Il Prof. Alberto Brandani presenta: “Il libro dei desideri” di Sue Monk Kidd

08 Gen
8 Gennaio 2021

Pubblicato su “La Freccia”, gennaio 2021

Non era facile scegliere un libro per iniziare il 2021, una storia che ci facesse sognare, volare, struggere e dimenticare, almeno per un po’, l’incubo in cui ci ha gettato l’anno che si è appena concluso. È Il libro dei desideri di Sue Monk Kidd che, dopo il superlativo L’invenzione delle ali, qui supera ogni aspettativa. Basato su una ricerca meticolosa di usi e costumi del I secolo d.C. in Galilea, ci presenta Ana, un’adolescente con la voglia di leggere gli antichi testi come solo gli uomini potevano fare e di conoscere altre lingue, in un periodo in cui le donne erano destinate per legge a servire gli uomini e a fare solo da mogli e da madri. Quando sembra che il suo destino segua i canoni consueti, incontra Gesù, appena diciottenne. Attratta subito dal giovane, col tempo s’innamorerà anche della sua mente vivida e aperta, intrisa di un’enorme bontà e di comprensione verso gli altri, e del suo grande rispetto per le donne. Un uomo con un’apertura straordinaria verso il mondo, quasi anacronistica, con dei dubbi e dei difetti, ma con una carica umana tale da arrivare dritto al cuore delle persone.
Compito del romanziere non è solo presentare un riflesso del mondo, ma immaginarne uno possibile. Il libro dei desideri immagina che Gesù, scapolo e casto, a un certo punto prenda moglie. «Sono profondamente e rispettosamente consapevole che Gesù è una figura alla quale milioni di persone sono devote», riflette l’autrice a margine del romanzo, «e che il suo impatto sulla storia della civiltà occidentale non ha eguali e coinvolge cristiani e non cristiani». Ma attenzione a non cadere nel tranello: Gesù è solo uno dei meravigliosi personaggi di questo romanzo. Sia le figure storiche che quelle di fantasia affascineranno il lettore dall’inizio alla fine.
Sue Monk Kidd ha un approccio audace alla storia e punta sempre il suo faro sul percorso di riscatto di Ana, in nome del quale non cesserà mai di inseguire le sue passioni e di far sentire la sua voce. Si farà spazio e lotterà per tutta la vita contro le gravi ingiustizie subite dalle donne e, anche se sposerà l’uomo che ama, dovrà pagare un prezzo altissimo solo per averlo scelto liberamente ed essersi innamorata, non certamente a caso, di uno dei “rivoluzionari” più determinati e altruisti di quei tempi oscuri e violenti.
Alla fine, leggendo la parte più struggente della storia (e magari versando qualche lacrima, so che lo farete) sarà chiaro che questo romanzo è davvero un miracolo. Sono ormai passati 30 anni dalla morte di Gesù e Ana è divenuta il capo della comunità dei Terapeuti, filosofi e religiosi dediti alla meditazione e alla cultura. Yalta, la zia, le domanda se ricorda quando da piccola aveva seppellito i suoi rotoli nella grotta per evitare che i genitori li bruciassero. «Ebbene», le dice Yalta, «devi farlo di nuovo. Voglio che tu scriva una copia di ciascuno dei tuoi codici e li seppellisca sulla collina, vicino alle scogliere, in quattro grandi orci». Ana fa resistenza, pensando che il suo scrittoio privato sia al sicuro, ma la voce affilata della zia le ricorda che verrà un giorno in cui gli uomini vorranno mettere a tacere le cose che ha scritto.
«Le avevo ripercorse nella mia mente: storie di matriarche; lo stupro e la menomazione di Tabita; gli orrori inflitti alle donne dagli uomini; le crudeltà di Antipa; il coraggio di Phasaelis; il mio matrimonio con Gesù; la morte di Susanna; l’esilio di Yalta; la schiavitù di Diodora; il potere di Sophia; la storia di Iside; il Tuono, mente perfetta, e una pletora di altre idee sulle donne che sovvertivano le credenze tradizionali. E questa era solo una parte».
Ana assolve agli ultimi desiderata della zia, seppellisce i codici e canta: «Sono Ana, sono stata la moglie di Gesù di Nazaret. Sono una voce». La voce di un mondo di donne coraggiose, che la cultura aiuta a non tacere.

Un assaggio di lettura

Lo Scaffale della Freccia

Il Prof. Alberto Brandani presenta: “A riveder le stelle” di Aldo Cazzullo

11 Dic
11 Dicembre 2020

Pubblicato su “La Freccia”, dicembre 2020

Nei circoli letterari si sussurra che Aldo Cazzullo conosca a memoria la Divina Commedia, imparata con i ferrei insegnamenti di un tempo. Di certo c’è che il nostro autore Dante ce l’ha nel cuore e lo racconta con una vena didattica, soffermandosi sulla cantica più conosciuta al mondo: l’Inferno. Ci avvicina a versi e personaggi entrati nell’immaginario di tutte le genti. Grandi letterati si sono accostati in modo profondo alla Commedia: dalle splendide pagine di Francesco De Sanctis alle raffinate intuizioni di Attilio Momigliano (citato anche da Jorge Luis Borges), alla lectio magistralis di Eugenio Montale che spiegò come il Dante poeta e l’artista fossero una cosa sola. Ma a mio sommesso parere il dantista per eccellenza del ‘900 è stato Natalino Sapegno, non solo perché in una celeberrima lettera sostenne che «la letteratura, non so se purtroppo o per nostra fortuna, è diventata in qualche modo la forma di tutta la nostra vita», ma anche perché la sua compenetrazione della Divina Commedia lascia sbalorditi. «Delle tre cantiche, l’Inferno è la più varia, la più mossa, la più drammatica e ricca di umanità. È il regno delle passioni intense e profonde; delle grandi figure emergenti su uno sfondo di tenebre e disperazione, ancora tutte avvinte agli affetti e alle cupidigie terrene, pronte a lasciarsi trasportare dai ricordi, a rivivere come presente il dramma della loro vita […]; e dietro di essi le folle dei peccatori, le figure dei demoni a mezzo tra l’umano e il simbolico, i personaggi della mitologia classica richiamati a nuova vita poetica, gli aspetti aspri e deformi, desolati e sconvolti del paesaggio, la tragicità ora terribile ora grottesca ora ripugnante delle pene […]» (Natalino Sapegno, Disegno storico della letteratura italiana). Ma torniamo a Cazzullo. Splendida l’intuizione: la nostra Patria nasce con Dante. Non dalla politica o dalle guerre, ma dalla cultura e dagli affreschi, da Petrarca e Giotto, dalla lingua forgiata dal Sommo Poeta. La lingua, la bellezza, la cultura, la letteratura e la filosofia, le arti e i mestieri, la ferocia, gli amori, i tradimenti e il doloroso esilio, tutto Dante provò.
E come non ricordare Paolo e Francesca, da cui nascono versi che ci fanno assaporare l’impeto dell’innamoramento e della passione e la crudeltà della vendetta che si abbatte sui due amanti? Francesca è il primo caso narrato di femminicidio. E Dante diventa, forse, il primo femminista della storia: ricordiamo che siamo nel Medioevo, secoli bui in cui se la vita degli uomini contava poco, quella delle donne era pari a zero e si discuteva addirittura se avessero un’anima o meno.
Invece Dante scrive che è solo grazie alla donna se la specie umana supera qualsiasi cosa terrena, perché la donna è il capolavoro di Dio.
Per Dante la Commedia è anche una denuncia: i traditori, gli avidi, gli assassini vengono posti, con nome e cognome, nei gironi infernali, talvolta senza pietà, talvolta alleviando loro la pena. Ma è anche un atto d’amore verso il “bel Paese”, verso la sua città e la vita. In quasi due secoli qualche critico ha definito Dante fazioso, irascibile, vendicativo, incattivito. In particolare Niccolò Machiavelli sosteneva che l’Alighieri non avesse sopportato l’ingiusta condanna e l’ingiuria dell’esilio. Un giudizio ingeneroso, perché la verità è che Dante, e qui sta l’eterna giovinezza della sua opera, è duro e severo con tutti e in primis con se stesso. Ricordiamoci che Ulisse è Dante e Ulisse ci sprona: «Fatti non foste a viver come bruti/ma per seguir virtute e canoscenza».
Nell’eterna ricerca di queste stelle cardinali sta l’universalità senza tempo della Divina Commedia e l’auspicio per ciascun Ulisse moderno che possa, dopo le peripezie di una vita, tornare «a riveder le stelle».

Aldo Cazzullo, A riveder le stelle, Mondadori, pp. 288, €18

Un assaggio di lettura

Lo Scaffale della Freccia

Il Prof. Alberto Brandani presenta: “Nella terra dei lupi” di Joe Wilkins

11 Nov
11 Novembre 2020

Pubblicato su “La Freccia”, novembre 2020

Joe Wilkins, Nella terra dei lupi, Neri Pozza, pp. 304, €18
Joe Wilkins, Nella terra dei lupi, Neri Pozza, pp. 304, €18

Ecco un Montana odierno, secondo Joe Wilkins: una “terra di lupi” in cui, però, le bestie non sono certo loro.

Una terra dura e selvaggia, dalla valle di Yellowstone alla catena delle Bull Mountains, in cui gli abitanti fanno fatica a sopravvivere. Per il clima, l’analfabetismo, la disoccupazione e la miseria, a cui spesso fa eco una brutalità inaudita. Wendell, il protagonista, è un ventiquattrenne che vive da solo, perché suo padre è fuggito sulle montagne per sottrarsi all’arresto per l’omicidio di una guardia forestale.

«Stasera a est il cielo è blu come gli occhi di tua madre», diceva. «Da un lato c’è questo blu che va verso la notte. Dall’altro le montagne lontane, rosse e oro nel sole che scende. Lo sapevi che tra il rosso e l’oro c’è una scatola di colori?».

Wendell è un giovane straordinariamente equilibrato, anche se vive in questo contesto di miseria, violenza e ossessione per le tradizioni. Gli viene affidato il figlio di sua cugina, un bambino di sette anni con un grave deficit cognitivo. Tra i due nasce un legame profondo, che commuove nell’intimo.

Gillian, l’antagonista, è vicepreside della scuola che si occupa degli allievi in difficoltà. Inevitabilmente, inizia a gravitare intorno a Wendell, malgrado il tragico legame che congiunge e oppone le rispettive famiglie.

Wilkins modella i suoi personaggi con brevi tratti di pennello, come un impressionista, e li inserisce in uno straordinario paesaggio che descrive con maestria: «Lungo un sentiero che costeggiava un groviglio di prugnoli, un varco tra i pioppi e i salici incorniciava un’ansa del fiume, con le sue rapide poco profonde, su un letto di ghiaia. Oltre il fiume, la foresta s’infittiva e si innalzavano le Bull, bitorzolute, scoscese e frastagliate e la punta più vicina era ammantata dal verde azzurrognolo dei cedri».

Un territorio selvaggio e ostile che, al pari di quasi tutta la provincia rurale americana, considera un diritto sacrosanto del cittadino armarsi e uccidere la fauna selvatica, anche se proibito. Uno dei protagonisti ha addirittura ucciso un lupo: «A proposito di lupi. Se ne sente sempre parlare al notiziario, ma chi ne aveva mai visto uno? Io no, almeno fino ad allora. Ti assicuro che il lupo è un vero spettacolo […] ma quel lupo era sulla mia terra. Quella lupa era venuta a divorarmi un pezzo di cuore». Uccidere quell’animale diventa qui affermazione di libertà individuale.

Il romanzo ha un’intensità struggente che si dipana tra i protagonisti, costretti ad affrontare troppi disagi, a cercare di risollevarsi da soli e a espiare le colpe dei padri. Qualunque sia il destino di questi personaggi, ognuno di loro, a partire dal padre di Wendell, troverà conforto nella bellezza di quella terra e riuscirà a dare un’impronta lirica, quasi poetica, alle proprie azioni.

Una notazione finale. Gli Stati Uniti sono una nazione relativamente giovane. Non hanno avuto l’Impero romano e neppure il Rinascimento. Generazioni di scrittori hanno vissuto come un naturale anfiteatro l’epopea del West e della natura incontaminata, con le sue leggi tribali e l’eterna lotta per la sopravvivenza.

Il grande cinema americano ha sempre colto questo stato d’animo culturale, da Ombre rosse a Un gelido inverno fino a Revenant. E la letteratura non è stata da meno. Dai classici William Faulkner e John Dos Passos, all’ultima generazione dei Don Winslow e Joe Wilkins.

Per i lettori, insomma, un avviso in bottiglia.

Un assaggio di lettura

Lo Scaffale della Freccia

Il Prof. Alberto Brandani presenta: “Il bambino nascosto” di Roberto Andò

11 Ott
11 Ottobre 2020

Pubblicato su “La Freccia”, settembre 2020

Sono due le voci di questo romanzo, due voci alte, risonanti e commoventi allo stesso tempo, ma ugualmente innocenti.

Una è quella di Gabriele Santoro, un maestro di pianoforte, colto e un po’ misogino, che vive da solo nel quartiere malfamato di Forcella a Napoli; l’altra è di Ciro, un ragazzino di dieci anni, figlio di Carmine, uno degli scagnozzi del boss camorrista di zona.

La malavita, senza troppa difficoltà, gestisce e influenza una parte importante della vita cittadina e chi nasce all’interno di un certo contesto non può far altro che crescere in fretta, bruciando spesso le tappe della vita. Per chi ha un genitore camorrista è normale utilizzare un’arma e conoscerne i componenti, è ordinaria amministrazione scippare le anziane signore ed è doveroso sapere che i debiti si pagano sempre.

Un giorno, mentre aspetta un pacco, Gabriele lascia la porta di casa socchiusa e si ritrova di fronte Ciro. Il ragazzino, durante uno scippo, ha provocato la morte della madre del boss e viene subito braccato dai killer per riparare allo sgarro.

Comincia così la strana convivenza tra l’intellettuale raffinato e il bambino delinquente e straccione, che si nasconde a casa sua per sfuggire alla morte. L’uno parla italiano, l’altro un dialetto smozzicato, rozzo. Sembra che fra il pianista solitario e un po’ depresso e il figlio di un camorrista che a dieci anni ne ha viste già di tutti i colori non ci sia possibilità di rapporto. Invece, nei 15 giorni della loro vita in comune, anche se Santoro sa di essere sospettato e in pericolo, scatta fra i due un affetto profondo, come se l’uno avesse bisogno dell’altro, se il piccolo potesse insegnare al grande i misteri della vita reale, difficile, violenta, sanguinosa, mentre il pianista può offrire libri e spartiti rari, lezioni di musica e poesie, accudimento e affetto.

Punti di incontro, insomma: l’umanità che riesce a farci riconoscere come persone e scaccia i pregiudizi; la consapevolezza di potersi fidare di qualcuno, che inonda l’animo di una purissima serenità; la musica, considerata sia come energia che smuove emozioni profonde sia come passione da vivere e da trasmettere.

S’instaura un rapporto di intensa emotività, di fiducia e rispetto, in cui il maestro prova il piacere di trovare a casa qualcuno che l’aspetta e Ciro recupera una parte della sua infanzia rubata, torna un po’ il bambino che sarebbe stato se non fosse nato in un’ambiente criminale e tragicamente insano. E sin dall’inizio è chiaro che Gabriele Santoro è determinato a correre qualunque rischio pur di proteggere Ciro, in nome di un amore profondo, più forte di quello che i veri genitori sono in grado di offrirgli.

Gabriele ha un fratello magistrato, Renato, con cui è in dissidio; un padre novantenne, Massimo, vecchio professore di filosofia; un compagno di vita, Biagio, da cui si è allontanato. Dunque, deve scegliere da solo e la sua integrità interiore lo fa decidere per la protezione di un innocente, anche se sa che potrebbe costargli la vita.

Inevitabile lo scontro con il fratello magistrato, è come se la compassione si confrontasse con la durezza della legge, che non fa eccezioni e potrà costargli un’accusa per sottrazione di minore. Roberto Andò, fresco vincitore del Premio Elba-Brignetti 2020, pone in modo toccante il problema dell’abitudine al male, di come la rassegnazione sia già di per sé peggiore del male stesso. Una riflessione profonda con una grande apertura morale: la misericordia supera sempre la giustizia? Sì, in questo caso il bene vince sul male, ma al prezzo del sacrificio espiatorio dell’innocente. Perciò, a ragione, il maestro dice: «Se non dovessi tornare, sappiate che non sono mai partito».

Ho lasciato per ultimi i colori di Napoli, illividita nella rassegnazione che fa perdere l’intensità del paesaggio. Per ricordarci che le sfumature più limpide nascono sempre dalla serenità interiore.

Un assaggio di lettura

Lo Scaffale della Freccia

Il servizio de “Il Caffè di RaiUno” sulla 48^ edizione del Premio Letterario Internazionale Isola d’Elba

27 Set
27 Settembre 2020

Diretta streaming della cerimonia di premiazione del Premio Letterario Internazionale Isola d’Elba

12 Set
12 Settembre 2020

Il Prof. Alberto Brandani presenta: “Broken” di Don Winslow

09 Set
9 Settembre 2020

Pubblicato su “La Freccia”, settembre 2020

Don Winslow è autore di romanzi che hanno appassionato legioni di lettori in tutto il mondo, dalla trilogia sul cartello di Sinaloa a questo nuovo e riuscito esperimento di sei romanzi. Iscrivendosi così, anche lui, al club di autori di racconti brevi in cui, a nostro avviso, spiccano i 49 di Ernest Hemingway e quelli dell’Ohio di Sherwood Anderson. Broken in inglese significa rotto, spezzato. È un verbo forte, di pronuncia aspra, quasi onomatopeico, che vuol significare al lettore: «Qui è tutto rotto!». Il filo che unisce i sei racconti è proprio questo: «Non è importante come entri in questo mondo, comunque ci entri, ne uscirai spezzato». Winslow parla sempre degli stessi temi perché vive lì, tra il Texas e il Messico, e sa bene che i suoi personaggi sono corrotti, vendicativi e traditori magari destinati a redenzione, ma non c’è pietà neppure per i redenti. Ognuno dei romanzi descrive le stazioni di una sorta di Via Crucis del crimine: truffatori spregevoli e poliziotti non certo integerrimi, cacciatori di taglie e fuggitivi, uomini che cercano di salvare vite fuori e dentro il loro lavoro senza regole, in un clima cupo, di infernale e dantesca memoria. Winslow, che è stato investigatore privato, regista e attore, ma anche un ottimo surfista, nonché giornalista d’inchiesta sui cartelli della droga, mostra al lettore come la sua America sia ora spezzata e confusa. Il suo stile adrenalinico tiene incollati alle pagine, fa tremare e sorridere, commuovere e riflettere. Nella catena dei racconti inserisce con abilità personaggi che hanno già animato i precedenti romanzi, senza storpiarne la profonda ingenuità e l’umanità che emerge sempre e nonostante tutto.

Impareggiabile il cameo di Frankie, protagonista del suo grande romanzo L’inverno di Frankie Machine, che compare incastonato in Paradise, brillante di luce propria. L’autore ci fa assaggiare la bellezza di luoghi come New Orleans, violenta come la vendetta, San Diego con i suoi mitici surfisti, le Hawaii con le onde gigantesche e infine El Paso in Texas, al confine con il Messico, con i terribili e impietosi campi di detenzione voluti da Donald Trump. Ed è proprio nel romanzo finale, L’ultima cavalcata, che Winslow ci propone una violenta ribellione in nome di una giustizia e di un’umanità non contemplate dalle leggi. Saranno gli occhi di una bambina rinchiusa in una gabbia a cancellare l’indifferenza di Cal, poliziotto di confine, e a fargli ottenere la sua totale redenzione. Una storia provocatoria che vuol essere anche un atto d’accusa alle politiche d’immigrazione degli Usa. Non c’è mai nulla di scontato o di banale nelle parole di Winslow, che romanzo dopo romanzo ci porta, con il suo grandangolo, a indagare la condizione di un Paese trascurato, abbandonato a sé stesso, smarrito. Insomma, spezzato. L’autore ha una sua ricchezza interiore che è un tutt’uno con le avventure di alcuni grandi protagonisti cinematografici: quando leggiamo Rapina sulla 101 ci appaiono Steve McQueen e lo splendido Getaway! mentre la continua sovrapposizione di crudeltà dal vero e gli effetti metaforici come potrebbero non richiamare Kill Bill di Quentin Tarantino? Eva McNabb, la poliziotta che lavora al centralino e chiede al figlio Jimmy di vendicare suo fratello poliziotto torturato e ucciso atrocemente, è davvero una sorta di Ultima cavalcata, che segna un’infinità di punti di contatto tra il primo e il sesto romanzo. L’autore, certo, vuole ammonire sul momento particolare che vive oggi l’America, ma la profondità e la drammaturgia messe insieme in queste sei opere vanno al di là di una riflessione politica ed entrano di diritto nelle pagine della letteratura d’Oltreoceano.

Un assaggio di lettura

Lo Scaffale della Freccia