La Freccia Magazine nella Giornata Mondiale del Libro

24 Apr
24 Aprile 2020

Gramellini e Feltri (Mattia) sugli scudi al tempo del colera (sic) virus

23 Apr
23 Aprile 2020

Dobbiamo esser grati a tanti giornalisti che in questi tempi calamitosi ci illuminano con le loro analisi e le loro osservazioni. Da Ernesto Galli della Loggia al coraggioso Pierluigi Battista al sulfureo Aldo Grasso. Ma due su tutti ricevono la nostra benevola gratitudine: Gramellini e Mattia Feltri. Con i loro pensierini mattutini dissacrano le ampollosità, ironizzano al meglio, ridicolizzano quanto basta. Il tutto in modo comprensibile a qualunque lettore. I loro pezzi credetemi sono imperdibili.

Ne cito solo due tanto per capirsi: I delitti del telo da spiaggia di Massimo Gramellini e Il tempo della corrida di Mattia Feltri. Ma tant’è sono un po’ come gli episodi del celeberrimo Commissario Montalbano, tutti penetranti, acuti, esemplari. Nel 430 a.c. Tucidide descrivendo la peste ad Atene scriveva grossomodo “che di tutto il male la cosa più terrificante era la demoralizzazione da cui venivano prese le persone” e il conseguente montare di rancore e di panico. Mi pare che da allora poco sia cambiato e allora ancora grazie ai loro mattinali. Avrebbero avuto l’ammirazione di Giovenale ma in tempi ahimè più modesti si debbono contentare di quella di noi comuni mortali.

Il Prof. Brandani presenta: “La misura del tempo”, di Gianrico Carofiglio

05 Apr
5 Aprile 2020

Pubblicato su “La Freccia”, aprile 2020

Gianrico Carofiglio, Einaudi, pp. 288, € 18.

Tutte le volte che in tv appare Rosario Fiorello o suo fratello Beppe, la maestra Susanna, a me cara, esclama: «Che soddisfazione deve essere per la mamma averli tutti e due belli, bravi e buoni! La madre dei Gracchi!». A parte il fatto che la signora Fiorello di figli ne ha quattro (e mi sembrano tutti bravi), questa battuta è rimbalzata nella mia mente al momento di scegliere il libro di aprile tra altri due fratelli colti, fascinosi e perbene (chissà la madre…), tra le pennellate da Macchiaioli dell’affresco fiorentino e toscano di Francesco Carofiglio (L’estate dell’incanto) e il thriller completamente sui generis del fratello Gianrico. Ho optato per La misura del tempo, a metà strada tra il giallo, un trattato di diritto penale, gli amori svaniti di un tempo e continue variazioni ritmiche che ne fanno un romanzo sospeso tra riflessione e thriller, senza che mai si stacchi la corrente tra autore e lettore.
In una conferenza, molti anni or sono, ricordo di aver sostenuto che ci sono due cose contro le quali nulla si può: il tumore e la giustizia ingiusta. Se queste cose accadono, la sventurata vittima può solo sperare di uscirne, prima o poi. Certo è che il tempo logora talvolta in via definitiva gli involontari protagonisti di queste vicende. Anche il cliente di Guerrieri, l’avvocato ormai classico di Gianrico Carofiglio, sembra rientrare in questa categoria: accusato di omicidio, la giustizia ingiusta si accanisce contro di lui, ma del finale del thriller non svelerò nulla.
L’amico e scrittore Diego De Silva aveva suggerito all’autore di scrivere un manuale di procedura penale, «convinto che un testo universitario firmato da un romanziere di successo sia un supporto didattico che affrancherebbe gli studenti dalla pedanteria di tanti libri». A nostro modesto avviso Carofiglio non ha dato retta a De Silva, pensiamo piuttosto che abbia voluto condurre con una prova di forza il lettore dentro labirinti inaccessibili a tutti se non a quei penalisti che frequentano assiduamente le aule dei tribunali e apparecchiano una perenne dialettica tra le ragioni della difesa e dell’accusa. La scelta di riprodurre integralmente parte degli atti processuali con caratteri tipografici specifici risponde alla spietata esigenza del legal thriller, che non dice mai se il protagonista è colpevole o innocente, solo se viene assolto o condannato. Il grande Nino, noto penalista toscano, è solito definire il processo penale come un duello western: vince solo chi si salva.
Una seconda osservazione è relativa alla “misura del tempo”, un titolo se vogliamo proustiano. Mai come in questa opera il tempo si muove secondo i sussulti dell’anima, i ricordi del cuore e la conturbante bellezza di Lorenza. Quando tale bellezza è descritta così bene in pochi frammenti, vuol dire che attimi di quella vita amorosa sono rimasti incompiuti. L’avvocato Guerrieri, eroe riluttante ma non troppo, a metà tra la stanca malinconia di Humphrey Bogart in Casablanca e i trench all’americana di Raymond Chandler, trova un qualche sollievo negli abbacinanti chiarori del lungomare di Bari. E come sia fisicamente il protagonista lo scoprirete facilmente girando pagina.

Un assaggio di lettura

Lo scaffale della Freccia

La Nazione e La Freccia su un angolo di Livorno

24 Mar
24 Marzo 2020

Il professore-manager dà le pagelle alle infrastrutture italiane. La rivista ‘Espansione’ intervista il Prof. Brandani

17 Mar
17 Marzo 2020

Espansione. L’Economia nero su bianco

Rivista mensile, Anno 51 n. 1 Febbraio 2020

Alberto Brandani

Il professore-manager dà le pagelle alle infrastrutture italiane

Intervista di Giorgio Napoli (scarica il PDF)

Alberto Brandani professore-manager, un’ininterrotta passione per la cultura e i libri, vent’anni ai vertici di MPS e poi nei cda di Anas e Ferrovie dello Stato, è oggi Presidente di Federtrasporto Confindustria.

Professor Brandani, qual è il mezzo di trasporto che preferisce?

Viaggio moltissimo ogni settimana tra Roma e la provincia di Siena, con frequenti “deviazioni” anche in altre città italiane. L’autonomia e l’indipendenza che consente l’auto privata è impagabile per questo. Sono al tempo stesso un affezionato cliente del Frecciarossa, l’alta velocità mi permette di andare e tornare in giornata anche tra Milano e Roma. Nel weekend, però, mi piace il viaggio slow (ad esempio gli itinerari storici che propone la Fondazione FS sono molto interessanti).

Salga in cattedra e dia le pagelle a strade, treni e aerei.

Guardando il quadro d’insieme mi sento di poter dire che il trasporto ferroviario ha letteralmente rivoluzionato la mobilità degli italiani, l’alta velocità è di fatto diventata una infrastruttura di irrinunciabile utilità per tutti noi. Non a caso è chiamata la metropolitana d’Italia che ha cambiato il modo di vivere e di lavorare.

Il trasporto stradale non conosciuto rivoluzioni negli ultimi anni ma continua ad essere la modalità di gran lunga più utilizzata sia per il trasporto di persone che di merci. Il trasporto aereo è cresciuto notevolmente negli anni sia in termini di passeggeri trasportati che di opzioni di scelta e qualità dei servizi.

Date le condizioni di contesto e la conformazione fisica dell’Italia, tutt’altro che facili per ciascuna delle modalità di trasporto, mi sento di promuovere ampiamente il trasporto intermodale, integrato e sostenibile.

Se avesse la bacchetta magica che farebbe per migliorare il sistema dei trasporti?

Rilanciare gli investimenti in infrastrutture e fare manutenzione, dare il via ai lavori delittuosamente fermi e partecipare attivamente ad un grande piano europeo di investimenti infrastrutturali da 1.000 miliardi da cui deriverebbero grandi benefici per l’Italia.

Il problema vero del nostro Paese non sono tanto le risorse economiche, considerata la possibilità di ricorrere alla tecnica del Project Financing per realizzare quelle opere pubbliche suscettibili di produrre reddito (quali ad esempio autostrade, metropolitane e termovalorizzatori), quanto soprattutto l’incapacità di trasformare quelle risorse in cantieri evitando di mettere in discussione anche le opere già finanziate ed in corso di realizzazione. Per questo, nelle more di una riforma più ampia, dovrebbero essere recuperati strumenti come quello del Commissario straordinario, analogamente a quanto ha fatto il Governo per la ricostruzione del ponte di Genova. Andrebbe anche rivisto il codice degli appalti depennando quelle norme di recente introdotte che, pur con le migliori intenzioni, hanno di fatto complicato le procedure.

Secondo lei, le autostrade italiane sono sicure?

Le autostrade a pedaggio italiane, esclusa la parte in gestione ANAS, costituiscono il 2% circa della rete stradale nazionale ma oltre il 25% del traffico. Sono infrastrutture risalenti per lo più agli anni ’50, in continuo ammodernamento e caratterizzate da un numero di opere s’arte molto superiore a quello di altri Paesi europei, la cui manutenzione richiede ingenti mezzi e risorse. Nonostante siano applicate tariffe tra le più contenute d’Europa, abbiamo una rete autostradale di buona qualità. Ricordo come siamo stati i primi in Europa a dimezzare il numero dei decessi autostradali nel periodo 2001-2010, decremento proseguito nel tempo (-62% al 2017) e che tuttora persiste.

Non mi sottraggo certamente dall’esprimere amarezza per la tragedia del ponte Morandi e per le eventuali inadeguatezze che potessero emergere: essa è al vaglio della magistratura che, ne siamo certi, riuscirà a dividere il loglio dal grano.

Concludendo, direi che il confronto internazionale ci vede sicuramente ai primi posti e un voto alla rete non può che essere positivo.

Il Prof. Brandani presenta: “Ladies Football Club”, di Stefano Massini

04 Mar
4 Marzo 2020

Pubblicato su “La Freccia”, marzo 2020

C’era una volta un bambino dotato per il nuoto. La famiglia a cinque anni glielo impose. In realtà amava il pallone e arrivato a dieci anni disse, tutto serio, alla madre: «Da oggi andrò solo a calcio». Trent’anni dopo, da manager affermato, continua a giocare nelle squadre di seconda categoria. E, in una vita ricca di incontri ai massimi livelli, non può certo fare a meno di passare le sue domeniche nella squadra del Radicondoli. Del resto, Bernard Shaw diceva, grosso modo, che il calcio racchiude in 90 minuti l’intero universo e il Balzac di questo epico sport, Gianni Brera, aveva per primo colto nel campionato di calcio una metafora della vita. Ma su questo torneremo.

Con il suo bel libro Stefano Massini ci regala un’autentica ballata. L’architettura linguistica e teatrale racchiude i capitoli in una cornice ideale che parte dalla squadra e finisce a Stamford Bridge. Il risultato scenico e acustico è a dir poco spettacolare: nel leggere i numeri delle maglie e i nomi sembra di sentire gli altoparlanti dello stadio e, per dirla come il grande Mourinho, «il rumore dei nemici».

Ma veniamo alla storia. È il 6 aprile 1917. Gli Usa entrano in guerra, il bollettino dei morti si allunga ogni giorno e Lenin sta preparando la rivoluzione russa. Nel cortile di una fabbrica di munizioni di Sheffield, durante la pausa pranzo, un gruppo di operaie prende a calci una palla, un prototipo innocuo di bomba, abbandonato là. È il calcio d’inizio di questa storia, il primo sfogo di rabbia di queste donne: mariti, padri e figli sono in guerra, mentre loro combattono contro la solitudine e lo schifo. Undici donne, 11 storie, 11 guerriere che vogliono fare la loro parte. Massini disegna ciascuna, c’è chi legge Marx, chi vuole essere invisibile oppure diventare suora. Penelope parla in un modo tutto suo e vede le cose come stanno, Rosalyn, enorme, difende la porta come se ne andasse della sua stessa vita. Queste povere anime vengono ricamate con lo stesso filo e poi sollevate in alto tutte insieme. E si fondono in una sola meravigliosa entità: le Ladies Football Club. Hanno insegnato loro a essere pazienti e compassionevoli crocerossine. E invece diventeranno una squadra, la prima in assoluto, che osa sovvertire le regole di un gioco allora solo maschile. Indosseranno pesanti divise nere e si sentiranno vive insieme, sul campo. Con l’entusiasmo di prendere a calci una palla e infilarla in rete (non importa quale!).

Saranno, insomma, le nostre eroine. A volte perdono, ma quando Rosalyn Taylor scappa via stringendo un pallone, forse tutto lo stadio di Stamford Bridge sarebbe voluto fuggire con lei. Beppe Severgnini sarebbe d’accordo. Il campionato di calcio è una metafora perfetta della vita e del campionato del potere con quattro regole ferree:

  1. quantità (intesa come allenamento e dedizione), è solo un prerequisito;

  2. qualità, estro, fantasia intelligente;

  3. benevoli, perché dai gravi infortuni non sempre si riesce a risollevarsi;

  4. fisico bestiale, per sopportare le avversità, i veleni, le cattiverie e le ingiustizie.

Sapendo che alla retorica domanda «ma ne valeva la pena?» si possa rispondere senza incertezze (le ragazze inglesi e tutti noi) «sì, ne vale la pena».

Un assaggio di lettura

Lo scaffale della Freccia

Il Prof. Brandani presenta: “Cambiare l’acqua ai fiori”, di Valérie Perrin

06 Feb
6 Febbraio 2020

Pubblicato su “La Freccia”, febbraio 2020

A Livorno, in via dell’Ardenza, c’è il Cimitero della Purificazione. L’ingresso è un viale odoroso, sulla destra cappelle di famiglie livornesi della buona borghesia, a sinistra i marmisti che lavorano tranquilli. Il cielo è sempre terso e il salmastro arriva prepotente. Ovunque un senso di pace. Attraversando la strada, al numero 2 c’è il negozio di fiori gestito dalla signora Graziella e dalla figlia Laura e, prima di loro, dalla ottuagenaria Silvia. Ricordano i nomi di tutti, le dimensioni dei vasi, i fiori preferiti. Consigliano sempre orchidee e margherite e hanno sulle labbra parole di composta allegria.

È proprio tutto vero, allora, mi son detto leggendo l’incipit del bel libro di Valérie Perrin. Nel romanzo Violette Toussaint è la guardiana di un piccolo cimitero. Gentile, solare e dal cuore grande. Durante le visite ai loro cari, tante persone la vanno a salutare. Un giorno si presenta un poliziotto con una strana richiesta: sua madre, recentemente scomparsa, ha espresso la volontà di essere sepolta in quel lontano paesino, nella tomba di uno sconosciuto signore del posto. Da qui si dipana una ragnatela di intrecci e sussulti che tengono avvinghiato il lettore fino all’ultima riga, lasciando però a ogni capitolo una sua peculiarità di sentimenti; ogni pagina fa commuovere e piangere, ma anche lievitare di passione e di speranza. Una speranza alimentata dallo stesso amore che pervade l’intero libro.

Cambiare l’acqua ai fiori è una storia d’amore, anzi una storia dell’Amore in tutte le sue forme, da ogni prospettiva. Amore per un uomo, per una figlia, a volte amore proibito o non ricambiato, amore che resiste anche alla morte. Un sentimento che ci fa gioire, certo, ma anche soffrire, di un dolore che s’insinua più in profondità di qualsiasi altra cosa.

Violette è la protagonista assoluta attorno alla quale ruotano tutti gli altri personaggi, una ragazza sbattuta dal destino, ma che non ha paura d’amare. Si butta a capofitto e resiste, anche quando fa male.

Philippe Toussaint è suo marito. Bello e dannato, rovinato dall’amore morboso dei suoi genitori, donnaiolo incallito, innamorato da sempre della giovane moglie dello zio, che però non insidia proprio per amore (dello zio), inconsapevolmente innamorato di Violette, nonostante le sofferenze che le infligge. E poi il sesso. Tanto sesso. Raccontato in modo così naturale, da farlo apparire e scomparire, eppur tuttavia un balsamo della vita.

La struttura della storia è basata su piani temporali differenti e sull’intreccio di vite diverse, una legata all’altra, magnificamente raccontate. Sarà bene, però, non svelare altro per non rovinare il perfetto incastro costruito dall’autrice e non indicare la via d’uscita di questo labirinto di emozioni.

Leggere il romanzo è come bere amore a lunghi sorsi, assaporando i sentimenti attraverso l’impronta fotografica di Valérie Perrin. Merito, forse, anche del rapporto strettissimo, di vita e di lavoro, con Claude Lelouch, uno dei menestrelli d’amore della cinematografia mondiale. Immergiamoci, allora, completamente nell’atmosfera di una piccola comunità, paradossalmente allegra, che quasi riesce a formare una famiglia in un luogo di morte: un piccolo cimitero di provincia che ospita la Vita, quella vera, autentica, che sopravvive a ogni dolore. Pronta, come Violette, a meravigliarsi per una goccia di rugiada sulla corolla di un fiore.