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Il Prof. Brandani presenta: “Cambiare l’acqua ai fiori”, di Valérie Perrin

06 Feb
6 febbraio 2020

Pubblicato su “La Freccia”, febbraio 2020

A Livorno, in via dell’Ardenza, c’è il Cimitero della Purificazione. L’ingresso è un viale odoroso, sulla destra cappelle di famiglie livornesi della buona borghesia, a sinistra i marmisti che lavorano tranquilli. Il cielo è sempre terso e il salmastro arriva prepotente. Ovunque un senso di pace. Attraversando la strada, al numero 2 c’è il negozio di fiori gestito dalla signora Graziella e dalla figlia Laura e, prima di loro, dalla ottuagenaria Silvia. Ricordano i nomi di tutti, le dimensioni dei vasi, i fiori preferiti. Consigliano sempre orchidee e margherite e hanno sulle labbra parole di composta allegria.

È proprio tutto vero, allora, mi son detto leggendo l’incipit del bel libro di Valérie Perrin. Nel romanzo Violette Toussaint è la guardiana di un piccolo cimitero. Gentile, solare e dal cuore grande. Durante le visite ai loro cari, tante persone la vanno a salutare. Un giorno si presenta un poliziotto con una strana richiesta: sua madre, recentemente scomparsa, ha espresso la volontà di essere sepolta in quel lontano paesino, nella tomba di uno sconosciuto signore del posto. Da qui si dipana una ragnatela di intrecci e sussulti che tengono avvinghiato il lettore fino all’ultima riga, lasciando però a ogni capitolo una sua peculiarità di sentimenti; ogni pagina fa commuovere e piangere, ma anche lievitare di passione e di speranza. Una speranza alimentata dallo stesso amore che pervade l’intero libro.

Cambiare l’acqua ai fiori è una storia d’amore, anzi una storia dell’Amore in tutte le sue forme, da ogni prospettiva. Amore per un uomo, per una figlia, a volte amore proibito o non ricambiato, amore che resiste anche alla morte. Un sentimento che ci fa gioire, certo, ma anche soffrire, di un dolore che s’insinua più in profondità di qualsiasi altra cosa.

Violette è la protagonista assoluta attorno alla quale ruotano tutti gli altri personaggi, una ragazza sbattuta dal destino, ma che non ha paura d’amare. Si butta a capofitto e resiste, anche quando fa male.

Philippe Toussaint è suo marito. Bello e dannato, rovinato dall’amore morboso dei suoi genitori, donnaiolo incallito, innamorato da sempre della giovane moglie dello zio, che però non insidia proprio per amore (dello zio), inconsapevolmente innamorato di Violette, nonostante le sofferenze che le infligge. E poi il sesso. Tanto sesso. Raccontato in modo così naturale, da farlo apparire e scomparire, eppur tuttavia un balsamo della vita.

La struttura della storia è basata su piani temporali differenti e sull’intreccio di vite diverse, una legata all’altra, magnificamente raccontate. Sarà bene, però, non svelare altro per non rovinare il perfetto incastro costruito dall’autrice e non indicare la via d’uscita di questo labirinto di emozioni.

Leggere il romanzo è come bere amore a lunghi sorsi, assaporando i sentimenti attraverso l’impronta fotografica di Valérie Perrin. Merito, forse, anche del rapporto strettissimo, di vita e di lavoro, con Claude Lelouch, uno dei menestrelli d’amore della cinematografia mondiale. Immergiamoci, allora, completamente nell’atmosfera di una piccola comunità, paradossalmente allegra, che quasi riesce a formare una famiglia in un luogo di morte: un piccolo cimitero di provincia che ospita la Vita, quella vera, autentica, che sopravvive a ogni dolore. Pronta, come Violette, a meravigliarsi per una goccia di rugiada sulla corolla di un fiore.

Un assaggio di lettura da “La Freccia” di febbraio ’20: brani tratti da “Cambiare l’acqua ai fiori”

06 Feb
6 febbraio 2020

BRANI TRATTI DA CAMBIARE L’ACQUA AI FIORI

I miei vicini non temono niente. Non hanno preoccupazioni, non si innamorano, non si mangiano le unghie, non credono al caso, non fanno promesse né rumore, non hanno l’assistenza sanitaria, non piangono, non cercano le chiavi né gli occhiali né il telecomando né i figli né la felicità.
Non leggono, non pagano tasse, non fanno diete, non hanno preferenze, non cambiano idea, non si rifanno il letto, non fumano, non stilano liste, non contano fino a dieci prima di parlare, non si fanno sostituire.
Non sono leccaculo né ambiziosi, rancorosi, carini, meschini, generosi, gelosi, trascurati, puliti, sublimi, divertenti, drogati, spilorci, sorridenti, furbi, violenti, innamorati, brontoloni, ipocriti, dolci, duri, molli, cattivi, bugiardi, ladri, giocatori d’azzardo, coraggiosi, fannulloni, credenti, viziosi, ottimisti. I miei vicini sono morti.
L’unica differenza che c’è fra loro è il legno della bara: quercia, pino o mogano. […]
I primi mesi della nostra convivenza a Charleville-Mezières ho scritto all’interno di ogni giorno “AMORE FOLLE” a pennarello rosso. Questo fino al 31 dicembre 1985. La mia ombra era sempre in quella di Philippe Toussaint, tranne quando andavo al lavoro. Mi risucchiava, mi beveva, mi avviluppava. Era di una sensualità pazzesca. Mi si squagliava in bocca come caramello, come zucchero filato. Ero perennemente in festa. Se ripenso a quel periodo mi vedo come al luna park.
Sapeva sempre dove mettere le mani, la bocca, i baci. Non si smarriva mai. Aveva una carta stradale del mio corpo, itinerari che conosceva a memoria e di cui io ignoravo addirittura l’esistenza. […]
Vivevamo l’una nelle vampate dell’altro. Diceva sempre: «[…] non avevo mai provato niente di simile! Sei una strega, sono sicuro che sei una strega!». Credo che mi facesse le corna già dal primo anno. Credo che mi abbia sempre tradito e mentito, che appena voltavo le spalle si fiondasse su qualcun’altra.
Philippe Toussaint era come quei cigni che sono maestosi in acqua e traballano quando camminano sulla terra. Trasformava il nostro letto nel paradiso, era aggraziato e sensuale in amore, ma appena si alzava, appena si metteva in verticale abbandonando l’orizzontalità del nostro amore, perdeva parecchi punti. Era incapace di qualsiasi conversazione, gli interessavano solo la motocicletta e i videogiochi. Non voleva più che facessi la barista al Tibourin, era troppo geloso degli uomini che mi avvicinavano. Sono stata costretta a dare le dimissioni subito dopo essermi messa con lui. Avevo trovato lavoro come cameriera in una trattoria, attaccavo alle dieci, quando si cominciava a preparare per il pranzo, e staccavo alle sei del pomeriggio.
La mattina, quando uscivo di casa, Philippe Toussaint dormiva ancora. Mi costava tantissimo lasciare il nostro confortevole nido e affrontare il freddo della strada. Diceva che durante il giorno andava in giro con la moto. La sera, tornando, lo trovavo sbracato davanti alla televisione. Aprivo la porta e mi stendevo su di lui, come se dopo il lavoro mi tuffassi in un’immensa piscina calda imbevuta di sole. Desideravo del blu nella mia vita? Eccomi servita.
Avrei fatto qualunque cosa perché mi toccasse. Solo questo, toccarmi. Avevo la sensazione di appartenergli corpo e anima, e mi piaceva un sacco appartenergli corpo e anima. All’epoca avevo diciassette anni e, nella mia testa, molta felicità da recuperare. Se mi avesse lasciato non credo che il mio corpo avrebbe retto allo shock di un’altra separazione, dopo quella da mia madre. […]
Niente “Cara Violette” o “Signora”, la lettera di Julien Seul cominciava senza formule di cortesia. […] Sono arrivato a Brancion-en-Chalon alle due del mattino. Ho parcheggiato davanti al cancello chiuso del cimitero e mi sono addormentato. Ho fatto brutti sogni, ho avuto freddo, ho acceso il motore per riscaldarmi e mi sono riaddormentato. Verso le sette ho riaperto gli occhi e ho visto la luce dentro casa sua. Sono venuto a bussarle. Non mi aspettavo affatto di trovare una come lei. Bussando alla porta del guardiano del cimitero uno si aspetta di trovarsi davanti un vecchio panciuto e rubicondo. Lo so, sono cliché stupidi, ma certo non mi attendevo lei né i suoi occhi acuti, spaventati, dolci e diffidenti. Lei mi ha fatto entrare e mi ha offerto un caffè. C’era una bella atmosfera a casa sua, un buon odore, e anche lei aveva un buon odore. Aveva addosso una vestaglia grigia da vecchia, eppure emanava qualcosa che sapeva di giovinezza, non so come dire, una certa energia, qualcosa che il tempo non aveva sciupato. Sembrava che quella vestaglia fosse una maschera, ecco, come una bambina che avesse preso in prestito il vestito di un’adulta. Aveva i capelli raccolti in uno chignon. Non so se fosse colpa dello shock che avevo avuto dal notaio, della guidata notturna o della stanchezza che mi confondeva la vista, ma l’ho trovata incredibilmente irreale, un po’ come un fantasma, un’apparizione. Vedendo lei ho sentito per la prima volta che mia madre stava condividendo con me la sua strana vita parallela, che mi aveva portato là dove veramente era. Poi ha tirato fuori i registri delle sepolture, e in quel momento ho capito che era una persona singolare, che esistono donne che non somigliano a nessun’altra. Lei era qualcuno, non la copia di qualcuno. Mentre si preparava sono tornato in macchina, ho acceso il motore e chiuso gli occhi, ma non sono riuscito a dormire, continuavo a vederla dietro quella porta, ha continuato ad aprirmela per un’ora, come uno spezzone di film che riguardavo a ciclo continuo per riascoltare la musica della scena che avevo appena vissuto. Quando l’ho vista aspettarmi dietro il cancello col lungo cappotto blu scuro sono sceso dalla macchina pensando: “Devo scoprire da dove viene e che ci fa qui”. Poi mi ha condotto alla tomba di Gabriel Prudent. Camminava eretta, aveva un bel profilo, e a ogni suo passo intuivo del rosso sotto il cappotto, come se nascondesse un segreto, e di nuovo ho pensato: “Devo scoprire da dove viene e che ci fa qui”. Avrei dovuto essere triste in quella gelida mattina d’ottobre nel suo lugubre cimitero, invece mi sentivo esattamente il contrario. Davanti alla tomba di Gabriel Prudent mi sono sentito come uno che nel giorno del matrimonio si innamora di un’invitata […].
È la prima lettera d’amore che ricevo in vita mia. Strana, ma pur sempre una lettera d’amore. Per ricordare la madre ha scritto poche parole, quattro frasi per tirare fuori le quali sembra aver sudato sette camicie, mentre a me ha mandato intere pagine. È decisamente più facile vuotare il sacco con un perfetto sconosciuto che non in una riunione di famiglia. Guardo la busta chiusa con l’indirizzo di Philippe Toussaint dentro. La infilo tra le pagine di un numero di Roses Magazine. Non so ancora che ne farò, se la lascerò chiusa nella rivista, la butterò o la aprirò. Philippe Toussaint vive a cento chilometri dal cimitero, non ci posso credere, lo credevo all’estero, all’altro capo del mondo. Un mondo che da un pezzo non è più il mio. […]

Diario di Irène Fayolle
22 ottobre 1992
Ieri sera ho sentito la voce di Gabriel in televisione. Parlava di “difendere una donna che mi ha lasciato”. Naturalmente non ha detto così, è la mia mente a distorcere le parole. Paul mi stava aiutando a preparare la cena in cucina, nella stanza accanto c’era la televisione accesa. Risentendo quel tono di voce legato ai miei ricordi più belli sono stata talmente sorpresa da far cadere la pentola d’acqua bollente che avevo in mano. Si è schiantata sul pavimento ustionandomi le caviglie. Ha fatto un fracasso del diavolo, Paul è andato nel panico, ha creduto che tremassi per le bruciature. Mi ha trascinato in salotto e mi ha fatto sedere sul divano davanti alla televisione, davanti a Gabriel. Lui era lì, dentro quel rettangolo che non guardo mai. Mentre Paul si dava da fare per applicarmi garze imbevute d’acqua sulla pelle martoriata ho visto alcune immagini di Gabriel in tribunale. Un giornalista ha riferito che durante la settimana aveva patrocinato a Marsiglia facendo assolvere tre dei cinque uomini accusati di complicità in un’evasione. Il processo si era concluso il giorno prima. Gabriel era a Marsiglia, vicinissimo a me, e io non lo sapevo. Se anche l’avessi saputo che avrei fatto, sarei andata a trovarlo? Per dirgli cosa? “Cinque anni fa sono scappata perché non ho voluto abbandonare la famiglia. Cinque anni fa ho avuto paura di lei e paura di me, ma sappia che non ho mai smesso di pensarla”? Julien è uscito da camera sua e ha detto al padre che dovevano portarmi al pronto soccorso. Mi sono rifiutata. Mentre marito e figlio si affannavano fino a trovare un tubetto di Biafine nell’armadietto della farmacia ho guardato Gabriel in toga nera muovere le sue belle mani parlando con i giornalisti, ho visto la passione che metteva nel difendere gli altri. Avrei voluto che uscisse dallo schermo, avrei voluto essere Mia Farrow nel film di Woody Allen La rosa purpurea del Cairo. E a me? Mi avrebbe difeso? Mi avrebbe trovato circostanze attenuanti per il giorno in cui l’avevo mollato? Quanto tempo mi aveva aspettato al volante della sua macchina? Quand’è che aveva deciso di ripartire? In che momento aveva capito che non sarei tornata? Le lacrime hanno cominciato a rigarmi le guance. Colavano mio malgrado. Paul ha spento la televisione. Sono crollata davanti allo schermo nero. Mio marito e mio figlio hanno pensato che fosse colpa del dolore. Il medico di famiglia, chiamato da loro, ha ispezionato le ustioni e detto che erano superficiali. La notte non ho dormito. Rivedendo Gabriel, risentendo il suono della sua voce, ho capito quanto mi sia mancato.

La Freccia e il dialogo interreligioso. L’articolo sul convegno

06 Feb
6 febbraio 2020

Un convegno sul dialogo interreligioso. Lo ha promosso La Freccia, lo scorso 15 gennaio, a Siena, nella suggestiva cornice del Santa Maria della Scala, un tempo ospedale, attivo già all’alba dell’anno Mille, oggi prestigioso polo museale. E lo ha concepito Alberto Brandani, il nostro prof che cura ogni mese questa rubrica con sensibilità e competenza e che, nel numero di ottobre scorso, ha presentato il bel romanzo di Ernesto Ferrero Francesco e il sultano, ispiratore dell’iniziativa, organizzata dalla Fondazione Formiche, con il sostegno di Civita e il patrocinio del Comune di Siena. Ed è stato proprio il sindaco Luigi De Mossi a fare gli onori di casa, davanti a una platea numerosa, attenta e partecipe al dibattito. Il convegno, moderato dallo stesso Brandani, ha fatto emergere in effetti vari spunti di riflessione, disseminati negli interventi di Ernesto Ferrero, Andrea Monda, direttore dell’Osservatore Romano, e monsignor Augusto Paolo Lojudice, arcivescovo di Siena, Colle di Val d’Elsa e Montalcino. L’avventuroso viaggio di Francesco nel 1219 in Terra Santa, fino a Damietta, sotto assedio da parte dei Crociati, e il suo coraggioso incontro con il sultano, costituiscono le radici ideali di un confronto tra Cristianesimo e Islam che, sette secoli dopo, ha condotto papa Francesco ad Abu Dhabi a firmare con Ahmad Al-Tayyib, il grande imam di Al-Azhar, il Documento sulla fratellanza umana per la pace mondiale e la convivenza comune. Non a caso proprio fratellanza è stata una delle parole chiave del dibattito, insieme a dialogo, che sottende però il rifiuto delle discussioni inutili, a ponti, per unire e non dividere, e a viaggio, nel senso di movimento fisico e ideale verso l’altro. Movimento che non deve arrestarsi, perché, sono le parole di papa Francesco, «o costruiremo insieme l’avvenire, o non ci sarà futuro».