La scuola di tutti

26 Mag
26 maggio 2020

Sperando di fare cosa gradita, pubblichiamo da 

Di Alberto Brandani

La didattica a distanza (DaD) è una risorsa che ha permesso, nell’immediatezza dettata dall’urgenza, di proseguire le lezioni e garantire agli alunni una certa continuità formativa in una situazione nuova, mai provata e decisamente sconcertante. Per i docenti, specialmente quelli un po’ più maturi, è stata anche l’occasione per poter accrescere le proprie competenze informatiche e per avvicinarsi alla realtà quotidiana dei loro alunni.

Tutto sommato, potrebbe essere una soluzione? Un nuovo modello di scuola?

Se a prima vista, e nei primi giorni, l’entusiasmo dettato dalla novità ha portato molti a crederlo, col passare del tempo la dura realtà ha investito tutti, alunni e docenti.

Il vero problema è che la DaD non unisce, ma separa. Invece la scuola in presenza, quella “vera”, avvicina, accomuna. Il docente (mi scrivono Chiara e Adonella, due bravissime che si dedicano interamente ai loro ragazzi) insegna a TUTTI, al figlio dell’avvocato e a quello del fioraio, al rampollo figlio unico e viziato e al quarto figlio di una famiglia monoreddito. Il bagaglio di conoscenze e competenze che offre la scuola in presenza, in cui tutti i docenti insegnano indistintamente a TUTTI, è innegabile e insostituibile, con il plus del rapporto umano ravvicinato, dell’abbraccio, di un gesto di incoraggiamento prima di un compito che dallo schermo di un pc non c’è, non può esserci.

E poi siamo sicuri che questa sia davvero la scuola di TUTTI e per TUTTI?

Al di là delle somme – mai sufficienti, ma lodiamo lo sforzo – stanziate per colmare il divario, non ci si è soffermati abbastanza a esaminare le difficoltà sociali ed economiche delle famiglie alle prese con le richieste di sussidi, la mancanza di lavoro e il dover mettere insieme il pranzo con la cena. In quel caso, la scuola dei figli può essere una priorità? La vedo dura.

A un certo punto, dopo che i vocali di Whatsapp – vera panacea per tutti, perché davvero alla portata di tutti – sono sembrati poco efficaci o poco cool, tutti si sono buttati sulle piattaforme, sulle videolezioni, sugli effetti speciali. Ed ecco, lì ci siamo accorti che mancava Tizio – quello con la mamma stagionale single e l’affitto da pagare – o Caio – straniero con il padre che lavora in nero, due fratellini alla materna e alla primaria e un solo cellulare in tre (ma i giga sono finiti, e chi li paga?) – e Sempronio, che aveva tutti quattro ma «tanto son tutti promossi e a 16 anni smetterà e andrà a lavorare».

Questi ragazzi, e potremmo andare avanti con tanti altri esempi, sono tra le altre vittime della pandemia, quelle nascoste, che non rientrano nelle statistiche, che spariscono nell’oblio di una scuola smaterializzata che ha perso la sua funzione principale: unire, includere, affratellare e spronare a studiare, a impegnarsi, a fare bene, a migliorare sé stessi per conquistarsi un futuro migliore.

Ecco. Quando la DaD è entrata a pieno regime, i docenti si sono accorti che spesso stavano facendo lezione solo ai figli delle classi medio-alte, con pc all’avanguardia, cellullari o tablet supersonici e wi-fi illimitati.

E gli altri? Persi.

Anche il grande prof. Sabatini ci conforta quando scrive: «Si riduce la fisicità dell’insegnamento, che non riguarda solo la gestualità con cui l’insegnante accompagna le spiegazioni, sottolineandone i punti salienti o elevandone le emozioni, ma anche e soprattutto l’abilità manuale guidata fisicamente, che non può essere dimenticata nell’apprendimento della scrittura. Molti sono ormai gli studi che in tempi recenti hanno dimostrato quanto sia importante, per lo sviluppo delle capacità cognitive, conservare, nella scuola primaria, l’apprendimento della scrittura manuale, non disperdendola a favore di quella digitale».

Noi vogliamo aggiungere che vi sono case senza libri, senza spazi e, ahimè, senz’anima. Giorni orsono ho incontrato un anziano professore di Lettere il quale, a proposito della “fisicità” del ruolo, mi raccontava che 40 anni fa, insegnando alle superiori, leggeva in classe tutte le settimane un capitolo de I Promessi Sposi commentandolo, discutendolo e facendone fare poi il riassunto a casa. Ebbene, mi ha riferito che, a distanza di tanto tempo, trova ancora allievi i quali, tra tutti gli insegnamenti ricevuti, ricordano proprio I Promessi Sposi.

L’avranno fatto per compiacere il vecchio insegnante? Qualcuno forse sì, ma chissà, pensiamo piuttosto che sia dovuto alla grandezza delle pagine del Manzoni. Solo, bisognava leggerle.

P.S. A proposito della querelle tra il Ministro della Pubblica istruzione Azzolina e… l’imbuto di Norimberga, che ha fatto la felicità del web e ha prodotto uno dei più esilaranti Caffè di Gramellini (piccolo pensierino mattutino sul Corriere della Sera), vorrei sommessamente ricordare che l’esatta citazione è di Plutarco: «Gli studenti non sono vasi da riempire ma fiaccole da accendere». Come vedete, gli imbuti e altre diavolerie di idraulica non c’entrano nulla. Sbagliare si può tutti, ma insistere… La saggezza dei latini: “Errare humanum est, perseverare autem diabolicum”.

Il Prof. Alberto Brandani presenta: “Il silenzio delle ragazze”, di Pat Barker

08 Mag
8 maggio 2020

Pubblicato su “La Freccia”, maggio 2020

Quando Limesso, piccola città alleata di Troia, viene distrutta dai greci, Briseide, figlia di un re, viene catturata come tutte le altre donne e consegnata come un trofeo al grande Achille. A 19 anni diventa schiava, concubina, infermiera, pronta a soddisfare ogni desiderio del suo padrone. È lei il premio di guerra di Achille il Pelide, proprio colui che ha letteralmente “macellato” tutta la sua famiglia.
L’epica guerra di Troia è sempre una magnifica storia da leggere, una storia che parla di eroi, semidei, sconfitti, malvagità. E di donne, schiave e regine. Qui, dove tutto comincia con una donna e per una donna, le donne sembrano mute, asservite. «Alle donne si addice il silenzio», si legge nel romanzo di Pat Barker, che si è posta l’obiettivo di raccontarci la guerra di Troia con gli occhi delle schiave.
L’impianto è teatrale, quasi si colgono le quinte di scena che di momento in momento legano la storia. È un manifesto femminista, crudo e violento, una perfetta sceneggiatura per un film di Quentin Tarantino, trucido e splatter, con ossa, budella e topi morti a iosa che vanno avanti per pagine e pagine. Sappiamo bene che le descrizioni di guerra sono tremende anche nei grandi classici, ma pure che le frasi più celebri della letteratura si costruiscono per sottrazione. «La sventurata rispose» di manzoniana memoria non è forse quel che resta dopo che Manzoni ebbe sottratto pagine e pagine? Attraverso il racconto disincantato e verace di Briseide, entriamo nell’accampamento greco dove si aggirano Agamennone, Patroclo e Ulisse. I loro sentimenti, le loro turbe, le passioni. E ci sembrano meno dèi e più semplicemente uomini. Pat Barker ha cercato di dare voce a quei soggetti della storia che mai ne hanno avuta: le donne mute della terribile guerra di Troia, capaci di guardare ogni cosa con altri occhi e altro cuore.
Eppure, riflettendo attentamente, cogliamo che con il tempo ogni confine nell’accampamento acheo è destinato a sfumarsi, ogni separazione sembra sfaldarsi fra chi condivide la stessa condizione umana. La posizione dei guerrieri achei è ben diversa da quella delle schiave troiane, ma alla fine il destino di tutti, uomini e donne, vincitori e sconfitti, è subordinato alla stessa logica violenta e disperata della guerra. È in questo contesto che può nascere e materializzarsi un sentimento affettuoso verso il proprio rapitore o un gesto ospitale verso il più acerrimo nemico. Ed è qui che, al di là delle intenzioni dell’autrice, svettano i tre protagonisti di un romanzo che colpisce al cuore. Di Briseide abbiamo già detto, ma non possiamo dimenticare il grande amore che suscita Patroclo in lei e presso Achille: un bimbo strappato alla sua famiglia per un tragico gioco finito male. E che dire della splendida malinconia di Achille, abbandonato a sette anni dalla madre, che si immerge possente nel mare nella speranza di carpirne qualche frase? Nell’animo dei tre protagonisti, in particolare di Achille e Patroclo, scende un pianto disperato che viene recuperato come visione onirica della vita e balsamo lenitivo delle angosce, delle paure e malinconie di noi comuni mortali. Sono pagine e sensazioni che, per dirla in gergo teatrale, “valgono il biglietto”.

Un assaggio di lettura

Lo scaffale della Freccia

Class CNBC intervista Brandani: prove di fase2, il rebus del distanziamento sui mezzi pubblici

02 Mag
2 maggio 2020

Di Luca Mattei, da FS News

 

Treni e autobus semivuoti in tempi di lockdown, chiamati ad assicurare il distanziamento sociale nelle settimane e mesi a venire con un progressivo aumento di viaggiatori. La situazione del trasporto pubblico alla prova del Covid-19 è stata oggetto di un’attenta riflessione di Alberto Brandani, presidente di Federtrasporto in un’intervista a Class CNBC.

«Nel settore del trasporto pubblico locale abbiamo avuto finora una contrazione del 95% del numero di passeggeri e del 90% dei ricavi da traffico, mentre la riduzione della produzione mediamente è andata dal 25 al 40%. A fronte di un crollo verticale dei ricavi, i costi sono rimasti sostanzialmente alti, considerando i fornitori, il personale, i mezzi, le nuove procedure di sanificazione, l’adozione dei dispositivi di sicurezza. È evidente che così viene a mancare la sostenibilità economica del servizio».

E il problema si pone anche nel futuro quando l’offerta di servizi dovrà aumentare, teoricamente anche più di quella ordinaria, per tentare di assicurare un sufficiente distanziamento sociale a bordo dei convogli. «Il TPL, in tutte le società del mondo, aveva due requisiti: avere costi relativamente bassi e far arrivare nel più breve tempo possibile in un determinato posto il maggior numero di utenti. Con il distanziamento previsto questi requisiti sono messi in grave difficoltà». È necessario quindi studiare degli specifici interventi con cui sostenere il settore del trasporto. «Le misure che il Governo ha assunto – prosegue Brandani – come la cassa integrazione e il credito garantito fino al 90%, sono importanti ma non sufficienti per evitare il collasso del sistema». Una possibile soluzione economica potrebbe giungere dall’Europa. «Ritengo si debba fare una battaglia – dichiara Brandani – affinché nei cospicui fondi di intervento della BEI ci siano delle quote dedicate proprio al ristoro dei mancati budget delle aziende di trasporto».

Secondo Brandani, almeno in questa prima fase di progressivo ritorno al lavoro, c’è un compartimento del trasporto che potrebbe avere meno difficoltà: «Il trasporto regionale ferroviario si potrà difendere meglio perché finora sono stati in circolazione 2.000 treni regionali al giorno e Ferrovie dello Stato pensa di farne scendere in campo dal 4 maggio da 3.500 a 4.000, e dovrebbe essere quindi più facile assicurare il distanziamento richiesto. Penso invece alle metropolitane, lì ci sarà una difficoltà estrema. E, in prospettiva, se i treni regionali – conclude Brandani – continueranno penso a essere molto utilizzati, temo che nelle grandi città il collasso temporale nelle ore di punta implicherà la preferenza per una serie di strumenti alternativi, come auto private e bici».

Premio Letterario Internazionale Elba-Brignetti: presto la terna dei finalisti. La cerimonia di premiazione in Autunno

01 Mag
1 maggio 2020

Continua l’attività del Premio Brignetti che entro la prima decade di Maggio dovrebbe definire la terna dei tre libri finalisti che si contenderanno l’ambizioso riconoscimento letterario.

A questo proposito il Prof. Alberto Brandani presidente della Giuria Letteraria ha rilasciato la seguente dichiarazione: “I lavori del Premio Brignetti stanno andando avanti con il conforto dell’intera Giuria Letteraria. Le case editrici hanno risposto in modo intelligente e mirato mostrando così l’attenzione che le stesse rivolgono a questa ormai storica presenza nel panorama letterario italiano. Ringrazio tutti i colleghi per il lavoro che stanno facendo e che ci dovrebbe consentire di licenziare la terna dei finalisti entro la prima quindicina di Maggio. La parola passerà poi alla Giuria Popolare che sarà in buona sostanza giudice ultimo di questo nostro percorso che non abbiamo voluto interrompere per dare, nel nostro piccolo, un segnale che anche la vita culturale va avanti. Ringrazio anche tutti coloro della Giuria Letteraria che si sono battuti, nei modi e nelle possibilità consentite, al fine di esercitare una moral suasion nella battaglia per la riapertura delle librerie. Un faro di luce in queste nottate di isolamento che hanno pervaso l’intero Paese. In stretto raccordo con il Comune di Portoferraio (storico padrino della manifestazione) nella persona del suo Sindaco Angelo Zini e sentito il Comitato Promotore e il suo presidente Prof. Giorgio Barsotti abbiamo in piena armonia convenuto lo spostamento della cerimonia di premiazione al prossimo autunno perché vogliamo dare, speriamo, ai nostri affezionati lettori e sostenitori la possibilità di godersi appieno la serata che incoronerà il vincitore”.

La Freccia Magazine nella Giornata Mondiale del Libro

24 Apr
24 aprile 2020

Gramellini e Feltri (Mattia) sugli scudi al tempo del colera (sic) virus

23 Apr
23 aprile 2020

Dobbiamo esser grati a tanti giornalisti che in questi tempi calamitosi ci illuminano con le loro analisi e le loro osservazioni. Da Ernesto Galli della Loggia al coraggioso Pierluigi Battista al sulfureo Aldo Grasso. Ma due su tutti ricevono la nostra benevola gratitudine: Gramellini e Mattia Feltri. Con i loro pensierini mattutini dissacrano le ampollosità, ironizzano al meglio, ridicolizzano quanto basta. Il tutto in modo comprensibile a qualunque lettore. I loro pezzi credetemi sono imperdibili.

Ne cito solo due tanto per capirsi: I delitti del telo da spiaggia di Massimo Gramellini e Il tempo della corrida di Mattia Feltri. Ma tant’è sono un po’ come gli episodi del celeberrimo Commissario Montalbano, tutti penetranti, acuti, esemplari. Nel 430 a.c. Tucidide descrivendo la peste ad Atene scriveva grossomodo “che di tutto il male la cosa più terrificante era la demoralizzazione da cui venivano prese le persone” e il conseguente montare di rancore e di panico. Mi pare che da allora poco sia cambiato e allora ancora grazie ai loro mattinali. Avrebbero avuto l’ammirazione di Giovenale ma in tempi ahimè più modesti si debbono contentare di quella di noi comuni mortali.

Il Prof. Brandani presenta: “La misura del tempo”, di Gianrico Carofiglio

05 Apr
5 aprile 2020

Pubblicato su “La Freccia”, aprile 2020

Gianrico Carofiglio, Einaudi, pp. 288, € 18.

Tutte le volte che in tv appare Rosario Fiorello o suo fratello Beppe, la maestra Susanna, a me cara, esclama: «Che soddisfazione deve essere per la mamma averli tutti e due belli, bravi e buoni! La madre dei Gracchi!». A parte il fatto che la signora Fiorello di figli ne ha quattro (e mi sembrano tutti bravi), questa battuta è rimbalzata nella mia mente al momento di scegliere il libro di aprile tra altri due fratelli colti, fascinosi e perbene (chissà la madre…), tra le pennellate da Macchiaioli dell’affresco fiorentino e toscano di Francesco Carofiglio (L’estate dell’incanto) e il thriller completamente sui generis del fratello Gianrico. Ho optato per La misura del tempo, a metà strada tra il giallo, un trattato di diritto penale, gli amori svaniti di un tempo e continue variazioni ritmiche che ne fanno un romanzo sospeso tra riflessione e thriller, senza che mai si stacchi la corrente tra autore e lettore.
In una conferenza, molti anni or sono, ricordo di aver sostenuto che ci sono due cose contro le quali nulla si può: il tumore e la giustizia ingiusta. Se queste cose accadono, la sventurata vittima può solo sperare di uscirne, prima o poi. Certo è che il tempo logora talvolta in via definitiva gli involontari protagonisti di queste vicende. Anche il cliente di Guerrieri, l’avvocato ormai classico di Gianrico Carofiglio, sembra rientrare in questa categoria: accusato di omicidio, la giustizia ingiusta si accanisce contro di lui, ma del finale del thriller non svelerò nulla.
L’amico e scrittore Diego De Silva aveva suggerito all’autore di scrivere un manuale di procedura penale, «convinto che un testo universitario firmato da un romanziere di successo sia un supporto didattico che affrancherebbe gli studenti dalla pedanteria di tanti libri». A nostro modesto avviso Carofiglio non ha dato retta a De Silva, pensiamo piuttosto che abbia voluto condurre con una prova di forza il lettore dentro labirinti inaccessibili a tutti se non a quei penalisti che frequentano assiduamente le aule dei tribunali e apparecchiano una perenne dialettica tra le ragioni della difesa e dell’accusa. La scelta di riprodurre integralmente parte degli atti processuali con caratteri tipografici specifici risponde alla spietata esigenza del legal thriller, che non dice mai se il protagonista è colpevole o innocente, solo se viene assolto o condannato. Il grande Nino, noto penalista toscano, è solito definire il processo penale come un duello western: vince solo chi si salva.
Una seconda osservazione è relativa alla “misura del tempo”, un titolo se vogliamo proustiano. Mai come in questa opera il tempo si muove secondo i sussulti dell’anima, i ricordi del cuore e la conturbante bellezza di Lorenza. Quando tale bellezza è descritta così bene in pochi frammenti, vuol dire che attimi di quella vita amorosa sono rimasti incompiuti. L’avvocato Guerrieri, eroe riluttante ma non troppo, a metà tra la stanca malinconia di Humphrey Bogart in Casablanca e i trench all’americana di Raymond Chandler, trova un qualche sollievo negli abbacinanti chiarori del lungomare di Bari. E come sia fisicamente il protagonista lo scoprirete facilmente girando pagina.

Un assaggio di lettura

Lo scaffale della Freccia