Author Archive for: Alberto Brandani

Ritratto di Ettore Bernabei: un protagonista del suo tempo

13 Giu
13 Giugno 2021

Da La Freccia di giugno

Napoleone, mito e leggenda

04 Giu
4 Giugno 2021

Di Alberto Brandani, su La Freccia

La notizia della morte di Napoleone Bonaparte fu pubblicata sulla Gazzetta di Milano il 16 luglio 1821. Alessandro Manzoni l’apprese l’indomani e, in tre soli giorni, compose l’inno che, ancora manoscritto, si diffuse rapidamente per divenire presto celeberrimo. Manzoni nutriva sentimenti antinapoleonici, ma di fronte all’evento subì il fascino del genio. «Che volete?», diceva allo storico Cesare Cantù, «era un uomo che bisognava ammirare senza poterlo amare; il miglior tattico, il più infaticabile conquistatore, con la maggiore qualità dell’uomo politico, il sapere aspettare ed il saper operare. La sua morte mi scosse come se al mondo venisse a mancare qualche elemento essenziale; fui preso da smania di parlarne, e dovetti buttar giù quest’ode, l’unica che si può dire improvvisassi in men di tre giorni». (C. Cantù, Alessandro Manzoni. Reminiscenze, Milano, Treves, I, pag. 113). «Ei fu», due parole di straordinaria efficacia. «Ei» perché è lui l’uomo di cui tutto il mondo parla e «fu», non perché è morto, ma perché è entrato nell’Olimpo degli immortali.

«Dall’Alpi alle Piramidi,

dal Manzanarre al Reno,

di quel securo il fulmine

tenea dietro al baleno;

scoppiò da Scilla al Tanai,

dall’uno all’altro mar.

Fu vera gloria?

Ai posteri l’ardua sentenza».

Francesco De Sanctis scrisse che rappresentare le grandi vittorie in altro modo sarebbe stato impossibile. Manzoni ci fa capire non solo che Napoleone provò tutto, ma anche che due interi secoli guardarono a lui come l’homo faber che poteva guidarli e comandarli.

«Tutto ei provò: la gloria

maggior dopo il periglio,

la fuga e la vittoria,

la reggia e il tristo esiglio:

due volte nella polvere,

due volte sull’altar.

Ei si nomò: due secoli,

l’un contro l’altro armato,

sommessi a lui si volsero,

come aspettando il fato;

ei fe’ silenzio, ed arbitro

s’assise in mezzo a lor».

«E sparve». Siamo qui a una meravigliosa riflessione sull’effetto lirico e sulla malinconia che subentra nei grandi condottieri quando la parabola si fa discendente e vengono fuori le cose peggiori degli uomini («l’immensa invidia» e «l’inestinguibil odio») e «il cumulo delle memorie» scese a frenare la «stanca man».

«E ripensò le mobili

tende, e i percossi valli,

e il lampo de’ manipoli,

e l’onda dei cavalli,

e il concitato imperio,

e il celere ubbidir».

Certo, l’emozione religiosa di Manzoni ci dice che la Provvidenza e il Dio che affanna e consola, alla fine, gli sono stati vicini.

A distanza di 200 anni Il cinque maggio, scritta da Manzoni e tradotta in tedesco da Johann Wolfgang von Goethe, ci aiuta a ricordare come le più grandi menti del tempo, ancorché distanti fra loro, abbiano provato un’emozione profonda.

Napoleone è il monumento vivente alle qualità dell’uomo che lui tutte racchiude. Condottiero ineguagliabile, stratega supremo, uomo coltissimo, porta sempre al seguito nei campi di battaglia una biblioteca di 600 volumi divisa in comparti. Saccheggia di capolavori l’Italia pittorica per fare del Louvre il più grande museo del mondo. Ma, mentore universale, valorizza anche l’Accademia di Brera. Con lui la parola e la comunicazione diventano di una modernità sconvolgente. A tutte le classi sociali, dalle più povere a quelle della borghesia, manda un messaggio inequivocabile: se sono diventato imperatore io, di umili origini, lo potete diventare anche voi, anzi voi lo siete già con me, in una sorta di millenaria reincarnazione. Si comprenderà come i balletti e i belletti delle corti europee, con le loro enormi spese, il dispregio del merito e l’arroganza di smisurate ricchezze parassitarie, non potevano competere con il generale dagli occhi d’aquila che veniva dalla Corsica. L’Europa popolare e quella colta riconoscevano entrambe in Napoleone il valore della competenza nella sua più assoluta esplicitazione.

E se è vero che dovremo prima o poi recuperare lo studio autentico della storia nelle nostre scuole, di Napoleone c’è davvero bisogno. Per i contemporanei di allora, per gli uomini di oggi, per gli studiosi e i giovani di domani, l’aquila napoleonica vola sempre alta nei cieli, lontana, irraggiungibile. Ma le sue opere, le sue intuizioni faranno sempre parte del patrimonio dell’umanità. E anche Manzoni, con Il cinque maggio, volle sentirsi indiscutibilmente coinvolto in questo sentimento universale.

Selezionata la terna finalista della 49^ edizione del Brignetti

31 Mag
31 Maggio 2021

Presieduta dal presidente prof. Alberto Brandani, il giorno 25 maggio alle ore 16:00, si è tenuta la riunione della Giuria letteraria del Premio Letterario Internazionale Isola d’Elba – R. Brignetti che ha selezionato la terna finalista dei libri che si contenderanno la vittoria del prestigioso premio giunto quest’anno alla 49^ edizione.

Le tre opere prescelte, che saranno adesso sottoposte al giudizio della Giuria popolare sono:

·         ITALIANA di Giuseppe Catozzella – editore Mondadori

·         IL GIOCO DELLE ULTIME VOLTE di Margherita Oggero â€“ editore Einaudi

·         QUEL MALEDETTO VRONSKIJ di Claudio Piersanti – editore Rizzoli

La scelta del vincitore sarà determinata dal voto congiunto della Giuria letteraria e di quella popolare. L’esito di tali votazioni verrà reso pubblico durante la conferenza stampa che si terrà sabato 4 settembre, poche ore prima della cerimonia di premiazione prevista a Portoferraio presso il Museo Archeologico della Linguella.

Questa la dichiarazione rilasciata del presidente Alberto Brandani a margine della riunione: “E’ stato un lavoro faticoso, di composizione di un articolato sentire da parte dei colleghi reso anche complicato da difficoltà di lavoro logistiche e tecniche. In coscienza si tratta di autori di sicuro livello che onoreranno l’albo d’oro del Premio Brignetti: albo d’oro tra i più prestigiosi dell’intero panorama letterario italiano“.

L’Elba di Bonaparte

23 Mag
23 Maggio 2021

CRONACHE BREVI DAL PIU’ PICCCOLO DEI LUOGHI NAPOLEONICI. A 200 ANNI DALLA MORTE DELL’IMPERATORE FRANCESE.

Di Alberto Brandani, da La Freccia.

«Vado all’Isola», dice tutta la gente. Oppure, con mestizia: «Vado in continente». Sessanta minuti è il tempo che la motonave impiega da Piombino all’Isola d’Elba, sufficiente per mutare lo stato d’animo del viaggiatore in sollievo e serenità, appena si comincia a intravedere la sagoma di Cavo, prima propaggine elbana, fino a quando il rosa stanco delle case di Portoferraio sembra stingere nelle acque del porto. Mentre alla sinistra del viaggiatore, stupito e intontito da tanta bellezza, appare arcigno e serrato, lassù in alto, il castello del Volterraio.

Tanti anni or sono, fui introdotto all’amore per quest’isola dalla famiglia di mia moglie, elbana doc nata allo Schiopparello. Ne rimasi subito affascinato, per il senso di profonda pace, la quiete stagnante e la privacy assoluta. Ho amato l’Elba in tutte le sue stagioni, anche se d’estate viene in parte divorata da turisti frettolosi; i frequentatori delle Ghiaie – con i suoi ritmi da primo ‘900 e le trasparenze del mare che nulla hanno da invidiare a quelle di Rangiroa – sanno, però, che ogni spicchio di terra ha un suo sapore particolare.

Napoleone non deve averla vista così. Era una fortezza imprendibile Portoferraio, un’isola nell’isola, cinta dai bastioni arcigni delle mura medicee, protetta da forti possenti, irta di cannoni. Questo l’imperatore sconfitto lo sapeva benissimo quando, nell’aprile 1814, patteggiò con gli Alleati il minuscolo Regno dell’Elba.

Nel Mediterraneo la città-fortezza era il posto migliore per difendersi, nel caso ai suoi nemici fosse venuta l’idea (e venne davvero) di deportarlo in un altrove più lontano e anzi definitivo: già in ottobre, durante il Congresso di Vienna, si cominciava a parlare delle Azzorre, dell’America, di Sant’Elena.

Per un bizzarro caso del destino, quest’isola strategica e marginale insieme, ripiegata su se stessa, senza strade, con i paesi arroccati sulle colline che si guardano in cagnesco l’un l’altro, che campava poveramente delle sue miniere di ferro, di un po’ di vino esportato in continente e delle sue tonnare, doveva ospitare per dieci mesi il personaggio più complesso, enigmatico e ingombrante della storia moderna. Era il 4 maggio 1814 – un giorno grigio, di bonaccia e pioggia leggera – quando una fregata inglese depositò a terra l’illustre sconfitto. Gli elbani, preoccupati e diffidenti, ma curiosi di “vedere che effetto fa la disgrazia”, dovettero inventarsi su due piedi una cerimonia d’accoglienza e un Te Deum in duomo, ancora odoroso di muffe invernali.

Nell’attesa l’imperatore riuscì a scorgere a Magazzini, località nell’ampia e dolce baia di Portoferraio, una bella villa di solidità ed eleganza rinascimentali, affacciata sul mare tra i vigneti. Era la casa di Pellegro Senno, uno dei notabili dell’isola, affittuario della tonnara e fornitore di presidio militare, genovese d’origine. Napoleone, che era in grado di immagazzinare nei gigabyte della sua prodigiosa memoria anche i particolari più insignificanti, lo ricordava a Parigi nel 1803 con una delegazione di deputati elbani. E lo stimava: «Ci vogliono quattro ebrei per fare un genovese!».

Alle quattro del pomeriggio tutto era pronto: i soldati, il baldacchino foderato di stagnola, la bandiera con le tre api dorate, antico simbolo di regalità che lui stesso aveva scelto. Il sindaco Pietro Traditi consegnò all’ospite le chiavi della città, inventate sul momento, impappinandosi mentre tentava un discorso. Le prime notti fu ospitato in Municipio, detto la Biscotteria perché un tempo lì vi si cuocevano le gallette per i naviganti. Individuò la zona dei Mulini come il posto adatto per costruire una dimora degna di lui: una sella in posizione dominante tra i due forti, da cui si aveva il controllo della rada e del Tirreno fino alle coste toscane.

Agli inizi dell’800 i mulini erano stati demoliti e sullo spiazzo furono edificati due quartieri per i comandanti dell’Artiglieria e del Genio, un carcere, una casetta per il giardiniere. Napoleone trasformò le costruzioni in villa, unificando e sopraelevando. Tenne per sé il piano terreno, con il salone d’onore, la biblioteca, la camera da letto, tre studioli e destinò il primo piano, con la grande sala delle feste, alla moglie Maria Luisa tanto attesa, che però all’Elba non arrivò mai. Dalla fine di ottobre quelle stanze luminose ospitarono Paolina, l’unica sorella tra i tanti fratelli a restare accanto al vinto. Particolari cure furono dedicate al giardino, su cui immettevano le ampie porte finestre. Ai lavori sovrintendeva personalmente l’imperatore, che si piccava di essere sommo architetto, artigiano, arredatore e persino operaio. Quando finirono, in autunno, Napoleone pensava già a quando e come andarsene.

Il nuovo sovrano diede subito prova delle sue vulcaniche energie. Il giorno dopo il suo arrivo aveva già visitato le fortificazioni e le miniere, dettato l’organigramma dell’amministrazione, emanato decreti su igiene pubblica, acquedotti, fogne, giardini, ponti, saline, dazi, tasse arretrate. Scoprì presto che l’isola non aveva strade carrozzabili e decise di provvedere con la consueta energia, concedendo ai suoi uomini tempi strettissimi e incontrando la fiera resistenza dei contadini, che non volevano cedere un solo palmo di terreno alle esigenze del progresso. Napoleone, che si era portato dietro almeno sei carrozze e decine di cavalli, tra cui tutti quelli della leggenda, visitava di frequente l’aspra zona mineraria di Rio, che ai suoi occhi rappresentava una piccola realtà industriale da valorizzare. Ma i progetti di sviluppo vennero frenati dalla dura realtà: l’isola non disponeva di acqua e alberi a sufficienza per lavorare il ferro in loco. Gli elbani, inizialmente ostili, furono presto travolti dalla vitalità dell’uomo, dall’ampiezza delle sue vedute, dalla sua imperiosità.

Con poche splendide pennellate lo scrittore Ernesto Ferrero illumina il Napoleone elbano: «Per uno dei tanti curiosi paradossi di cui si compiace la storia, il più piccolo dei luoghi napoleonici resta quello a più densa concentrazione di emozioni. Nel periodo elbano il grande Bonaparte divenne improvvisamente visibile a occhio nudo, come una cometa che si sia avvicinata così tanto alla Terra da sfiorare i tetti delle case. Lo si poteva quasi toccare nel piccolo duomo, tarchiato che sembrava la stiva di una nave da carico; mentre lavorava con i muratori alla ristrutturazione delle nuove residenze; mentre parlava con i contadini, intratteneva vecchi e bambini, elargiva monete d’oro agli orfanelli, organizzava matrimoni, mangiava il cacciucco con i pescatori, restaurava teatri o, magari, consigliava la coltivazione della patata al sindaco, che si vantava di essere un ottimo agricoltore. Il mito ridiventava uomo, un borghese un po’ troppo rotondo e appesantito che aveva l’aria di un commerciante appena sbarcato da Piombino per i suoi traffici» (cfr. Ernesto Ferrero, Napoleone in venti parole).

Dolce era il paesaggio delle colline occidentali, che vantava qualche bosco di castagni. Poco sopra Marciana, sulle pendici del Monte Giove, ecco il più antico e venerato santuario dell’isola, la Madonna del Monte. Napoleone lo elesse a provvisoria sede estiva, perché il luogo era ed è di un incanto metafisico, tra ciuffi di ginestre e di cisto e grandi massi incisi dalle acque in forme bizzarre. Da lassù si domina tutta l’isola e la costa toscana; e, soprattutto, nei giorni di vento, si può vedere la Corsica in tutta la sua estensione. Napoleone amava contemplarla a lungo, sopraffatto dai ricordi e dai profumi della macchia mediterranea, che gli ricordavano quelli della sua isola. Nascosta com’è, la Madonna del Monte era il luogo ideale per ospitare in gran segreto la diletta amante polacca, Maria Walewska, che gli aveva dato un figlio. Venerdì 2 settembre, sperava ancora nell’arrivo di Maria Luisa. Per quanto notturno e clandestino, l’arrivo della Walewska non sfuggì alla curiosità degli elbani, che la scambiarono per l’imperatrice senza capire il perché di tanti misteri. Ma lui non voleva dare scandalo e fece partire l’amante malgrado una spaventosa burrasca rendesse precario l’imbarco. Poi la situazione precipitò. Gli Alleati stavano meditando di prelevare l’imperatore per trasportarlo lontano, ma lui li precedette. Beffandoli. Sempre recitando la parte del Cincinnato che si è rassegnato a curare le sue vacche. Domenica 26 febbraio 1815 Napoleone se ne andò al tramonto con sette vascelli malandati e un migliaio di fedelissimi. Ad attenderlo i 100 giorni che l’avrebbero portato a Waterloo. E a Sant’Elena.

Nei diari di Bernabei il rapporto tra Fanfani e Moro. Prima distante e poi…

14 Mag
14 Maggio 2021

Alberto Brandani recensisce il libro “Ettore Bernabei il primato della politica – La storia segreta della Dc nei diari di un protagonista” edito da Marsilio e scritto dal giornalista Piero Meucci. “Un’esperienza unica leggendo e trascrivendo i diari scritti da Bernabei dal 1956 al 1984”

Di Alberto Brandani, da Formiche.net

Cade in questi giorni il centenario della nascita di Ettore Bernabei. Inutile ricordare che Bernabei, fiorentino di origine, è stato direttore generale della Rai dal 1961 al 1974, ha scoperto i più famosi volti della televisione italiana come Enzo Biagi e Umberto Eco, e ha lavorato con politici quali Amintore FanfaniAldo MoroGiorgio La Pira ed Enrico Mattei.

L’uomo è stato in realtà il più stretto e ascoltato consigliere di Amintore Fanfani, condividendone e orientandone scelte e decisioni. È in questo spirito che sono in corso molte iniziative sia nell’ambito televisivo sia in quello editoriale. “Ho fatto un’esperienza unica leggendo e trascrivendo la prima serie dei diari scritti da Ettore Bernabei dal 1956 al 1984. Di fatto sono una pignola registrazione di tutto ciò che lui ha vissuto in prima persona in quegli anni, dai dibattiti controversi all’interno della Dc alla sua attività giornalistica presso Il Giornale del Mattino e in Rai fino ai delicati colloqui con le alte gerarchie vaticane. Questo libro non è un saggio e non è neppure un romanzo; è un libro di tecnica giornalistica di base di analisi e commento dei diari. L’idea è stata di Gianni e dei suoi fratelli per rendere omaggio al padre nell’occasione dei 100 anni dalla sua nascita, il prossimo 16 maggio 2021”.

Queste sono state le prime parole di Piero Meucci, autore del libro “Ettore Bernabei il primato della politica – La storia segreta della Dc nei diari di un protagonista” edito da Marsilio nella collana “Gli Specchi”, nel corso del nostro incontro a cui ha partecipato anche Giovanni Bernabei, figlio di Ettore e manager della Lux Vide, la nota società italiana di produzione televisiva e cinematografica fondata dal padre. Meucci è un giornalista professionista, ha lavorato fra l’altro per il gruppo Il Sole 24 Ore e per l’agenzia Ansa ed è autore di vari libri di giornalismo, politica ed economia. È presidente di Arcton, l’Associazione degli Archivi Cristiani dei Toscani del Novecento.

Vediamo prima di tutto cosa aggiunge questo testo di nuovo sulla figura poliedrica di Ettore Bernabei, giornalista, politico, imprenditore, rispetto ai due precedenti volumi “L’uomo di fiducia. I retroscena del potere raccontati da un testimone rimasto dietro le quinte per cinquant’anni” di Bernabei e Giorgio Dell’Arti e “Permesso, scusi, grazie. Dialogo fra un cattolico fervente e un laico impenitente” di Bernabei e Sergio Lepri. “L’uomo di fiducia” è un libro di fine anni Novanta e narra le vicende da una prospettiva temporale diversa rispetto ai diari e “Permesso, scusi, grazie” è una integrazione dei diari da cui si evincono i risultati concreti. I diari sono invece, e qui sta tutta la loro particolarità, una specie di alambicco da cui escono pillole di storia.

Vogliamo ad esempio per il lettore incuriosito raccontare del rapporto tra Fanfani e Moro. La descrizione e l’evoluzione del rapporto fra Fanfani e Moro, tra stima e diffidenza, amicizia e concorrenza, il cui anda­mento discontinuo si riflette con grande precisione nelle note dell’osservatore Bernabei.

Citazione: “Ho dovuto constatare an­cora una volta che anche gli uomini di intelligenza supe­riore e investiti di grande responsabilità si comportano fra loro con gli stessi complessi, le stesse debolezze, incertezze dei piccoli uomini, aggravati però dal controllo sull’impul­sività e dal rapporto continuo delle molte informazioni. Così per la timidezza, la gelosia, il sospetto che l’altro faccia un gioco personale e contrario: tra Moro e Fanfani non esiste un colloquio umano, confidenziale, ma un rapporto ufficiale, burocratico formalmente rispettoso, anche corte­se, ma sostanzialmente privo di polemica. Lui è persuaso che per guadagnare voti la dc deve con chiarezza valoriz­zare la scelta fatta con il centrosinistra e mostrare i vantag­gi per il futuro. Uniti sono una forza considerevole, mentre divisi rischiano di cadere uno dopo l’altro sotto l’azione dei dorotei”.

Ma correvano gli anni sessanta. I rapporti umani fra i due grandi statisti si sarebbero affinati e lo vediamo sempre nei diari. Basti pensare che Moro fu l’artefice del patto di Palazzo Giustiniani che riportò Fanfani segretario nazionale della Dc negli anni ‘70 e fino al drammatico referendum sul divorzio del 1976. E come non ricordare che nella disperata e continua ricerca di una via di uscita Fanfani cercò in tutti i modi di salvare la vita dello statista Dc prima rapito e poi assassinato vigliaccamente dalle Brigate Rosse. Il libro trasuda tutto di passione e amore per la politica, ma soprattutto è un allarme involontario per la mancanza di cultura politica che alberga ormai in gran parte dell’Italia nostrana.

Il lavoro di Meucci non tratta poi l’esperienza imprenditoriale di Bernabei come creatore della Lux Vide, diari che vanno dal 2007 al 2016. Ma per questo ci sarà tempo perché – come prosegue Meucci – è stato costituito un comitato scientifico con il prof. Agostino Giovagnoli, docente all’Università Cattolica di Milano, per studiare questo materiale. Insomma, come apparirà chiaro, queste pagine, questi diari a metà tra cronaca puntuale ed eventi storici servono a capire l’Italia dal 1946 al 1984. Certi come siamo che ciascun lettore troverà spunti di riflessione per sé e per i propri figli.

Il Prof. Alberto Brandani presenta: “Italiana” di Giuseppe Catozzella

05 Mag
5 Maggio 2021

Pubblicato su “La Freccia”, maggio 2021

Testimonianze e leggende in terra di Calabria, raccolte attraverso accurate ricerche, consultazione di lettere, fonti storiche ufficiali. Giuseppe Catozzella ci accompagna nella vita di Maria Oliviero, vissuta in quel periodo dell’800 in cui l’Italia si preparava a grandi sconvolgimenti. C’era ancora il Regno delle due Sicilie, con i Borboni al comando, lo Stato Pontificio a Roma. Tanti piccoli Stati chiusi in loro stessi.
Maria nasce poverissima in una famiglia di braccianti sfruttati dai Borboni. È una bambina vivace e intelligente che, «anche in un rigido inverno, ha nel cuore un’invincibile estate». Divora libri di nascosto, vaga nei boschi della Sila, dove fin da ragazzina, attraverso un fluido ragionamento, riesce a crearsi una sua coscienza, un’etica morale, una filosofia di vita. La sorella maggiore, Teresa, la odia ferocemente e distruggerà qualsiasi suo progetto, fino alla fine. S’innamorerà del giovane Pietro, bello e rivoluzionario, condividerà con lui i suoi sogni di libertà: «Volevamo un’Italia unita per davvero. Un’Italia che doveva trovare la sua unità, nell’uguaglianza dei braccianti e del popolo, da nord a sud, e non in una guerra infame che ha trattato la parte conquistata come Cristoforo Colombo ha trattato gli indiani. Volevamo scegliere di essere italiani». Maria vivrà l’entusiasmo delle folle alla proclamazione del Regno d’Italia, proverà gioia pura alle accese parole di Giuseppe Garibaldi, ma anche una profonda delusione per quelle promesse mancate che faranno precipitare il Meridione in un abisso più profondo di prima. Sarà perseguitata e fuggirà nei suoi boschi con una banda di briganti rivoluzionari, di cui sarà il capo indiscusso. Diventerà la leggenda Ciccilla, impavida e feroce, senza mai perdere la sua dignità di rivoluzionaria e di donna. «Sono Maria Oliviero, fu Biaggio di anni 22, nata e domiciliata a Casole, Cosenza, senza prole di Pietro Monaco. Tessitrice, cattolica, illetterata». Si presenta così quando nel 1864 viene catturata sui monti della Sila.
Soffriremo e gioiremo anche noi, sentiremo l’aria fresca dei boschi calabresi e il brivido della libertà. Maria e Ciccilla sono una sola donna con due facce. Maria sogna e ama, Ciccilla sa uccidere senza pietà. Proprio come il suo popolo che ambiva l’uguaglianza e lottava per conquistarla, ma che poi, ferito, si ripiegava su se stesso. La voce chiara di Maria ci conduce con schiettezza e con amore, con ferocia e determinazione, in un lungo illuminante viaggio negli ideali di libertà, dignità e giustizia. In fondo Ciccilla voleva solo sentirsi italiana. Ogni riga di questo romanzo è impregnata di sentimenti veri e crudi: la gioia e la delusione, la giustizia e i soprusi si fondono continuamente in un vortice che fatica a trovare un equilibrio. Ciccilla e il popolo a cui appartiene chiedono uguaglianza e unità, ma spesso il mimino comun denominatore di molti sedicenti sostenitori dell’Italia unita è rappresentato dall’opportunismo e dall’invidia. Si percepisce l’attrito tra ciò che Ciccilla e la sua banda vorrebbero e ciò che è veramente la realtà. Il lettore ha paura che anche i più impavidi possano abbandonare i loro valori, che non ci potrà mai essere un vero cambiamento, perché il marcio è radicato nel profondo dell’essere umano. Ma fortunatamente la primavera arriva sempre, nonostante tutto.

Un assaggio di lettura


Lo Scaffale della Freccia

Lo Scaffale dei ragazzi

Il Prof. Alberto Brandani presenta: “Quando tornerò” di Marco Balzano

13 Apr
13 Aprile 2021

Pubblicato su “La Freccia”, aprile 2021

Una nuova prova d’autore per Marco Balzano, anche se il titolo di questo libro si lega simbolicamente all’ultimo grande successo, Resto qui. D’altronde, l’attenzione alle tradizioni si coglie anche nei due bellissimi versi del sottotitolo: «Passa sotto la nostra casa, qualche volta / volgi un pensiero al tempo ch’eravamo ancora tutti» (cfr. Mario Luzi, Il duro filamento).
Balzano inizia questa sua opera con lo spirito di un archivista: ha visitato in Romania comunità e istituti di orfani bianchi, quei figli non più tali, affidati ai nonni e spesso alla strada e alla solitudine dell’alcolismo. E dà forma allo svolgersi della storia.
Daniela parte dalla Romania per Milano, lasciando soli il figlio Manuel, la sorella Angelica e il marito. A nessuno di loro dice nulla, di lei resta solo un biglietto lapidario: «Ho trovato lavoro in Italia, devo andare, altrimenti non potrete più studiare e nemmeno mangiare come si deve».
Emerge potente il mondo di sofferenze e privazioni di una madre, non lenite dai moderni strumenti tecnologici; l’ossessione del risparmio, per procurare alla propria famiglia una lavatrice nuova, un tetto solido sopra la testa, un liceo internazionale per Manuel; le telefonate e le videochiamate sono sempre più compulsive, in un crescendo di fredda ostilità che i due figli provano per Daniela. Mentre il padre si ubriaca sistematicamente e, dopo aver annunciato trionfalmente che avrebbe accomodato la mansarda, prima crolla nell’ozio e poi improvvisamente decide di fare il camionista in Siberia. Per sempre.
Nonostante l’anaffettività, i figli pensano: «Almeno lui ci ha avvertito». Sullo sfondo, sempre solide e serene le figure dei nonni.
La vita e gli anni scorrono così: Manuel è solo e depresso, beve e beve (e forse anche di più) e purtroppo scopre l’ebrezza della velocità in sella al motorino di un compagno. In una notte senza luce ha un terribile incidente che lo getta in un coma profondo. Daniela, a quel punto, lascia Milano e comincia a passare notte e giorno ininterrottamente nella stanza d’ospedale del figlio, infrangendo regole e divieti. Riuscirà a risvegliarlo e a risvegliare il suo grande amore per lei? Il tema centrale di tutto il libro è la “sostenibilità” dei propri affetti. Tutti i protagonisti vorrebbero sostenerne il più grande numero, ma la vita agra del villaggio non lo permette.
Per Manuel, affetto significa essere accudito da nonna Rosa, che sferruzza eterni maglioni, e da nonno Michai, che lo porta a pescare le trote. «Magari si può fare», è la sua frase magica, diventata il perno del mondo di Manuel, fatto della sua terra e della natura, un microcosmo dentro il quale vorrebbe soffocare di affetto sua madre.
Diversa la visione di Angelica, la figlia più grande. Nel piccolo villaggio ormai le manca l’aria, ha bisogno di Radu, il fidanzato, del suo lavoro a Berlino, del matrimonio subito, senza più curarsi delle miserie giornaliere. Le scene del matrimonio sembrano tratte dal cinema muto sovietico in bianco e nero.
Daniela resta inchiodata dall’amore per i figli e dal mal d’Italia dovuto a un lavoro che la obbliga alla “sostenibilità” di tanti, forse troppi affetti, materiali e immateriali.
E così Balzano, che ha iniziato questa sua opera con lo spirito scrupoloso e quasi notarile di un archivista, la conclude invece come amanuense di esistenze, sentimenti e dilemmi universali.

Un assaggio di lettura


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