il credito garantito fino al 90%, sono importanti ma non sufficienti per evitare il collasso del sistema». Una possibile soluzione economica potrebbe giungere dall’Europa. «Ritengo si debba fare una battaglia – dichiara Brandani – affinché nei cospicui fondi di intervento della BEI ci siano delle quote dedicate proprio al ristoro dei mancati budget delle aziende di trasporto».

Secondo Brandani, almeno in questa prima fase di progressivo ritorno al lavoro, c’è un compartimento del trasporto che potrebbe avere meno difficoltà: «Il trasporto regionale ferroviario si potrà difendere meglio perché finora sono stati in circolazione 2.000 treni regionali al giorno e Ferrovie dello Stato pensa di farne scendere in campo dal 4 maggio da 3.500 a 4.000, e dovrebbe essere quindi più facile assicurare il distanziamento richiesto. Penso invece alle metropolitane, lì ci sarà una difficoltà estrema. E, in prospettiva, se i treni regionali – conclude Brandani – continueranno penso a essere molto utilizzati, temo che nelle grandi città il collasso temporale nelle ore di punta implicherà la preferenza per una serie di strumenti alternativi, come auto private e bici».

Premio Letterario Internazionale Elba-Brignetti: presto la terna dei finalisti. La cerimonia di premiazione in Autunno

01 Mag
1 maggio 2020

Continua l’attività del Premio Brignetti che entro la prima decade di Maggio dovrebbe definire la terna dei tre libri finalisti che si contenderanno l’ambizioso riconoscimento letterario.

A questo proposito il Prof. Alberto Brandani presidente della Giuria Letteraria ha rilasciato la seguente dichiarazione: “I lavori del Premio Brignetti stanno andando avanti con il conforto dell’intera Giuria Letteraria. Le case editrici hanno risposto in modo intelligente e mirato mostrando così l’attenzione che le stesse rivolgono a questa ormai storica presenza nel panorama letterario italiano. Ringrazio tutti i colleghi per il lavoro che stanno facendo e che ci dovrebbe consentire di licenziare la terna dei finalisti entro la prima quindicina di Maggio. La parola passerà poi alla Giuria Popolare che sarà in buona sostanza giudice ultimo di questo nostro percorso che non abbiamo voluto interrompere per dare, nel nostro piccolo, un segnale che anche la vita culturale va avanti. Ringrazio anche tutti coloro della Giuria Letteraria che si sono battuti, nei modi e nelle possibilità consentite, al fine di esercitare una moral suasion nella battaglia per la riapertura delle librerie. Un faro di luce in queste nottate di isolamento che hanno pervaso l’intero Paese. In stretto raccordo con il Comune di Portoferraio (storico padrino della manifestazione) nella persona del suo Sindaco Angelo Zini e sentito il Comitato Promotore e il suo presidente Prof. Giorgio Barsotti abbiamo in piena armonia convenuto lo spostamento della cerimonia di premiazione al prossimo autunno perché vogliamo dare, speriamo, ai nostri affezionati lettori e sostenitori la possibilità di godersi appieno la serata che incoronerà il vincitore”.