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Il Prof. Alberto Brandani presenta: “Il silenzio delle ragazze”, di Pat Barker

08 Mag
8 Maggio 2020

Pubblicato su “La Freccia”, maggio 2020

Quando Limesso, piccola città alleata di Troia, viene distrutta dai greci, Briseide, figlia di un re, viene catturata come tutte le altre donne e consegnata come un trofeo al grande Achille. A 19 anni diventa schiava, concubina, infermiera, pronta a soddisfare ogni desiderio del suo padrone. È lei il premio di guerra di Achille il Pelide, proprio colui che ha letteralmente “macellato” tutta la sua famiglia.
L’epica guerra di Troia è sempre una magnifica storia da leggere, una storia che parla di eroi, semidei, sconfitti, malvagità. E di donne, schiave e regine. Qui, dove tutto comincia con una donna e per una donna, le donne sembrano mute, asservite. «Alle donne si addice il silenzio», si legge nel romanzo di Pat Barker, che si è posta l’obiettivo di raccontarci la guerra di Troia con gli occhi delle schiave.
L’impianto è teatrale, quasi si colgono le quinte di scena che di momento in momento legano la storia. È un manifesto femminista, crudo e violento, una perfetta sceneggiatura per un film di Quentin Tarantino, trucido e splatter, con ossa, budella e topi morti a iosa che vanno avanti per pagine e pagine. Sappiamo bene che le descrizioni di guerra sono tremende anche nei grandi classici, ma pure che le frasi più celebri della letteratura si costruiscono per sottrazione. «La sventurata rispose» di manzoniana memoria non è forse quel che resta dopo che Manzoni ebbe sottratto pagine e pagine? Attraverso il racconto disincantato e verace di Briseide, entriamo nell’accampamento greco dove si aggirano Agamennone, Patroclo e Ulisse. I loro sentimenti, le loro turbe, le passioni. E ci sembrano meno dèi e più semplicemente uomini. Pat Barker ha cercato di dare voce a quei soggetti della storia che mai ne hanno avuta: le donne mute della terribile guerra di Troia, capaci di guardare ogni cosa con altri occhi e altro cuore.
Eppure, riflettendo attentamente, cogliamo che con il tempo ogni confine nell’accampamento acheo è destinato a sfumarsi, ogni separazione sembra sfaldarsi fra chi condivide la stessa condizione umana. La posizione dei guerrieri achei è ben diversa da quella delle schiave troiane, ma alla fine il destino di tutti, uomini e donne, vincitori e sconfitti, è subordinato alla stessa logica violenta e disperata della guerra. È in questo contesto che può nascere e materializzarsi un sentimento affettuoso verso il proprio rapitore o un gesto ospitale verso il più acerrimo nemico. Ed è qui che, al di là delle intenzioni dell’autrice, svettano i tre protagonisti di un romanzo che colpisce al cuore. Di Briseide abbiamo già detto, ma non possiamo dimenticare il grande amore che suscita Patroclo in lei e presso Achille: un bimbo strappato alla sua famiglia per un tragico gioco finito male. E che dire della splendida malinconia di Achille, abbandonato a sette anni dalla madre, che si immerge possente nel mare nella speranza di carpirne qualche frase? Nell’animo dei tre protagonisti, in particolare di Achille e Patroclo, scende un pianto disperato che viene recuperato come visione onirica della vita e balsamo lenitivo delle angosce, delle paure e malinconie di noi comuni mortali. Sono pagine e sensazioni che, per dirla in gergo teatrale, “valgono il biglietto”.

Un assaggio di lettura

Lo scaffale della Freccia

Il Prof. Brandani presenta: “La misura del tempo”, di Gianrico Carofiglio

05 Apr
5 Aprile 2020

Pubblicato su “La Freccia”, aprile 2020

Gianrico Carofiglio, Einaudi, pp. 288, € 18.

Tutte le volte che in tv appare Rosario Fiorello o suo fratello Beppe, la maestra Susanna, a me cara, esclama: «Che soddisfazione deve essere per la mamma averli tutti e due belli, bravi e buoni! La madre dei Gracchi!». A parte il fatto che la signora Fiorello di figli ne ha quattro (e mi sembrano tutti bravi), questa battuta è rimbalzata nella mia mente al momento di scegliere il libro di aprile tra altri due fratelli colti, fascinosi e perbene (chissà la madre…), tra le pennellate da Macchiaioli dell’affresco fiorentino e toscano di Francesco Carofiglio (L’estate dell’incanto) e il thriller completamente sui generis del fratello Gianrico. Ho optato per La misura del tempo, a metà strada tra il giallo, un trattato di diritto penale, gli amori svaniti di un tempo e continue variazioni ritmiche che ne fanno un romanzo sospeso tra riflessione e thriller, senza che mai si stacchi la corrente tra autore e lettore.
In una conferenza, molti anni or sono, ricordo di aver sostenuto che ci sono due cose contro le quali nulla si può: il tumore e la giustizia ingiusta. Se queste cose accadono, la sventurata vittima può solo sperare di uscirne, prima o poi. Certo è che il tempo logora talvolta in via definitiva gli involontari protagonisti di queste vicende. Anche il cliente di Guerrieri, l’avvocato ormai classico di Gianrico Carofiglio, sembra rientrare in questa categoria: accusato di omicidio, la giustizia ingiusta si accanisce contro di lui, ma del finale del thriller non svelerò nulla.
L’amico e scrittore Diego De Silva aveva suggerito all’autore di scrivere un manuale di procedura penale, «convinto che un testo universitario firmato da un romanziere di successo sia un supporto didattico che affrancherebbe gli studenti dalla pedanteria di tanti libri». A nostro modesto avviso Carofiglio non ha dato retta a De Silva, pensiamo piuttosto che abbia voluto condurre con una prova di forza il lettore dentro labirinti inaccessibili a tutti se non a quei penalisti che frequentano assiduamente le aule dei tribunali e apparecchiano una perenne dialettica tra le ragioni della difesa e dell’accusa. La scelta di riprodurre integralmente parte degli atti processuali con caratteri tipografici specifici risponde alla spietata esigenza del legal thriller, che non dice mai se il protagonista è colpevole o innocente, solo se viene assolto o condannato. Il grande Nino, noto penalista toscano, è solito definire il processo penale come un duello western: vince solo chi si salva.
Una seconda osservazione è relativa alla “misura del tempo”, un titolo se vogliamo proustiano. Mai come in questa opera il tempo si muove secondo i sussulti dell’anima, i ricordi del cuore e la conturbante bellezza di Lorenza. Quando tale bellezza è descritta così bene in pochi frammenti, vuol dire che attimi di quella vita amorosa sono rimasti incompiuti. L’avvocato Guerrieri, eroe riluttante ma non troppo, a metà tra la stanca malinconia di Humphrey Bogart in Casablanca e i trench all’americana di Raymond Chandler, trova un qualche sollievo negli abbacinanti chiarori del lungomare di Bari. E come sia fisicamente il protagonista lo scoprirete facilmente girando pagina.

Un assaggio di lettura

Lo scaffale della Freccia

Il Prof. Brandani presenta: “Ladies Football Club”, di Stefano Massini

04 Mar
4 Marzo 2020

Pubblicato su “La Freccia”, marzo 2020

Stefano Massini, Mondadori, pp. 192 € 16.

C’era una volta un bambino dotato per il nuoto. La famiglia a cinque anni glielo impose. In realtà amava il pallone e arrivato a dieci anni disse, tutto serio, alla madre: «Da oggi andrò solo a calcio». Trent’anni dopo, da manager affermato, continua a giocare nelle squadre di seconda categoria. E, in una vita ricca di incontri ai massimi livelli, non può certo fare a meno di passare le sue domeniche nella squadra del Radicondoli. Del resto, Bernard Shaw diceva, grosso modo, che il calcio racchiude in 90 minuti l’intero universo e il Balzac di questo epico sport, Gianni Brera, aveva per primo colto nel campionato di calcio una metafora della vita. Ma su questo torneremo.

Con il suo bel libro Stefano Massini ci regala un’autentica ballata. L’architettura linguistica e teatrale racchiude i capitoli in una cornice ideale che parte dalla squadra e finisce a Stamford Bridge. Il risultato scenico e acustico è a dir poco spettacolare: nel leggere i numeri delle maglie e i nomi sembra di sentire gli altoparlanti dello stadio e, per dirla come il grande Mourinho, «il rumore dei nemici».

Ma veniamo alla storia. È il 6 aprile 1917. Gli Usa entrano in guerra, il bollettino dei morti si allunga ogni giorno e Lenin sta preparando la rivoluzione russa. Nel cortile di una fabbrica di munizioni di Sheffield, durante la pausa pranzo, un gruppo di operaie prende a calci una palla, un prototipo innocuo di bomba, abbandonato là. È il calcio d’inizio di questa storia, il primo sfogo di rabbia di queste donne: mariti, padri e figli sono in guerra, mentre loro combattono contro la solitudine e lo schifo. Undici donne, 11 storie, 11 guerriere che vogliono fare la loro parte. Massini disegna ciascuna, c’è chi legge Marx, chi vuole essere invisibile oppure diventare suora. Penelope parla in un modo tutto suo e vede le cose come stanno, Rosalyn, enorme, difende la porta come se ne andasse della sua stessa vita. Queste povere anime vengono ricamate con lo stesso filo e poi sollevate in alto tutte insieme. E si fondono in una sola meravigliosa entità: le Ladies Football Club. Hanno insegnato loro a essere pazienti e compassionevoli crocerossine. E invece diventeranno una squadra, la prima in assoluto, che osa sovvertire le regole di un gioco allora solo maschile. Indosseranno pesanti divise nere e si sentiranno vive insieme, sul campo. Con l’entusiasmo di prendere a calci una palla e infilarla in rete (non importa quale!).

Saranno, insomma, le nostre eroine. A volte perdono, ma quando Rosalyn Taylor scappa via stringendo un pallone, forse tutto lo stadio di Stamford Bridge sarebbe voluto fuggire con lei. Beppe Severgnini sarebbe d’accordo. Il campionato di calcio è una metafora perfetta della vita e del campionato del potere con quattro regole ferree:

  1. quantità (intesa come allenamento e dedizione), è solo un prerequisito;

  2. qualità, estro, fantasia intelligente;

  3. benevoli, perché dai gravi infortuni non sempre si riesce a risollevarsi;

  4. fisico bestiale, per sopportare le avversità, i veleni, le cattiverie e le ingiustizie.

Sapendo che alla retorica domanda «ma ne valeva la pena?» si possa rispondere senza incertezze (le ragazze inglesi e tutti noi) «sì, ne vale la pena».

Un assaggio di lettura

Lo scaffale della Freccia

Il Prof. Alberto Brandani ad Achab (Tg2): “La Freccia, un’esperienza di successo”

28 Nov
28 Novembre 2019

Il Prof. Brandani presenta: “Francesco e il Sultano”, di Ernesto Ferrero

03 Ott
3 Ottobre 2019

Pubblicato su “La Freccia”, ottobre ’19

Nel giugno 1219 Francesco d’Assisi trentasettenne parte per nave alla volta dell’Oriente e si lancia in una impresa disperata insieme al fidato frate Illuminato. Raggiungere Damietta assediata dai crociati e incontrare il Sultano d’Egitto. Questo il vero incipit del romanzo storico di Ernesto Ferrero Francesco e il Sultano, nelle librerie dal 24 settembre. Ma il suo autore ci ha lavorato per anni con la cura paziente di un artigiano mai contento e sempre pronto a rimettersi in discussione.

Un romanzo storico, un romanzo biografico, ma anche un romanzo corale di viandanti sempre in movimento, di eterni pellegrini agitati da una sete di assoluto, sempre in viaggio per l’Italia, l’Europa, l’Oriente.

Ma lo si può anche definire un romanzo d’avventura, di cui ha pure il ritmo, e non solo perché è ambientato per buona parte in Egitto e in Palestina, dove è in corso una guerra feroce, in cui gli eserciti cristiani assediano Damietta. Quella che Francesco propone, in primo luogo a sé stesso, è l’avventura di una sfida estrema, sorretta da una tensione che non ammette soste: è il dono totale di sé agli altri, la sottomissione ad ogni creatura vivente. Francesco è un santo itinerante, sempre in marcia verso qualcosa, insoddisfatto di sé, al centro di una vicenda collettiva che è la vera protagonista della storia. Un Medioevo formicolante di personaggi memorabili viene colto nella sua complessità e nelle sue mille sfaccettature come se fosse ripreso dall’alto, da un drone. Il romanzo restituisce il Francesco mistico e rarefatto degli affreschi della basilica di Assisi alla sua fisicità, al linguaggio del corpo, al lavoro manuale che tanto lo appassiona, e che a lui sembra «un buon modo di parlare con Dio». La sua fisicità erompe nell’assoluta novità della sua predicazione, fatta anche di canto e di danza. Geniale uomo di spettacolo e oggi diremmo maestro di comunicazione. La sua fede non è intellettuale o libresca, ma nasce direttamente dalla corporalità, dall’amore per l’uomo così com’è, dalla misericordia, dal rifiuto di giudicare. Ma il romanzo racconta anche la storia di un tradimento e di una contraffazione. Un tradimento che arriva ad attribuire a Francesco, per mano di Bonaventura da Bagnoregio – diventato suo biografo ufficiale – un gesto aggressivo e così poco francescano quale l’aver sfidato il Sultano alla prova del fuoco, poi dipinta da Giotto o da chi per lui ad Assisi.

Questo falso d’autore forse nasconde la dirompente novità di un dialogo fatto di rispetto e di comprensione reciproca che avrebbe potuto cambiare il corso della storia e che il romanzo prova a ricostruire. Il mare della storia fluisce verso il lettore e lo conduce nel porto del dialogo tra le grandi religioni

Un assaggio di lettura

Lo scaffale della freccia

Il Prof. Brandani presenta:”Il Novecento. Dal Futurismo al Neorealismo”, di Vittorio Sgarbi

10 Ago
10 Agosto 2019

Pubblicato su “La Freccia”, Agosto ’19

In anni lontani ma non tali da non scorgerne ancora le linee guida ho studiato e riflettuto su scritti tutti all’epoca “celeberrimi”. Quelli di Eugenio Garin sul Rinascimento e quelli affascinanti di Jacob Burckhardt (La civiltà del Rinascimento in Italia e Meditazioni sulla storia universale). Il tutto alla luce di quella perfetta e quasi inarrivabile cattedrale gotica che era la filosofa di Hegel: uno spartiacque della storiografia moderna perché non era possibile confrontarsi con i grandi movimenti culturali del Novecento senza prima aver inteso qualcosa di questo professore di filosofia che morto prematuramente, per tutta la vita aveva cercato di comporre un ordine universale delle cose sulle quali tutte dovesse aleggiare il Weltgeist, lo spirito del mondo. È proprio questa acuta intuizione di Vittorio Sgarbi che mi ha condotto ad una lettura prima disordinata e poi più composta del primo volume de Il Novecento. Dal Futurismo al Neorealismo, La nave di Teseo, con la bella introduzione di Franco Cordelli. Lascio la parola all’autore che meglio di ogni altra mia interpretazione succintamente racconta tutto in una paginetta.
«Per spiegare il senso profondo di questo nuovo volume, dedicato al Novecento, occorre risalire al pensiero del filosofo Georg Wilhelm Friedrich Hegel: lo Spirito del mondo si manifesta in ogni epoca in un determinato luogo. E dunque, per tornare nel nostro contesto, lo Spirito del mondo appare nel Trecento a Padova, con Giotto. È ancora a Padova nel Quattrocento, con Donatello e Mantegna, anche se il baricentro è prevalentemente a Firenze. Nel Cinquecento è a Roma, e la sua forza perdura anche nel Seicento, con Caravaggio e con il Barocco. Nell’età neoclassica inizia a vacillare il primato dell’Italia, e si annunciano fenomeni molto rilevanti in Francia, i quali poi irrompono, alla fine dell’Ottocento, con gli impressionisti.
L’Italia perde lo Spirito del mondo.
Insomma, se Modigliani avesse lavorato a Livorno, e si fosse ispirato al solo “primitivismo” italiano, non avrebbe avuto la stessa eco, come dimostra la vicenda dei macchiaioli o di Ghiglia; e probabilmente analogo discorso si potrebbe fare per Picasso: se fosse rimasto in Spagna e non avesse conosciuto Parigi, sarebbe stato “Picasso”?».
Con questa premessa teoretica, il resto è il tentativo, devo dire grandemente riuscito, di tanti piccoli capitoli che salvano ciò che questi autori esprimono mentre il Weltgeist è volato via. Un linguaggio essenziale, breve, unisce l’eleganza della rappresentazione ad una caratteristica pedagogica altamente pregevole. Si resta stupefatti di fronte a tanta bellezza aiutati eccome da un accurato apparato iconografico.
Bene inteso a Vittorio Sgarbi, alla sua sterminata cultura ed alla sua impenitente considerazione di sé non serve certo l’elogio di questo articoletto ma ricordare i Labronici o Cagnaccio di San Pietro, Modigliani o l’incantata presenza di Virgilio Guidi è un esercizio a me pare magistralmente riuscito

Un assaggio di lettura

Lo Scaffale della Freccia

Il Prof. Brandani presenta: “I Leoni di Sicilia, La Saga dei Florio”, di Stefania Auci

10 Lug
10 Luglio 2019

Pubblicato su “La Freccia”, Luglio ’19

Lunedì 13 maggio. Nella piccola e accogliente Libreria Stregata di Portoferraio (Isola d’Elba) arriva un cartone di novità. La titolare estrae dal cartone un grosso tomo che ha in copertina una foto che sembra tratta dalla pittura di Silvestro Lega e dei grandi Macchiaioli. Mi avvicino incuriosito e leggo il sottotitolo, La saga dei Florio. Velocissimo il pensiero corre alla mia infanzia. Seduto su grandi balle di caffè ascoltavo i racconti di mia nonna, che aveva un grande emporio commerciale e ricordava a tutti come il marito negli anni ’30 avesse chiamato un chimico tedesco per fare il Marsala. «Non sarà come quello dei Florio ma speriamo che almeno gli si avvicini». I leoni di Sicilia di Stefania Auci è in realtà la saga dei Florio, una delle famiglie più conosciute dell’800 italiano e del primo ’900.
Sbarcati a Palermo da Bagnara Calabra nel 1799 Paolo e Ignazio Florio guardano avanti, irrequieti e ambiziosi, decisi ad arrivare in alto, più in alto di tutti. La bottega di spezie diviene la più importante della città. Una aristocrazia palermitana tanto altera quanto lentamente morta e spiantata concede loro spazi di moltiplicazione di ricchezza ineguagliati. Case, terreni, zolfo, e questo non è niente in confronto a ciò che accade con il re leone della casa, quel Vincenzo che si inventa il tonno sott’olio a Favignana, la flotta a vapore e fa di un vino da poveri, il Marsala, un nettare raffinato per principi e potenti. Palermo osserva ma lo stupore si trasforma in invidia acida e nel disprezzo. Rimarranno sempre facchini e picciriddi. L’aristocrazia palermitana non sa che in questo modo moltiplica per cento la loro
voglia di riscatto, di successo e la loro capacità di sacrificio. E se l’autrice ha scandagliato a fondo la saga pubblica dei Florio, è riuscita anche a trasmetterci indimenticabili personaggi femminili: Giuseppina, che non perdonerà mai al marito di averla portata a Palermo, e Giulia, che sosterrà in silenzio Vincenzo diventando il porto sicuro delle sue continue vicissitudini.
Tutto questo calato in un attentissimo quadro storico. Leggendo e rileggendo il libro sono arrivato a concludere che si tratti di un romanzo storico nella sua pienezza. Si può pensare ai Malavoglia, ai Viceré o al Gattopardo, ma forse a ben vedere bisogna andare alla Fiera delle vanità di Thackeray.
Siamo di fronte a un’opera corale, ampia, scritta con un’attenzione all’uso del linguaggio quasi assoluta. Stefania Auci ci vuol ricordare che anche qui, come nella Fiera delle vanità, la lotta per i danari, il potere, l’ascesa sociale era senza pietà, senza limiti, sfrenata nella durezza e negli eccessi così come nelle nascoste fragilità.
«Come una corrente elettrica, la grandezza dei Florio attraversa anche oggi la città di Palermo, rivelandosi in scintille tanto luminose quanto sfuggenti: le finestre di uno splendido palazzo abbandonato, un portone in un vicolo oscuro, le torrette della palazzina dei Quattro Pizzi…» (Stefania Auci).

Un assaggio di lettura

Lo scaffale della Freccia