Il Prof. Alberto Brandani presenta: “Una terra promessa” di Barack Obama

13 Mar
13 Marzo 2021

Pubblicato su “La Freccia”, marzo 2021

Appassionante, per certi versi commovente, la storia di un ragazzino che diviene Presidente degli Stati Uniti d’America, come un imperatore romano quando Roma governava il mondo.
Alcune grandi direttrici servono a Barack Obama come mappa di lettura di queste 800 pagine scritte su piccoli block notes. La prima cosa che emerge è il potere travolgente della politica, con le sue passioni, le pulsioni, la sua ferocia e l’aspirazione (nelle menti migliori) a una terra promessa da lasciare in eredità alle giovani generazioni. Un corso ininterrotto, duro, disseminato di esami.
Il giovane Obama sentiva la necessità di rappresentare qualcosa nell’America progressista e multirazziale, coglieva il senso disperante delle disuguaglianze sociali e di un Paese senza assistenza sanitaria. E nella politica l’importanza dei collaboratori, dei quali riconoscere la competenza e la lealtà all’uomo e al progetto. Ma niente sarebbe stato possibile senza il sostegno delle figlie Malia e Sasha e soprattutto di Michelle, una donna a dir poco straordinaria, che non amava la politica. Ma amava a tal punto il suo uomo da diventare un’impeccabile First Lady. Seppure, negli anni pesantissimi della Presidenza, il marito sentisse in lei «una tensione sotterranea, sottile ma costante».
Quando fu indicato alla Convention democratica come candidato alla Presidenza, Obama dovette scegliere il suo vice, Joe Biden: la scelta prudente di un uomo con 30 anni di Senato alle spalle, che conosceva tutte le dimensioni del gioco parlamentare, spietato e crudele, che i repubblicani avrebbero portato avanti.
Il libro descrive bene le enormi difficoltà del primo quadriennio Obama. La battaglia per far approvare una riforma sanitaria decisiva, “dimezzata” alla fine degli scontri, per evitare che milioni di americani rischiassero di morire senza cure. La grande crisi del 2008, in cui il Presidente riuscì a evitare il peggio. E il più grande disastro ecologico, l’esplosione della piattaforma Deepwater, che Obama fu capace di gestire nel migliore dei modi. Memorabile il capitolo che racconta la decisione d’inseguire e colpire Osama Bin Laden, con il Presidente chiuso nello Studio Ovale, per seguire in diretta le operazioni del commando americano e l’esecuzione del terrorista.
Il filo rosso che percorre tutto il libro è la grande amarezza che pervade il Presidente e Michelle durante l’ultimo volo dell’Air Force One che li riporta a casa dopo l’imprevista vittoria di Donald Trump. Un leader politico, racconta Obama, agli antipodi rispetto «a tutto ciò per cui ci eravamo battuti in otto lunghi anni», un prestigiatore di programmi televisivi e di affari immobiliari, che aveva forsennatamente cominciato a battere l’America affermando che il Presidente non era americano.
Obama fa autocritica nell’ammettere di non aver dato sufficiente importanza a quelle sortite a metà del suo primo mandato, pensando che sarebbero state etichettate come palesi buffonate. Le accuse, infatti, furono subito ridicolizzate, ma Trump le ripeteva e ripeteva e iniziò così l’opera di demolizione del primo Presidente afroamericano, agitando di fronte a un’America conservatrice e impaurita lo spettro dell’uomo nero. Con Sarah Palin prima e Trump dopo, gli spiriti maligni rimasti ai margini del partito repubblicano finirono al centro della scena, con la loro xenofobia, l’ostilità verso gli intellettuali, le teorie cospirative, l’antipatia per gli afroamericani e gli ispanici.
Due i lasciti dell’ex Presidente: il primo è quasi un presagio, la scelta di Joe Biden, per otto anni alla Casa Bianca, «un uomo buono, giusto e leale», perfetto per arginare la dilagante paura dell’uomo nero. Infine, il senso vero del libro, un invito ai giovani d’America e del mondo a battersi per i grandi valori, a fare la propria parte nella vita politica. Perché, grazie all’impegno politico e sociale delle nuove generazioni, la terra promessa sia un po’ più vicina.

Una terra promessa, Barack Obama, Garzanti, pp. 848, €28

Un assaggio di lettura


Lo Scaffale della Freccia 

Lo scaffale ragazzi

“Il fattore N – Napoleone duecento anni dopo”

26 Feb
26 Febbraio 2021

Cari lettori, 

la rivista mensile Formiche ha dedicato il numero di febbraio a “Il fattore N – Napoleone duecento anni dopo”.
Considerata l’importanza storica che tale evento ha significato per l’Isola d’Elba, il Premio Letterario Internazionale Isola d’Elba – R. Brignetti ha partecipato all’iniziativa con due articoli: 
uno di Ernesto Ferrero “Un Imperatore dell’èra moderna” ed uno del Prof. Alberto Brandani “L’Isola d’Elba e il suo ospite più illustre (e ingombrante)”.
Riportiamo entrambi gli articoli a seguire.

Buona lettura.

Redazione Web del Prof. Alberto Brandani
In un giorno di pioggia, una fregata inglese sbarca sull’isola d’Elba Napoleone Bonaparte. Egli, in meno di 24 ore, ha già visitato le fortificazioni e le miniere di Rio, organizzato l’amministrazione, emanato decreti esecutivi su tutto, igiene pubblica, tasse, acquedotti, ponti, strade. Incontrando la fiera resistenza dei contadini, che non vogliono cedere un solo palmo di terra al progresso. Gli elbani alla fine vengono travolti dall’imperiosità dell’uomo e dall’ampiezza delle sue vedute. Napoleone diventa improvvisamente visibile, si può quasi toccare quel piccolo uomo tarchiato, mentre lavora con i muratori, scambia consigli con i contadini, mangia il cacciucco con i pescatori
 
Una fortezza cinta dai bastioni arcigni delle mura medicee, irta di cannoni, imprendibile. Nell’aprile 1814 l’imperatore sconfitto la patteggiò con gli alleati: nel Mediterraneo, Portoferraio era il posto migliore per difendersi, qualora i suoi nemici avessero deciso (e così fu davvero) di deportarlo in un altrove definitivo, durante il Congresso di Vienna, in ottobre, si parlava già delle Azzorre, dell’America, di Sant’Elena. Quest’isola ripiegata su se stessa, con i Paesi arroccati sulle colline che si scrutavano in cagnesco l’un l’altro, avrebbe ospitato per dieci mesi il personaggio più complesso, enigmatico e ingombrante dell’epoca moderna. Curioso paradosso, di cui la storia si compiace, il più piccolo dei luoghi napoleonici resta quello a più densa concentrazione di emozioni.
Mercoledì 4 maggio 1814. In un giorno di pioggia, una fregata inglese sbarca Napoleone. Gli elbani improvvisano una cerimonia d’accoglienza per l’illustre sconfitto, che nell’attesa scorge nell’ampia baia di Portoferraio, a Magazzini, una bella villa rinascimentale, affacciata sul mare tra i vigneti: la casa di Pellegro Senno, uno dei notabili dell’isola, genovese d’origine. Nei gigabyte della sua prodigiosa memoria, Napoleone lo ricorda a Parigi nel 1803 con una delegazione di deputati elbani. E lo stima: “Ci vogliono quattro ebrei per fare un genovese”.
Alle quattro di pomeriggio tutto è pronto per lo sbarco, il baldacchino foderato di stagnola e la bandiera con le tre api dorate, antico simbolo di regalità che lui stesso ha scelto. Il sindaco Traditi consegna all’ospite le chiavi della città appena forgiate, tenta un discorso, s’impappina. Il solenne Te deum nel duomo odora di muffe invernali.
In meno di 24 ore il vulcanico sovrano ha già visitato le fortificazioni e le miniere di Rio, organizzato l’amministrazione, emanato decreti esecutivi su tutto, igiene pubblica, tasse, acquedotti, ponti, strade. Incontrando la fiera resistenza dei contadini, che non vogliono cedere un solo palmo di terra al progresso. Trascorre le prime notti in Municipio, detto la Biscotteria, ma individua subito la zona dei mulini per costruire una dimora degna di lui: una sella tra i due forti dominante la rada e il Tirreno. Per costruire la sua villa, unifica e sopraeleva. Ai lavori sovrintende personalmente, piccandosi di essere sommo architetto, artigiano e persino operaio. Tiene per sé il piano terra, con il salone d’onore, la biblioteca, la camera da letto, tre studioli; il primo piano è per Maria Luisa, tanto attesa, che all’Elba non arrivò mai. Dalla fine di ottobre quelle stanze luminose ospitano Paolina, l’unica dei fratelli a restargli accanto. Ma quando tutto è pronto, Napoleone pensa già a quando e come andarsene.
Gli elbani, inizialmente ostili, vengono travolti dall’imperiosità dell’uomo e dall’ampiezza delle sue vedute. Napoleone diventa improvvisamente visibile, si può quasi toccare quel piccolo uomo tarchiato, mentre lavora con i muratori, scambia consigli con i contadini, mangia il cacciucco con i pescatori. Il mito ridiventa uomo, un borghese un po’ appesantito che ha l’aria di un commerciante appena sbarcato da Piombino per i suoi traffici. Poco sopra Marciana, sulle pendici del monte Giove, Napoleone elegge il più antico e venerato santuario dell’isola, la Madonna del Monte, a provvisoria sede estiva. Il luogo è di un incanto metafisico, tra ciuffi di ginestre e di cisto e grandi massi incisi dalle acque. Di lassù si domina tutta l’isola e la costa toscana e, soprattutto, nei giorni di vento, si può vedere la Corsica. Il vinto contempla spesso la sua isola, trasportato dai profumi evocativi della macchia mediterranea. Nascosta com’è, la Madonna del Monte è il luogo ideale per custodire il segreto della diletta amante polacca, Maria Walewska, che gli ha dato un figlio.
È il venerdì 2 settembre, Napoleone spera ancora nell’arrivo di Maria Luisa. Seppure avvolto dalla notte, lo sbarco della Walewska non sfugge alla curiosità degli elbani, che la scambiano per l’imperatrice. Ma lui non vuol dare scandalo e la fa partire malgrado una spaventosa burrasca. Poi la situazione precipita. Gli alleati meditano di trasportarlo lontano, Napoleone li precede e li beffa, sempre recitando la parte del cincinnato che si è rassegnato a curare le sue vacche. Domenica 26 febbraio 1815 se ne va al tramonto con sette vascelli malandati e un migliaio di fedelissimi. Lo attendono i Cento giorni che portano a Waterloo. E a Sant’Elena.
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Quello di Napoleone è stato un impero moderno, che ha saputo parlare alla borghesia, ma soprattutto coltivare le proprie capacità di modernizzatore di Stato e impresa. Anche grazie alla sua passione per le lettere e i libri, il Napoleone che ha ancora molto da insegnare non è il generale, ma l’altro, assai meno noto: il vero erede di Machiavelli, l’organizzatore, il manager, l’inventore dei moderni sistemi di gestione della complessità, il ministro dei Beni culturali che potenzia il Louvre e Brera, il virtuoso del budget che avvia la modernizzazione dello Stato e dell’impresa, il legislatore che promulga il Codice civile, il protettore delle scienze che favorisce la riscoperta dell’antica civiltà egizia e quando è in Spagna trova il tempo per pensare a ristrutturare gli ospedali di Parma e Piacenza
 
Da dove nasce il culto di Napoleone che cresce rigoglioso per tutto l’Ottocento, attraversa il Novecento e arriva ancora fiorente fino a noi? Dal più elementare e potente dei messaggi: anche voi potete diventare come me, se avrete capacità di analisi e di comando, ampiezza di visione, strategie innovative, coraggio, ambizione, perseveranza. Io ho introdotto nella storia la speciale categoria del merito, sostituendola a quella del diritto ereditario. Da rampollo di una famiglia di modeste condizioni, in dieci anni mi sono saputo elevare con le mie sole forze alla dignità imperiale. Con me i figli dei mercanti, dei bottai, dei fornai, dei muratori, dei mugnai e degli scudieri sono diventati marescialli. Tocca a voi perfezionare il lavoro che io ho avviato.
Era quello che la borghesia emergente voleva sentire. Il Napoleone che ha ancora molto da insegnare non è il generale, ma l’altro, assai meno noto: il vero erede di Machiavelli, l’organizzatore, il manager, l’inventore dei moderni sistemi di gestione della complessità, il ministro dei Beni culturali che potenzia il Louvre e Brera, il virtuoso del budget che avvia la modernizzazione dello Stato e dell’impresa, il legislatore che promulga il Codice civile, il protettore delle scienze che favorisce la riscoperta dell’antica civiltà egizia, l’amministratore che si occupa di tutto, dal cartellone dei teatri, al sistema fognario di Parigi, e che quando è in Spagna trova il tempo per pensare a ristrutturare gli ospedali di Parma e Piacenza. Senza contare il bibliofilo, il lettore onnivoro, il fondatore di biblioteche, perfino l’editore che vagheggia collane di classici annotati e il redattore che vuol togliere dalle opere di storia gli aggettivi superflui.
Napoleone sa tutto, vuole tutto, è dappertutto. Per vent’anni persegue un progetto di ammodernamento radicale delle strutture statali e delle strategie belliche (ma stranamente non delle tecnologie) basato sull’accentramento totale di ogni decisione grande e piccola, che non ammette deroghe. I vantaggi della rapidità decisionale del cesarismo saranno pagati con il gigantismo di un sistema che alla fine diventa ingovernabile e implode.
Finché riesce a padroneggiarlo da solo, Napoleone vince perché sa motivare come nessuno i collaboratori, inventa le moderne tecniche della comunicazione (cominciando dal logo, la famosa “N”) e addirittura cura il merchandising di se stesso, facendo produrre su larga scala busti, stampe, piatti, tabacchiere e decine di altri articoli di largo consumo.
Alla fine trasforma una sconfitta nella più definitiva delle vittorie: con un libro. Il Memoriale di Sant’Elena, primo best-seller moderno, divulga la leggenda romantica del Prometeo liberale sconfitto dall’egoismo delle vecchie oligarchie.
Napoleone ha degli uomini una conoscenza totale e disincantata: per questo sa manovrarli così bene. La rapidità di calcolo, pari a quella di un potente computer d’oggi, gli consente delle proiezioni strabilianti. Arriva a delineare gli Stati Uniti d’Europa con le stesse leggi e la stessa moneta. Predice agli inglesi che perderanno l’India perché non hanno una classe dirigente all’altezza. E morendo dice: “Vi lascio due giganti nella culla: la Russia e gli Stati Uniti”. Molti anni fa avevo pubblicato con Mondadori un volume di Lezioni napoleoniche a uso di chi ha responsabilità di gestione, basato sui detti fulminei che lui ha rilasciato in gran copia. I politici se lo sono molto regalato, anche un po’ maliziosamente, perché l’ultimo capitolo si intitola “L’arte di gestire le sconfitte”. Se anche l’hanno letto, i disastri che hanno continuato a fare sin qui dimostrano che non hanno imparato niente. Adesso ci riprovo con un Napoleone in venti parole in uscita da Einaudi in aprile, in cui cerco di spiegare perché ha ancora molto da insegnare attraverso venti temi-chiave, dal “sistema operativo” alla comunicazione, dall’economia alla politica culturale. Chi vuole intendere, intenda.
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Il Prof. Alberto Brandani presenta: “La ballata della Città Eterna” di Luca Di Fulvio

15 Feb
15 Febbraio 2021

Pubblicato su “La Freccia”, febbraio 2021

Un placido accento romanesco srotola la scena: da piccolo, in un paese vicino a Novara, di sera la nonna radunava intorno al focolare tutta la famiglia e cominciava a raccontare storie avvincenti, spesso inventate sul momento. Si emozionava talmente da restare a bocca aperta e desiderare di saper raccontare anche lui storie che «ti tiravano dentro con tutte le scarpe».
Chiedo a Luca Di Fulvio: «Ma perché ambientare questo romanzo nel Risorgimento?». Un periodo che non suscita molta curiosità. «Una sfida», confessa. Proprio come succede quando ci si intrufola nel backstage di un film, arriviamo al primo segreto da narratore: nascono prima i personaggi e dopo la trama: «Sono proprio loro che comandano, non la storia», come se camminassero tracciando linee ben definite dal loro carattere, dalle passioni, come se sfuggissero alla penna e avessero una vita propria. «Inutile assegnare scene: il personaggio non le farà se non è nella sua natura».
Questo romanzo storico d’avventura, ambientato nel 1870, inizia e si snoda qualche mese prima della presa di Porta Pia, dal Nord a Roma, nello Stato Pontificio, dove tutti i protagonisti intrecciano i loro destini e iniziano a tessere la trama. Ecco la contessa Silvia di Boccamara, che di contessa ha solo il titolo. Lei che, dopo la morte del marito, per sfuggire ai creditori, scappa dalla sua villa di campagna in Piemonte e raggiunge le porte di Roma nelle vesti di una donna del popolo. Portando con sé Pietro, un sedicenne preso in un orfanotrofio, il “figlio” che aveva sempre voluto e che a Roma, tra mille vicissitudini, troverà la sua passione e anche l’amore.
A Roma, infatti, arriva anche la giovane Marta, scampata a una terribile fine grazie a Melo, un ex cavallerizzo del circo. Anche se in maniera contraddittoria, lo considera come un padre e, spinta proprio da lui, sosterrà fin dall’inizio la causa dei rivoluzionari per l’Italia libera.
È un romanzo corale, in cui ogni ceto sociale del periodo è rappresentato: abbiamo Ludovico, un giovane della Roma nobile che farà la sua parte, così come l’Albanese, assassino, truffatore, un “malacarne” senza pietà, il cattivo dei cattivi. E poi Leone Pompei, ufficiale giudiziario del papato, psicopatico e vile. Henry, il nano del circo, che vivrà finalmente il suo momento di gloria. E l’ufficiale francese che amerà in segreto gli ideali di libertà dei “nemici italiani”. Ciascuno dei protagonisti inizia il suo personale viaggio, nella consapevolezza del cambiamento non solo politico e storico, dopo l’annessione di Roma al Regno d’Italia, ma anche del proprio percorso di crescita e di scoperta personale, di odio e di amore.
Sullo sfondo compaiono anche personaggi realmente esistiti, come Giacomo Segre, il capitano al comando della quinta batteria del nono reggimento di artiglieria che sparò il primo colpo di cannone per aprire la Breccia nelle Mura aureliane; e un giovane Edmondo De Amicis, nelle vesti di giornalista militare mentre fa da cronista, non proprio obiettivo, durante la presa di Roma.
Ed ecco un altro segreto del mestiere: far salire la suspense su più livelli, focalizzando ora un pericoloso evento, ora uno sguardo e un incontro misterioso tra i personaggi, ora instillando dubbi e sviscerando misteri nelle loro vite. Creando forti aspettative nel lettore, anche nei confronti dei diversi antagonisti, da quelli terribilmente perfidi ai più ingenui. La mente proietta il film, le scene scorrono come sul grande schermo. E proprio Roma, la città dell’autore, s’innalza sopra la storia e diventa la vera protagonista. Putrida e affascinante, densa di passato, di palazzi e chiese, trucidamente misera e violenta, eppure magica e carismatica come una donna sensuale ma crudele

La Ballata della Città Eterba, Luca Di Fulvio, Rizzoli, pp. 640, €20

Ci pare utile e simpatico da questo numero segnalare lo â€œScaffale dei ragazzi”, rubrica curata dalla Dott.ssa Claudia CichettiQui trovate il link.

Un assaggio di lettura


Lo Scaffale della Freccia 

Lo scaffale ragazzi

Il Prof. Alberto Brandani presenta: “Il libro dei desideri” di Sue Monk Kidd

08 Gen
8 Gennaio 2021

Pubblicato su “La Freccia”, gennaio 2021

Non era facile scegliere un libro per iniziare il 2021, una storia che ci facesse sognare, volare, struggere e dimenticare, almeno per un po’, l’incubo in cui ci ha gettato l’anno che si è appena concluso. È Il libro dei desideri di Sue Monk Kidd che, dopo il superlativo L’invenzione delle ali, qui supera ogni aspettativa. Basato su una ricerca meticolosa di usi e costumi del I secolo d.C. in Galilea, ci presenta Ana, un’adolescente con la voglia di leggere gli antichi testi come solo gli uomini potevano fare e di conoscere altre lingue, in un periodo in cui le donne erano destinate per legge a servire gli uomini e a fare solo da mogli e da madri. Quando sembra che il suo destino segua i canoni consueti, incontra Gesù, appena diciottenne. Attratta subito dal giovane, col tempo s’innamorerà anche della sua mente vivida e aperta, intrisa di un’enorme bontà e di comprensione verso gli altri, e del suo grande rispetto per le donne. Un uomo con un’apertura straordinaria verso il mondo, quasi anacronistica, con dei dubbi e dei difetti, ma con una carica umana tale da arrivare dritto al cuore delle persone.
Compito del romanziere non è solo presentare un riflesso del mondo, ma immaginarne uno possibile. Il libro dei desideri immagina che Gesù, scapolo e casto, a un certo punto prenda moglie. «Sono profondamente e rispettosamente consapevole che Gesù è una figura alla quale milioni di persone sono devote», riflette l’autrice a margine del romanzo, «e che il suo impatto sulla storia della civiltà occidentale non ha eguali e coinvolge cristiani e non cristiani». Ma attenzione a non cadere nel tranello: Gesù è solo uno dei meravigliosi personaggi di questo romanzo. Sia le figure storiche che quelle di fantasia affascineranno il lettore dall’inizio alla fine.
Sue Monk Kidd ha un approccio audace alla storia e punta sempre il suo faro sul percorso di riscatto di Ana, in nome del quale non cesserà mai di inseguire le sue passioni e di far sentire la sua voce. Si farà spazio e lotterà per tutta la vita contro le gravi ingiustizie subite dalle donne e, anche se sposerà l’uomo che ama, dovrà pagare un prezzo altissimo solo per averlo scelto liberamente ed essersi innamorata, non certamente a caso, di uno dei “rivoluzionari” più determinati e altruisti di quei tempi oscuri e violenti.
Alla fine, leggendo la parte più struggente della storia (e magari versando qualche lacrima, so che lo farete) sarà chiaro che questo romanzo è davvero un miracolo. Sono ormai passati 30 anni dalla morte di Gesù e Ana è divenuta il capo della comunità dei Terapeuti, filosofi e religiosi dediti alla meditazione e alla cultura. Yalta, la zia, le domanda se ricorda quando da piccola aveva seppellito i suoi rotoli nella grotta per evitare che i genitori li bruciassero. «Ebbene», le dice Yalta, «devi farlo di nuovo. Voglio che tu scriva una copia di ciascuno dei tuoi codici e li seppellisca sulla collina, vicino alle scogliere, in quattro grandi orci». Ana fa resistenza, pensando che il suo scrittoio privato sia al sicuro, ma la voce affilata della zia le ricorda che verrà un giorno in cui gli uomini vorranno mettere a tacere le cose che ha scritto.
«Le avevo ripercorse nella mia mente: storie di matriarche; lo stupro e la menomazione di Tabita; gli orrori inflitti alle donne dagli uomini; le crudeltà di Antipa; il coraggio di Phasaelis; il mio matrimonio con Gesù; la morte di Susanna; l’esilio di Yalta; la schiavitù di Diodora; il potere di Sophia; la storia di Iside; il Tuono, mente perfetta, e una pletora di altre idee sulle donne che sovvertivano le credenze tradizionali. E questa era solo una parte».
Ana assolve agli ultimi desiderata della zia, seppellisce i codici e canta: «Sono Ana, sono stata la moglie di Gesù di Nazaret. Sono una voce». La voce di un mondo di donne coraggiose, che la cultura aiuta a non tacere.

Un assaggio di lettura

Lo Scaffale della Freccia

Il Prof. Alberto Brandani presenta: “A riveder le stelle” di Aldo Cazzullo

11 Dic
11 Dicembre 2020

Pubblicato su “La Freccia”, dicembre 2020

Nei circoli letterari si sussurra che Aldo Cazzullo conosca a memoria la Divina Commedia, imparata con i ferrei insegnamenti di un tempo. Di certo c’è che il nostro autore Dante ce l’ha nel cuore e lo racconta con una vena didattica, soffermandosi sulla cantica più conosciuta al mondo: l’Inferno. Ci avvicina a versi e personaggi entrati nell’immaginario di tutte le genti. Grandi letterati si sono accostati in modo profondo alla Commedia: dalle splendide pagine di Francesco De Sanctis alle raffinate intuizioni di Attilio Momigliano (citato anche da Jorge Luis Borges), alla lectio magistralis di Eugenio Montale che spiegò come il Dante poeta e l’artista fossero una cosa sola. Ma a mio sommesso parere il dantista per eccellenza del ‘900 è stato Natalino Sapegno, non solo perché in una celeberrima lettera sostenne che «la letteratura, non so se purtroppo o per nostra fortuna, è diventata in qualche modo la forma di tutta la nostra vita», ma anche perché la sua compenetrazione della Divina Commedia lascia sbalorditi. «Delle tre cantiche, l’Inferno è la più varia, la più mossa, la più drammatica e ricca di umanità. È il regno delle passioni intense e profonde; delle grandi figure emergenti su uno sfondo di tenebre e disperazione, ancora tutte avvinte agli affetti e alle cupidigie terrene, pronte a lasciarsi trasportare dai ricordi, a rivivere come presente il dramma della loro vita […]; e dietro di essi le folle dei peccatori, le figure dei demoni a mezzo tra l’umano e il simbolico, i personaggi della mitologia classica richiamati a nuova vita poetica, gli aspetti aspri e deformi, desolati e sconvolti del paesaggio, la tragicità ora terribile ora grottesca ora ripugnante delle pene […]» (Natalino Sapegno, Disegno storico della letteratura italiana). Ma torniamo a Cazzullo. Splendida l’intuizione: la nostra Patria nasce con Dante. Non dalla politica o dalle guerre, ma dalla cultura e dagli affreschi, da Petrarca e Giotto, dalla lingua forgiata dal Sommo Poeta. La lingua, la bellezza, la cultura, la letteratura e la filosofia, le arti e i mestieri, la ferocia, gli amori, i tradimenti e il doloroso esilio, tutto Dante provò.
E come non ricordare Paolo e Francesca, da cui nascono versi che ci fanno assaporare l’impeto dell’innamoramento e della passione e la crudeltà della vendetta che si abbatte sui due amanti? Francesca è il primo caso narrato di femminicidio. E Dante diventa, forse, il primo femminista della storia: ricordiamo che siamo nel Medioevo, secoli bui in cui se la vita degli uomini contava poco, quella delle donne era pari a zero e si discuteva addirittura se avessero un’anima o meno.
Invece Dante scrive che è solo grazie alla donna se la specie umana supera qualsiasi cosa terrena, perché la donna è il capolavoro di Dio.
Per Dante la Commedia è anche una denuncia: i traditori, gli avidi, gli assassini vengono posti, con nome e cognome, nei gironi infernali, talvolta senza pietà, talvolta alleviando loro la pena. Ma è anche un atto d’amore verso il “bel Paese”, verso la sua città e la vita. In quasi due secoli qualche critico ha definito Dante fazioso, irascibile, vendicativo, incattivito. In particolare Niccolò Machiavelli sosteneva che l’Alighieri non avesse sopportato l’ingiusta condanna e l’ingiuria dell’esilio. Un giudizio ingeneroso, perché la verità è che Dante, e qui sta l’eterna giovinezza della sua opera, è duro e severo con tutti e in primis con se stesso. Ricordiamoci che Ulisse è Dante e Ulisse ci sprona: «Fatti non foste a viver come bruti/ma per seguir virtute e canoscenza».
Nell’eterna ricerca di queste stelle cardinali sta l’universalità senza tempo della Divina Commedia e l’auspicio per ciascun Ulisse moderno che possa, dopo le peripezie di una vita, tornare «a riveder le stelle».

Aldo Cazzullo, A riveder le stelle, Mondadori, pp. 288, €18

Un assaggio di lettura

Lo Scaffale della Freccia

Il Prof. Alberto Brandani presenta: “Nella terra dei lupi” di Joe Wilkins

11 Nov
11 Novembre 2020

Pubblicato su “La Freccia”, novembre 2020

Joe Wilkins, Nella terra dei lupi, Neri Pozza, pp. 304, €18
Joe Wilkins, Nella terra dei lupi, Neri Pozza, pp. 304, €18

Ecco un Montana odierno, secondo Joe Wilkins: una “terra di lupi” in cui, però, le bestie non sono certo loro.

Una terra dura e selvaggia, dalla valle di Yellowstone alla catena delle Bull Mountains, in cui gli abitanti fanno fatica a sopravvivere. Per il clima, l’analfabetismo, la disoccupazione e la miseria, a cui spesso fa eco una brutalità inaudita. Wendell, il protagonista, è un ventiquattrenne che vive da solo, perché suo padre è fuggito sulle montagne per sottrarsi all’arresto per l’omicidio di una guardia forestale.

«Stasera a est il cielo è blu come gli occhi di tua madre», diceva. «Da un lato c’è questo blu che va verso la notte. Dall’altro le montagne lontane, rosse e oro nel sole che scende. Lo sapevi che tra il rosso e l’oro c’è una scatola di colori?».

Wendell è un giovane straordinariamente equilibrato, anche se vive in questo contesto di miseria, violenza e ossessione per le tradizioni. Gli viene affidato il figlio di sua cugina, un bambino di sette anni con un grave deficit cognitivo. Tra i due nasce un legame profondo, che commuove nell’intimo.

Gillian, l’antagonista, è vicepreside della scuola che si occupa degli allievi in difficoltà. Inevitabilmente, inizia a gravitare intorno a Wendell, malgrado il tragico legame che congiunge e oppone le rispettive famiglie.

Wilkins modella i suoi personaggi con brevi tratti di pennello, come un impressionista, e li inserisce in uno straordinario paesaggio che descrive con maestria: «Lungo un sentiero che costeggiava un groviglio di prugnoli, un varco tra i pioppi e i salici incorniciava un’ansa del fiume, con le sue rapide poco profonde, su un letto di ghiaia. Oltre il fiume, la foresta s’infittiva e si innalzavano le Bull, bitorzolute, scoscese e frastagliate e la punta più vicina era ammantata dal verde azzurrognolo dei cedri».

Un territorio selvaggio e ostile che, al pari di quasi tutta la provincia rurale americana, considera un diritto sacrosanto del cittadino armarsi e uccidere la fauna selvatica, anche se proibito. Uno dei protagonisti ha addirittura ucciso un lupo: «A proposito di lupi. Se ne sente sempre parlare al notiziario, ma chi ne aveva mai visto uno? Io no, almeno fino ad allora. Ti assicuro che il lupo è un vero spettacolo […] ma quel lupo era sulla mia terra. Quella lupa era venuta a divorarmi un pezzo di cuore». Uccidere quell’animale diventa qui affermazione di libertà individuale.

Il romanzo ha un’intensità struggente che si dipana tra i protagonisti, costretti ad affrontare troppi disagi, a cercare di risollevarsi da soli e a espiare le colpe dei padri. Qualunque sia il destino di questi personaggi, ognuno di loro, a partire dal padre di Wendell, troverà conforto nella bellezza di quella terra e riuscirà a dare un’impronta lirica, quasi poetica, alle proprie azioni.

Una notazione finale. Gli Stati Uniti sono una nazione relativamente giovane. Non hanno avuto l’Impero romano e neppure il Rinascimento. Generazioni di scrittori hanno vissuto come un naturale anfiteatro l’epopea del West e della natura incontaminata, con le sue leggi tribali e l’eterna lotta per la sopravvivenza.

Il grande cinema americano ha sempre colto questo stato d’animo culturale, da Ombre rosse a Un gelido inverno fino a Revenant. E la letteratura non è stata da meno. Dai classici William Faulkner e John Dos Passos, all’ultima generazione dei Don Winslow e Joe Wilkins.

Per i lettori, insomma, un avviso in bottiglia.

Un assaggio di lettura

Lo Scaffale della Freccia

Il Prof. Alberto Brandani presenta: “Il bambino nascosto” di Roberto Andò

11 Ott
11 Ottobre 2020

Pubblicato su “La Freccia”, settembre 2020

Sono due le voci di questo romanzo, due voci alte, risonanti e commoventi allo stesso tempo, ma ugualmente innocenti.

Una è quella di Gabriele Santoro, un maestro di pianoforte, colto e un po’ misogino, che vive da solo nel quartiere malfamato di Forcella a Napoli; l’altra è di Ciro, un ragazzino di dieci anni, figlio di Carmine, uno degli scagnozzi del boss camorrista di zona.

La malavita, senza troppa difficoltà, gestisce e influenza una parte importante della vita cittadina e chi nasce all’interno di un certo contesto non può far altro che crescere in fretta, bruciando spesso le tappe della vita. Per chi ha un genitore camorrista è normale utilizzare un’arma e conoscerne i componenti, è ordinaria amministrazione scippare le anziane signore ed è doveroso sapere che i debiti si pagano sempre.

Un giorno, mentre aspetta un pacco, Gabriele lascia la porta di casa socchiusa e si ritrova di fronte Ciro. Il ragazzino, durante uno scippo, ha provocato la morte della madre del boss e viene subito braccato dai killer per riparare allo sgarro.

Comincia così la strana convivenza tra l’intellettuale raffinato e il bambino delinquente e straccione, che si nasconde a casa sua per sfuggire alla morte. L’uno parla italiano, l’altro un dialetto smozzicato, rozzo. Sembra che fra il pianista solitario e un po’ depresso e il figlio di un camorrista che a dieci anni ne ha viste già di tutti i colori non ci sia possibilità di rapporto. Invece, nei 15 giorni della loro vita in comune, anche se Santoro sa di essere sospettato e in pericolo, scatta fra i due un affetto profondo, come se l’uno avesse bisogno dell’altro, se il piccolo potesse insegnare al grande i misteri della vita reale, difficile, violenta, sanguinosa, mentre il pianista può offrire libri e spartiti rari, lezioni di musica e poesie, accudimento e affetto.

Punti di incontro, insomma: l’umanità che riesce a farci riconoscere come persone e scaccia i pregiudizi; la consapevolezza di potersi fidare di qualcuno, che inonda l’animo di una purissima serenità; la musica, considerata sia come energia che smuove emozioni profonde sia come passione da vivere e da trasmettere.

S’instaura un rapporto di intensa emotività, di fiducia e rispetto, in cui il maestro prova il piacere di trovare a casa qualcuno che l’aspetta e Ciro recupera una parte della sua infanzia rubata, torna un po’ il bambino che sarebbe stato se non fosse nato in un’ambiente criminale e tragicamente insano. E sin dall’inizio è chiaro che Gabriele Santoro è determinato a correre qualunque rischio pur di proteggere Ciro, in nome di un amore profondo, più forte di quello che i veri genitori sono in grado di offrirgli.

Gabriele ha un fratello magistrato, Renato, con cui è in dissidio; un padre novantenne, Massimo, vecchio professore di filosofia; un compagno di vita, Biagio, da cui si è allontanato. Dunque, deve scegliere da solo e la sua integrità interiore lo fa decidere per la protezione di un innocente, anche se sa che potrebbe costargli la vita.

Inevitabile lo scontro con il fratello magistrato, è come se la compassione si confrontasse con la durezza della legge, che non fa eccezioni e potrà costargli un’accusa per sottrazione di minore. Roberto Andò, fresco vincitore del Premio Elba-Brignetti 2020, pone in modo toccante il problema dell’abitudine al male, di come la rassegnazione sia già di per sé peggiore del male stesso. Una riflessione profonda con una grande apertura morale: la misericordia supera sempre la giustizia? Sì, in questo caso il bene vince sul male, ma al prezzo del sacrificio espiatorio dell’innocente. Perciò, a ragione, il maestro dice: «Se non dovessi tornare, sappiate che non sono mai partito».

Ho lasciato per ultimi i colori di Napoli, illividita nella rassegnazione che fa perdere l’intensità del paesaggio. Per ricordarci che le sfumature più limpide nascono sempre dalla serenità interiore.

Un assaggio di lettura

Lo Scaffale della Freccia