Archive for category: Cultura

Ritratto di Ettore Bernabei: un protagonista del suo tempo

13 Giu
13 Giugno 2021

Da La Freccia di giugno

Napoleone, mito e leggenda

04 Giu
4 Giugno 2021

Di Alberto Brandani, su La Freccia

La notizia della morte di Napoleone Bonaparte fu pubblicata sulla Gazzetta di Milano il 16 luglio 1821. Alessandro Manzoni l’apprese l’indomani e, in tre soli giorni, compose l’inno che, ancora manoscritto, si diffuse rapidamente per divenire presto celeberrimo. Manzoni nutriva sentimenti antinapoleonici, ma di fronte all’evento subì il fascino del genio. «Che volete?», diceva allo storico Cesare Cantù, «era un uomo che bisognava ammirare senza poterlo amare; il miglior tattico, il più infaticabile conquistatore, con la maggiore qualità dell’uomo politico, il sapere aspettare ed il saper operare. La sua morte mi scosse come se al mondo venisse a mancare qualche elemento essenziale; fui preso da smania di parlarne, e dovetti buttar giù quest’ode, l’unica che si può dire improvvisassi in men di tre giorni». (C. Cantù, Alessandro Manzoni. Reminiscenze, Milano, Treves, I, pag. 113). «Ei fu», due parole di straordinaria efficacia. «Ei» perché è lui l’uomo di cui tutto il mondo parla e «fu», non perché è morto, ma perché è entrato nell’Olimpo degli immortali.

«Dall’Alpi alle Piramidi,

dal Manzanarre al Reno,

di quel securo il fulmine

tenea dietro al baleno;

scoppiò da Scilla al Tanai,

dall’uno all’altro mar.

Fu vera gloria?

Ai posteri l’ardua sentenza».

Francesco De Sanctis scrisse che rappresentare le grandi vittorie in altro modo sarebbe stato impossibile. Manzoni ci fa capire non solo che Napoleone provò tutto, ma anche che due interi secoli guardarono a lui come l’homo faber che poteva guidarli e comandarli.

«Tutto ei provò: la gloria

maggior dopo il periglio,

la fuga e la vittoria,

la reggia e il tristo esiglio:

due volte nella polvere,

due volte sull’altar.

Ei si nomò: due secoli,

l’un contro l’altro armato,

sommessi a lui si volsero,

come aspettando il fato;

ei fe’ silenzio, ed arbitro

s’assise in mezzo a lor».

«E sparve». Siamo qui a una meravigliosa riflessione sull’effetto lirico e sulla malinconia che subentra nei grandi condottieri quando la parabola si fa discendente e vengono fuori le cose peggiori degli uomini («l’immensa invidia» e «l’inestinguibil odio») e «il cumulo delle memorie» scese a frenare la «stanca man».

«E ripensò le mobili

tende, e i percossi valli,

e il lampo de’ manipoli,

e l’onda dei cavalli,

e il concitato imperio,

e il celere ubbidir».

Certo, l’emozione religiosa di Manzoni ci dice che la Provvidenza e il Dio che affanna e consola, alla fine, gli sono stati vicini.

A distanza di 200 anni Il cinque maggio, scritta da Manzoni e tradotta in tedesco da Johann Wolfgang von Goethe, ci aiuta a ricordare come le più grandi menti del tempo, ancorché distanti fra loro, abbiano provato un’emozione profonda.

Napoleone è il monumento vivente alle qualità dell’uomo che lui tutte racchiude. Condottiero ineguagliabile, stratega supremo, uomo coltissimo, porta sempre al seguito nei campi di battaglia una biblioteca di 600 volumi divisa in comparti. Saccheggia di capolavori l’Italia pittorica per fare del Louvre il più grande museo del mondo. Ma, mentore universale, valorizza anche l’Accademia di Brera. Con lui la parola e la comunicazione diventano di una modernità sconvolgente. A tutte le classi sociali, dalle più povere a quelle della borghesia, manda un messaggio inequivocabile: se sono diventato imperatore io, di umili origini, lo potete diventare anche voi, anzi voi lo siete già con me, in una sorta di millenaria reincarnazione. Si comprenderà come i balletti e i belletti delle corti europee, con le loro enormi spese, il dispregio del merito e l’arroganza di smisurate ricchezze parassitarie, non potevano competere con il generale dagli occhi d’aquila che veniva dalla Corsica. L’Europa popolare e quella colta riconoscevano entrambe in Napoleone il valore della competenza nella sua più assoluta esplicitazione.

E se è vero che dovremo prima o poi recuperare lo studio autentico della storia nelle nostre scuole, di Napoleone c’è davvero bisogno. Per i contemporanei di allora, per gli uomini di oggi, per gli studiosi e i giovani di domani, l’aquila napoleonica vola sempre alta nei cieli, lontana, irraggiungibile. Ma le sue opere, le sue intuizioni faranno sempre parte del patrimonio dell’umanità. E anche Manzoni, con Il cinque maggio, volle sentirsi indiscutibilmente coinvolto in questo sentimento universale.

L’Elba di Bonaparte

23 Mag
23 Maggio 2021

CRONACHE BREVI DAL PIU’ PICCCOLO DEI LUOGHI NAPOLEONICI. A 200 ANNI DALLA MORTE DELL’IMPERATORE FRANCESE.

Di Alberto Brandani, da La Freccia.

«Vado all’Isola», dice tutta la gente. Oppure, con mestizia: «Vado in continente». Sessanta minuti è il tempo che la motonave impiega da Piombino all’Isola d’Elba, sufficiente per mutare lo stato d’animo del viaggiatore in sollievo e serenità, appena si comincia a intravedere la sagoma di Cavo, prima propaggine elbana, fino a quando il rosa stanco delle case di Portoferraio sembra stingere nelle acque del porto. Mentre alla sinistra del viaggiatore, stupito e intontito da tanta bellezza, appare arcigno e serrato, lassù in alto, il castello del Volterraio.

Tanti anni or sono, fui introdotto all’amore per quest’isola dalla famiglia di mia moglie, elbana doc nata allo Schiopparello. Ne rimasi subito affascinato, per il senso di profonda pace, la quiete stagnante e la privacy assoluta. Ho amato l’Elba in tutte le sue stagioni, anche se d’estate viene in parte divorata da turisti frettolosi; i frequentatori delle Ghiaie – con i suoi ritmi da primo ‘900 e le trasparenze del mare che nulla hanno da invidiare a quelle di Rangiroa – sanno, però, che ogni spicchio di terra ha un suo sapore particolare.

Napoleone non deve averla vista così. Era una fortezza imprendibile Portoferraio, un’isola nell’isola, cinta dai bastioni arcigni delle mura medicee, protetta da forti possenti, irta di cannoni. Questo l’imperatore sconfitto lo sapeva benissimo quando, nell’aprile 1814, patteggiò con gli Alleati il minuscolo Regno dell’Elba.

Nel Mediterraneo la città-fortezza era il posto migliore per difendersi, nel caso ai suoi nemici fosse venuta l’idea (e venne davvero) di deportarlo in un altrove più lontano e anzi definitivo: già in ottobre, durante il Congresso di Vienna, si cominciava a parlare delle Azzorre, dell’America, di Sant’Elena.

Per un bizzarro caso del destino, quest’isola strategica e marginale insieme, ripiegata su se stessa, senza strade, con i paesi arroccati sulle colline che si guardano in cagnesco l’un l’altro, che campava poveramente delle sue miniere di ferro, di un po’ di vino esportato in continente e delle sue tonnare, doveva ospitare per dieci mesi il personaggio più complesso, enigmatico e ingombrante della storia moderna. Era il 4 maggio 1814 – un giorno grigio, di bonaccia e pioggia leggera – quando una fregata inglese depositò a terra l’illustre sconfitto. Gli elbani, preoccupati e diffidenti, ma curiosi di “vedere che effetto fa la disgrazia”, dovettero inventarsi su due piedi una cerimonia d’accoglienza e un Te Deum in duomo, ancora odoroso di muffe invernali.

Nell’attesa l’imperatore riuscì a scorgere a Magazzini, località nell’ampia e dolce baia di Portoferraio, una bella villa di solidità ed eleganza rinascimentali, affacciata sul mare tra i vigneti. Era la casa di Pellegro Senno, uno dei notabili dell’isola, affittuario della tonnara e fornitore di presidio militare, genovese d’origine. Napoleone, che era in grado di immagazzinare nei gigabyte della sua prodigiosa memoria anche i particolari più insignificanti, lo ricordava a Parigi nel 1803 con una delegazione di deputati elbani. E lo stimava: «Ci vogliono quattro ebrei per fare un genovese!».

Alle quattro del pomeriggio tutto era pronto: i soldati, il baldacchino foderato di stagnola, la bandiera con le tre api dorate, antico simbolo di regalità che lui stesso aveva scelto. Il sindaco Pietro Traditi consegnò all’ospite le chiavi della città, inventate sul momento, impappinandosi mentre tentava un discorso. Le prime notti fu ospitato in Municipio, detto la Biscotteria perché un tempo lì vi si cuocevano le gallette per i naviganti. Individuò la zona dei Mulini come il posto adatto per costruire una dimora degna di lui: una sella in posizione dominante tra i due forti, da cui si aveva il controllo della rada e del Tirreno fino alle coste toscane.

Agli inizi dell’800 i mulini erano stati demoliti e sullo spiazzo furono edificati due quartieri per i comandanti dell’Artiglieria e del Genio, un carcere, una casetta per il giardiniere. Napoleone trasformò le costruzioni in villa, unificando e sopraelevando. Tenne per sé il piano terreno, con il salone d’onore, la biblioteca, la camera da letto, tre studioli e destinò il primo piano, con la grande sala delle feste, alla moglie Maria Luisa tanto attesa, che però all’Elba non arrivò mai. Dalla fine di ottobre quelle stanze luminose ospitarono Paolina, l’unica sorella tra i tanti fratelli a restare accanto al vinto. Particolari cure furono dedicate al giardino, su cui immettevano le ampie porte finestre. Ai lavori sovrintendeva personalmente l’imperatore, che si piccava di essere sommo architetto, artigiano, arredatore e persino operaio. Quando finirono, in autunno, Napoleone pensava già a quando e come andarsene.

Il nuovo sovrano diede subito prova delle sue vulcaniche energie. Il giorno dopo il suo arrivo aveva già visitato le fortificazioni e le miniere, dettato l’organigramma dell’amministrazione, emanato decreti su igiene pubblica, acquedotti, fogne, giardini, ponti, saline, dazi, tasse arretrate. Scoprì presto che l’isola non aveva strade carrozzabili e decise di provvedere con la consueta energia, concedendo ai suoi uomini tempi strettissimi e incontrando la fiera resistenza dei contadini, che non volevano cedere un solo palmo di terreno alle esigenze del progresso. Napoleone, che si era portato dietro almeno sei carrozze e decine di cavalli, tra cui tutti quelli della leggenda, visitava di frequente l’aspra zona mineraria di Rio, che ai suoi occhi rappresentava una piccola realtà industriale da valorizzare. Ma i progetti di sviluppo vennero frenati dalla dura realtà: l’isola non disponeva di acqua e alberi a sufficienza per lavorare il ferro in loco. Gli elbani, inizialmente ostili, furono presto travolti dalla vitalità dell’uomo, dall’ampiezza delle sue vedute, dalla sua imperiosità.

Con poche splendide pennellate lo scrittore Ernesto Ferrero illumina il Napoleone elbano: «Per uno dei tanti curiosi paradossi di cui si compiace la storia, il più piccolo dei luoghi napoleonici resta quello a più densa concentrazione di emozioni. Nel periodo elbano il grande Bonaparte divenne improvvisamente visibile a occhio nudo, come una cometa che si sia avvicinata così tanto alla Terra da sfiorare i tetti delle case. Lo si poteva quasi toccare nel piccolo duomo, tarchiato che sembrava la stiva di una nave da carico; mentre lavorava con i muratori alla ristrutturazione delle nuove residenze; mentre parlava con i contadini, intratteneva vecchi e bambini, elargiva monete d’oro agli orfanelli, organizzava matrimoni, mangiava il cacciucco con i pescatori, restaurava teatri o, magari, consigliava la coltivazione della patata al sindaco, che si vantava di essere un ottimo agricoltore. Il mito ridiventava uomo, un borghese un po’ troppo rotondo e appesantito che aveva l’aria di un commerciante appena sbarcato da Piombino per i suoi traffici» (cfr. Ernesto Ferrero, Napoleone in venti parole).

Dolce era il paesaggio delle colline occidentali, che vantava qualche bosco di castagni. Poco sopra Marciana, sulle pendici del Monte Giove, ecco il più antico e venerato santuario dell’isola, la Madonna del Monte. Napoleone lo elesse a provvisoria sede estiva, perché il luogo era ed è di un incanto metafisico, tra ciuffi di ginestre e di cisto e grandi massi incisi dalle acque in forme bizzarre. Da lassù si domina tutta l’isola e la costa toscana; e, soprattutto, nei giorni di vento, si può vedere la Corsica in tutta la sua estensione. Napoleone amava contemplarla a lungo, sopraffatto dai ricordi e dai profumi della macchia mediterranea, che gli ricordavano quelli della sua isola. Nascosta com’è, la Madonna del Monte era il luogo ideale per ospitare in gran segreto la diletta amante polacca, Maria Walewska, che gli aveva dato un figlio. Venerdì 2 settembre, sperava ancora nell’arrivo di Maria Luisa. Per quanto notturno e clandestino, l’arrivo della Walewska non sfuggì alla curiosità degli elbani, che la scambiarono per l’imperatrice senza capire il perché di tanti misteri. Ma lui non voleva dare scandalo e fece partire l’amante malgrado una spaventosa burrasca rendesse precario l’imbarco. Poi la situazione precipitò. Gli Alleati stavano meditando di prelevare l’imperatore per trasportarlo lontano, ma lui li precedette. Beffandoli. Sempre recitando la parte del Cincinnato che si è rassegnato a curare le sue vacche. Domenica 26 febbraio 1815 Napoleone se ne andò al tramonto con sette vascelli malandati e un migliaio di fedelissimi. Ad attenderlo i 100 giorni che l’avrebbero portato a Waterloo. E a Sant’Elena.

Nei diari di Bernabei il rapporto tra Fanfani e Moro. Prima distante e poi…

14 Mag
14 Maggio 2021

Alberto Brandani recensisce il libro “Ettore Bernabei il primato della politica – La storia segreta della Dc nei diari di un protagonista” edito da Marsilio e scritto dal giornalista Piero Meucci. “Un’esperienza unica leggendo e trascrivendo i diari scritti da Bernabei dal 1956 al 1984”

Di Alberto Brandani, da Formiche.net

Cade in questi giorni il centenario della nascita di Ettore Bernabei. Inutile ricordare che Bernabei, fiorentino di origine, è stato direttore generale della Rai dal 1961 al 1974, ha scoperto i più famosi volti della televisione italiana come Enzo Biagi e Umberto Eco, e ha lavorato con politici quali Amintore FanfaniAldo MoroGiorgio La Pira ed Enrico Mattei.

L’uomo è stato in realtà il più stretto e ascoltato consigliere di Amintore Fanfani, condividendone e orientandone scelte e decisioni. È in questo spirito che sono in corso molte iniziative sia nell’ambito televisivo sia in quello editoriale. “Ho fatto un’esperienza unica leggendo e trascrivendo la prima serie dei diari scritti da Ettore Bernabei dal 1956 al 1984. Di fatto sono una pignola registrazione di tutto ciò che lui ha vissuto in prima persona in quegli anni, dai dibattiti controversi all’interno della Dc alla sua attività giornalistica presso Il Giornale del Mattino e in Rai fino ai delicati colloqui con le alte gerarchie vaticane. Questo libro non è un saggio e non è neppure un romanzo; è un libro di tecnica giornalistica di base di analisi e commento dei diari. L’idea è stata di Gianni e dei suoi fratelli per rendere omaggio al padre nell’occasione dei 100 anni dalla sua nascita, il prossimo 16 maggio 2021”.

Queste sono state le prime parole di Piero Meucci, autore del libro “Ettore Bernabei il primato della politica – La storia segreta della Dc nei diari di un protagonista” edito da Marsilio nella collana “Gli Specchi”, nel corso del nostro incontro a cui ha partecipato anche Giovanni Bernabei, figlio di Ettore e manager della Lux Vide, la nota società italiana di produzione televisiva e cinematografica fondata dal padre. Meucci è un giornalista professionista, ha lavorato fra l’altro per il gruppo Il Sole 24 Ore e per l’agenzia Ansa ed è autore di vari libri di giornalismo, politica ed economia. È presidente di Arcton, l’Associazione degli Archivi Cristiani dei Toscani del Novecento.

Vediamo prima di tutto cosa aggiunge questo testo di nuovo sulla figura poliedrica di Ettore Bernabei, giornalista, politico, imprenditore, rispetto ai due precedenti volumi “L’uomo di fiducia. I retroscena del potere raccontati da un testimone rimasto dietro le quinte per cinquant’anni” di Bernabei e Giorgio Dell’Arti e “Permesso, scusi, grazie. Dialogo fra un cattolico fervente e un laico impenitente” di Bernabei e Sergio Lepri. “L’uomo di fiducia” è un libro di fine anni Novanta e narra le vicende da una prospettiva temporale diversa rispetto ai diari e “Permesso, scusi, grazie” è una integrazione dei diari da cui si evincono i risultati concreti. I diari sono invece, e qui sta tutta la loro particolarità, una specie di alambicco da cui escono pillole di storia.

Vogliamo ad esempio per il lettore incuriosito raccontare del rapporto tra Fanfani e Moro. La descrizione e l’evoluzione del rapporto fra Fanfani e Moro, tra stima e diffidenza, amicizia e concorrenza, il cui anda­mento discontinuo si riflette con grande precisione nelle note dell’osservatore Bernabei.

Citazione: “Ho dovuto constatare an­cora una volta che anche gli uomini di intelligenza supe­riore e investiti di grande responsabilità si comportano fra loro con gli stessi complessi, le stesse debolezze, incertezze dei piccoli uomini, aggravati però dal controllo sull’impul­sività e dal rapporto continuo delle molte informazioni. Così per la timidezza, la gelosia, il sospetto che l’altro faccia un gioco personale e contrario: tra Moro e Fanfani non esiste un colloquio umano, confidenziale, ma un rapporto ufficiale, burocratico formalmente rispettoso, anche corte­se, ma sostanzialmente privo di polemica. Lui è persuaso che per guadagnare voti la dc deve con chiarezza valoriz­zare la scelta fatta con il centrosinistra e mostrare i vantag­gi per il futuro. Uniti sono una forza considerevole, mentre divisi rischiano di cadere uno dopo l’altro sotto l’azione dei dorotei”.

Ma correvano gli anni sessanta. I rapporti umani fra i due grandi statisti si sarebbero affinati e lo vediamo sempre nei diari. Basti pensare che Moro fu l’artefice del patto di Palazzo Giustiniani che riportò Fanfani segretario nazionale della Dc negli anni ‘70 e fino al drammatico referendum sul divorzio del 1976. E come non ricordare che nella disperata e continua ricerca di una via di uscita Fanfani cercò in tutti i modi di salvare la vita dello statista Dc prima rapito e poi assassinato vigliaccamente dalle Brigate Rosse. Il libro trasuda tutto di passione e amore per la politica, ma soprattutto è un allarme involontario per la mancanza di cultura politica che alberga ormai in gran parte dell’Italia nostrana.

Il lavoro di Meucci non tratta poi l’esperienza imprenditoriale di Bernabei come creatore della Lux Vide, diari che vanno dal 2007 al 2016. Ma per questo ci sarà tempo perché – come prosegue Meucci – è stato costituito un comitato scientifico con il prof. Agostino Giovagnoli, docente all’Università Cattolica di Milano, per studiare questo materiale. Insomma, come apparirà chiaro, queste pagine, questi diari a metà tra cronaca puntuale ed eventi storici servono a capire l’Italia dal 1946 al 1984. Certi come siamo che ciascun lettore troverà spunti di riflessione per sé e per i propri figli.

Il Prof. Alberto Brandani presenta: “Italiana” di Giuseppe Catozzella

05 Mag
5 Maggio 2021

Pubblicato su “La Freccia”, maggio 2021

Testimonianze e leggende in terra di Calabria, raccolte attraverso accurate ricerche, consultazione di lettere, fonti storiche ufficiali. Giuseppe Catozzella ci accompagna nella vita di Maria Oliviero, vissuta in quel periodo dell’800 in cui l’Italia si preparava a grandi sconvolgimenti. C’era ancora il Regno delle due Sicilie, con i Borboni al comando, lo Stato Pontificio a Roma. Tanti piccoli Stati chiusi in loro stessi.
Maria nasce poverissima in una famiglia di braccianti sfruttati dai Borboni. È una bambina vivace e intelligente che, «anche in un rigido inverno, ha nel cuore un’invincibile estate». Divora libri di nascosto, vaga nei boschi della Sila, dove fin da ragazzina, attraverso un fluido ragionamento, riesce a crearsi una sua coscienza, un’etica morale, una filosofia di vita. La sorella maggiore, Teresa, la odia ferocemente e distruggerà qualsiasi suo progetto, fino alla fine. S’innamorerà del giovane Pietro, bello e rivoluzionario, condividerà con lui i suoi sogni di libertà: «Volevamo un’Italia unita per davvero. Un’Italia che doveva trovare la sua unità, nell’uguaglianza dei braccianti e del popolo, da nord a sud, e non in una guerra infame che ha trattato la parte conquistata come Cristoforo Colombo ha trattato gli indiani. Volevamo scegliere di essere italiani». Maria vivrà l’entusiasmo delle folle alla proclamazione del Regno d’Italia, proverà gioia pura alle accese parole di Giuseppe Garibaldi, ma anche una profonda delusione per quelle promesse mancate che faranno precipitare il Meridione in un abisso più profondo di prima. Sarà perseguitata e fuggirà nei suoi boschi con una banda di briganti rivoluzionari, di cui sarà il capo indiscusso. Diventerà la leggenda Ciccilla, impavida e feroce, senza mai perdere la sua dignità di rivoluzionaria e di donna. «Sono Maria Oliviero, fu Biaggio di anni 22, nata e domiciliata a Casole, Cosenza, senza prole di Pietro Monaco. Tessitrice, cattolica, illetterata». Si presenta così quando nel 1864 viene catturata sui monti della Sila.
Soffriremo e gioiremo anche noi, sentiremo l’aria fresca dei boschi calabresi e il brivido della libertà. Maria e Ciccilla sono una sola donna con due facce. Maria sogna e ama, Ciccilla sa uccidere senza pietà. Proprio come il suo popolo che ambiva l’uguaglianza e lottava per conquistarla, ma che poi, ferito, si ripiegava su se stesso. La voce chiara di Maria ci conduce con schiettezza e con amore, con ferocia e determinazione, in un lungo illuminante viaggio negli ideali di libertà, dignità e giustizia. In fondo Ciccilla voleva solo sentirsi italiana. Ogni riga di questo romanzo è impregnata di sentimenti veri e crudi: la gioia e la delusione, la giustizia e i soprusi si fondono continuamente in un vortice che fatica a trovare un equilibrio. Ciccilla e il popolo a cui appartiene chiedono uguaglianza e unità, ma spesso il mimino comun denominatore di molti sedicenti sostenitori dell’Italia unita è rappresentato dall’opportunismo e dall’invidia. Si percepisce l’attrito tra ciò che Ciccilla e la sua banda vorrebbero e ciò che è veramente la realtà. Il lettore ha paura che anche i più impavidi possano abbandonare i loro valori, che non ci potrà mai essere un vero cambiamento, perché il marcio è radicato nel profondo dell’essere umano. Ma fortunatamente la primavera arriva sempre, nonostante tutto.

Un assaggio di lettura


Lo Scaffale della Freccia

Lo Scaffale dei ragazzi

Il Prof. Alberto Brandani presenta: “Il libro dei desideri” di Sue Monk Kidd

08 Gen
8 Gennaio 2021

Pubblicato su “La Freccia”, gennaio 2021

Non era facile scegliere un libro per iniziare il 2021, una storia che ci facesse sognare, volare, struggere e dimenticare, almeno per un po’, l’incubo in cui ci ha gettato l’anno che si è appena concluso. È Il libro dei desideri di Sue Monk Kidd che, dopo il superlativo L’invenzione delle ali, qui supera ogni aspettativa. Basato su una ricerca meticolosa di usi e costumi del I secolo d.C. in Galilea, ci presenta Ana, un’adolescente con la voglia di leggere gli antichi testi come solo gli uomini potevano fare e di conoscere altre lingue, in un periodo in cui le donne erano destinate per legge a servire gli uomini e a fare solo da mogli e da madri. Quando sembra che il suo destino segua i canoni consueti, incontra Gesù, appena diciottenne. Attratta subito dal giovane, col tempo s’innamorerà anche della sua mente vivida e aperta, intrisa di un’enorme bontà e di comprensione verso gli altri, e del suo grande rispetto per le donne. Un uomo con un’apertura straordinaria verso il mondo, quasi anacronistica, con dei dubbi e dei difetti, ma con una carica umana tale da arrivare dritto al cuore delle persone.
Compito del romanziere non è solo presentare un riflesso del mondo, ma immaginarne uno possibile. Il libro dei desideri immagina che Gesù, scapolo e casto, a un certo punto prenda moglie. «Sono profondamente e rispettosamente consapevole che Gesù è una figura alla quale milioni di persone sono devote», riflette l’autrice a margine del romanzo, «e che il suo impatto sulla storia della civiltà occidentale non ha eguali e coinvolge cristiani e non cristiani». Ma attenzione a non cadere nel tranello: Gesù è solo uno dei meravigliosi personaggi di questo romanzo. Sia le figure storiche che quelle di fantasia affascineranno il lettore dall’inizio alla fine.
Sue Monk Kidd ha un approccio audace alla storia e punta sempre il suo faro sul percorso di riscatto di Ana, in nome del quale non cesserà mai di inseguire le sue passioni e di far sentire la sua voce. Si farà spazio e lotterà per tutta la vita contro le gravi ingiustizie subite dalle donne e, anche se sposerà l’uomo che ama, dovrà pagare un prezzo altissimo solo per averlo scelto liberamente ed essersi innamorata, non certamente a caso, di uno dei “rivoluzionari” più determinati e altruisti di quei tempi oscuri e violenti.
Alla fine, leggendo la parte più struggente della storia (e magari versando qualche lacrima, so che lo farete) sarà chiaro che questo romanzo è davvero un miracolo. Sono ormai passati 30 anni dalla morte di Gesù e Ana è divenuta il capo della comunità dei Terapeuti, filosofi e religiosi dediti alla meditazione e alla cultura. Yalta, la zia, le domanda se ricorda quando da piccola aveva seppellito i suoi rotoli nella grotta per evitare che i genitori li bruciassero. «Ebbene», le dice Yalta, «devi farlo di nuovo. Voglio che tu scriva una copia di ciascuno dei tuoi codici e li seppellisca sulla collina, vicino alle scogliere, in quattro grandi orci». Ana fa resistenza, pensando che il suo scrittoio privato sia al sicuro, ma la voce affilata della zia le ricorda che verrà un giorno in cui gli uomini vorranno mettere a tacere le cose che ha scritto.
«Le avevo ripercorse nella mia mente: storie di matriarche; lo stupro e la menomazione di Tabita; gli orrori inflitti alle donne dagli uomini; le crudeltà di Antipa; il coraggio di Phasaelis; il mio matrimonio con Gesù; la morte di Susanna; l’esilio di Yalta; la schiavitù di Diodora; il potere di Sophia; la storia di Iside; il Tuono, mente perfetta, e una pletora di altre idee sulle donne che sovvertivano le credenze tradizionali. E questa era solo una parte».
Ana assolve agli ultimi desiderata della zia, seppellisce i codici e canta: «Sono Ana, sono stata la moglie di Gesù di Nazaret. Sono una voce». La voce di un mondo di donne coraggiose, che la cultura aiuta a non tacere.

Un assaggio di lettura

Lo Scaffale della Freccia

Il Prof. Alberto Brandani presenta: “Il bambino nascosto” di Roberto Andò

11 Ott
11 Ottobre 2020

Pubblicato su “La Freccia”, settembre 2020

Sono due le voci di questo romanzo, due voci alte, risonanti e commoventi allo stesso tempo, ma ugualmente innocenti.

Una è quella di Gabriele Santoro, un maestro di pianoforte, colto e un po’ misogino, che vive da solo nel quartiere malfamato di Forcella a Napoli; l’altra è di Ciro, un ragazzino di dieci anni, figlio di Carmine, uno degli scagnozzi del boss camorrista di zona.

La malavita, senza troppa difficoltà, gestisce e influenza una parte importante della vita cittadina e chi nasce all’interno di un certo contesto non può far altro che crescere in fretta, bruciando spesso le tappe della vita. Per chi ha un genitore camorrista è normale utilizzare un’arma e conoscerne i componenti, è ordinaria amministrazione scippare le anziane signore ed è doveroso sapere che i debiti si pagano sempre.

Un giorno, mentre aspetta un pacco, Gabriele lascia la porta di casa socchiusa e si ritrova di fronte Ciro. Il ragazzino, durante uno scippo, ha provocato la morte della madre del boss e viene subito braccato dai killer per riparare allo sgarro.

Comincia così la strana convivenza tra l’intellettuale raffinato e il bambino delinquente e straccione, che si nasconde a casa sua per sfuggire alla morte. L’uno parla italiano, l’altro un dialetto smozzicato, rozzo. Sembra che fra il pianista solitario e un po’ depresso e il figlio di un camorrista che a dieci anni ne ha viste già di tutti i colori non ci sia possibilità di rapporto. Invece, nei 15 giorni della loro vita in comune, anche se Santoro sa di essere sospettato e in pericolo, scatta fra i due un affetto profondo, come se l’uno avesse bisogno dell’altro, se il piccolo potesse insegnare al grande i misteri della vita reale, difficile, violenta, sanguinosa, mentre il pianista può offrire libri e spartiti rari, lezioni di musica e poesie, accudimento e affetto.

Punti di incontro, insomma: l’umanità che riesce a farci riconoscere come persone e scaccia i pregiudizi; la consapevolezza di potersi fidare di qualcuno, che inonda l’animo di una purissima serenità; la musica, considerata sia come energia che smuove emozioni profonde sia come passione da vivere e da trasmettere.

S’instaura un rapporto di intensa emotività, di fiducia e rispetto, in cui il maestro prova il piacere di trovare a casa qualcuno che l’aspetta e Ciro recupera una parte della sua infanzia rubata, torna un po’ il bambino che sarebbe stato se non fosse nato in un’ambiente criminale e tragicamente insano. E sin dall’inizio è chiaro che Gabriele Santoro è determinato a correre qualunque rischio pur di proteggere Ciro, in nome di un amore profondo, più forte di quello che i veri genitori sono in grado di offrirgli.

Gabriele ha un fratello magistrato, Renato, con cui è in dissidio; un padre novantenne, Massimo, vecchio professore di filosofia; un compagno di vita, Biagio, da cui si è allontanato. Dunque, deve scegliere da solo e la sua integrità interiore lo fa decidere per la protezione di un innocente, anche se sa che potrebbe costargli la vita.

Inevitabile lo scontro con il fratello magistrato, è come se la compassione si confrontasse con la durezza della legge, che non fa eccezioni e potrà costargli un’accusa per sottrazione di minore. Roberto Andò, fresco vincitore del Premio Elba-Brignetti 2020, pone in modo toccante il problema dell’abitudine al male, di come la rassegnazione sia già di per sé peggiore del male stesso. Una riflessione profonda con una grande apertura morale: la misericordia supera sempre la giustizia? Sì, in questo caso il bene vince sul male, ma al prezzo del sacrificio espiatorio dell’innocente. Perciò, a ragione, il maestro dice: «Se non dovessi tornare, sappiate che non sono mai partito».

Ho lasciato per ultimi i colori di Napoli, illividita nella rassegnazione che fa perdere l’intensità del paesaggio. Per ricordarci che le sfumature più limpide nascono sempre dalla serenità interiore.

Un assaggio di lettura

Lo Scaffale della Freccia