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Primarie americane: perché continuiamo ad essere per Hillary

11 Lug
11 luglio 2016

obama-clinton

di Alberto Brandani, articolo pubblicato su Specchio Economico

Da qualche anno, come sanno i 15 lettori che ci seguono appassionatamente, abbiamo spiegato le ragioni della stima e del rispetto che Hillary Clinton si è guadagnata e che vorremmo brevemente qui riassumere. Competenza sui dossier, senso delle istituzioni, visione dei problemi, condivisione del sentimento più genuino del popolo americano.
Oggi però ci vogliamo dedicare all’analisi dei risultati complessivi delle primarie, del rapporto tra Hillary e Bernie Sanders e quello più complessivo tra Hillary Clinton e Donald Trump.

PRIMARIE: UN BAGNO DI DEMOCRAZIA

Non esiste in nessuna parte del mondo (né in quello occidentale e tanto meno in quello orientale) un così completo e compiuto bagno di democrazia come sono le primarie americane e le conseguenti elezioni presidenziali. Tanto per avere un idea è forse opportuno snocciolare alcune cifre. Hanno partecipato al voto delle primarie repubblicane e democratiche circa 60 milioni di elettori, cittadini cioè che si sono prima presi la briga di andarsi ad iscrivere nelle liste delle rispettive primarie per poi poter partecipare. I candidati alle primarie hanno «arato» il Paese metro per metro insieme con migliaia di attivisti, di volontari, di quadri di partito. In questo contesto così generale vediamo i dati che riguardano Hillary.
Hillary: 16.505.319 voti pari al 55,58 per cento.
Sanders: 12.695.657 voti pari al 42,75 per cento.
La prima osservazione è che il distacco che per mesi è stato artificiosamente fatto apparire esiguo è in realtà vistosissimo, perché tra i due c’è un divario di 4 milioni di americani che ci pare incontrovertibile (quando Obama sconfisse Hillary nel 2008 i voti popolari erano quasi eguali n.d.r.). Hillary ha vinto nel numero di elettori, ha vinto nel numero di delegati eletti, ha stravinto nelle preferenze dei super delegati. In altre parole ha vinto sempre contro un avversario che aveva un unico obiettivo: spostare vistosamente a sinistra la piattaforma dei democratici, battere gli odiati Clintoniani e fare il pieno del radicalismo statunitense. Tra l’altro avendo il vantaggio di essere un battitore libero e come tale di non avere niente da perdere.
Hillary è stata invece sottoposta ad uno stress psicofisico e a un dispendio di energie terribile. Da un lato doveva contendere metro per metro a Sanders, ma dall’altro non poteva certo attaccarlo troppo perché sapeva che in caso di vittoria doveva recuperare gli entusiasmi, i voti ed il malcontento dei democratici che votavano il «Grinta del Vermont». Dall’altro doveva duellare con Trump per non lasciargli la scena pur evitando di cadere in quella corrida di volgarità e becerismo in cui Trump ha fatto di tutto per coinvolgerla. Trump infatti prima ha lanciato un video sui peccati sessuali di Bill quasi che Hillary tacitamente li sopportasse e poi ha iniziato una campagna sulla disonestà di Hillary stessa.
Tutto ciò non ha scomposto questa donna straordinaria che nei due Stati chiave che tutti consideravano una sorta di giudizio di Dio ha dato una risposta incontrovertibile. Nello Stato di New York Hillary ha raccolto 1.037.344 voti e Sanders 752.739. In California Hillary ha raccolto 1.945.580 voti contro il milione e mezzo di Sanders. Distacchi abissali che confermano la forza e il coraggio di questo animale politico che è l’avv. Rodham Hillary Clinton entrata nella storia come prima donna in corsa per la Casa Bianca.

DA QUI ALLA CONVENTION

Ma veniamo ai contenuti. Ora il partito democratico è impegnato in una ricucitura Hillary-Sanders sotto l’alto protettorato del presidente Obama che dopo aver incontrato per un’ora e mezzo il senatore del Vermont ha diffuso un messaggio registrato di esplicito e totale appoggio a Hillary Clinton. Del resto nel 2008 Hillary pur con un grande numero di delegati si era ritirata a favore di Obama e il discorso suo e quello di Bill infiammarono i cuori e le menti dell’intera Convention. Solo da una settimana Hillary ha cominciato a rosolare a fuoco lento le sciocchezze a getto continuo che Trump finora ha detto. Facciamo qualche esempio: i dirigenti democratici non faranno passare liscio gli insulti ad un giudice messicano, il continuo frasario razzista, il disprezzo evidente verso le donne e gli immigrati. Su tutti questi fronti Trump dovrà vedersela con tutto l’establishment democratico del Paese che d’ora in avanti non gliene farà passar liscia neppure una.
Hillary dalla sua ha quattro assi nella manica:
• l’incontestabile vittoria nelle primarie. Se le proiezioni sono corrette finirà per avere delegati 4 volte di più di quelli che aveva Obama nel 2008;
l’endorsement di Obama la cui popolarità sfiora il 50 per cento dell’intero elettorato e tale popolarità si ritrova solo negli anni d’oro di Reagan e di Bill Clinton. Possibile Obama così popolare e scegliere un successore che distrugga tutto ciò che ha fatto?
• Facendo capire che nominerà Bill Clinton una sorta di zar dell’economia, Hillary colpisce al cuore positivamente chi cerca lavoro e la classe media bianca in parte delusa. Bisogna infatti ricordare che Bill Clinton creò 26 milioni di posti di lavoro (anche se essendo oggi la disoccupazione in America al 4 per cento, viene considerata dagli specialisti praticamente inesistente);
• Hillary ha pronunciato un grande discorso sui temi della sicurezza nazionale e dopo la strage di Orlando è ragionevole pensare che gli americani si vogliano affidare a chi sa dove mettere le mani piuttosto che ad un signore che insulta il governatore del New Mexico, sogna un protezionismo sfrenato e non ha una visione né di politica sociale né di politica economica né di politica estera e apostrofa un giudice messicano solo perché sta decidendo una causa civile contro Trump.
Resta l’incognita Sanders, ma noi riteniamo che non farà come il radicale socialista Nader che fece perdere le elezioni al democratico Gore contro Bush per centinaia di migliaia di voti rendendo così decisiva una manciata di voti di una sconosciuta contea della Florida.
Al dunque secondo gli studiosi vi sono in America 100 milioni di elettori centristi ed indipendenti e, come in ogni parte del mondo, saranno loro a decidere l’esito elettorale: saranno pronti a varcare il ponte trumpiano verso la negazione dei valori storici che hanno fatto grande l’America, rispetto del prossimo, trasparenza, merito, generosità, accoglienza degli immigrati, difesa nel mondo della libertà? La nostra risposta è no.
Due fantasmi si aggirano nel mondo libero e occidentale, la Brexit e la vittoria di Trump. Il successo del Leave in Inghilterra rende chi crede nei valori fondanti dell’Europa tristi e più soli. I padri fondatori dell’Europa volevano un’area dove circolassero le persone, le cose e gli aneliti di libertà. Non ci dobbiamo abbattere ma dobbiamo piuttosto vedere come la vicenda inglese ed il caso Trump segnalino ai governi del mondo occidentale problemi irrisolti e che vanno analizzati senza superficialità e senza distrazione alcuna. Lo dobbiamo ai nostri figli e alle nuove generazioni.

Le ragioni di Hillary e la vendetta della mediocrità (e pure dei Repubblicani)

03 Apr
3 aprile 2015

Hillary ClintonLe qualità di Hillary Clinton non sono in discussione: in America ed in Cina, in Medio Oriente ed in Europa, la proverbiale capacità di questa donna straordinaria nell’approfondire i dossier e nell’impadronirsene riplasmandoli è conclamata. Ciò nonostante appena un qualche cosa la tocca si scatena negli Stati Uniti e a seguire in Europa una sorta di ordalia: troppo bella, troppo intelligente, troppo riservata, troppo Clinton… troppo tutto insomma.
La fiducia che gli americani nutrono nei confronti di Hillary Clinton non è stata messa in discussione dall’utilizzo che l’ex First Lady ha fatto di un account privato di posta elettronica durante il suo incarico di Segretario di Stato degli Stati Uniti. Lo confermano sondaggi di opinione e indagini di accreditati istituti di ricerca indipendenti in America, che la vedono comunque favorita rispetto a qualsiasi altro candidato, di matrice repubblicana o democratica, potenzialmente in lizza in questo stadio della corsa alle elezioni presidenziali del 2016.
Ciò accade nonostante il tema della fiducia sia stato un aspetto che ha fortemente orientato il dibattito politico sulla figura di Hillary Clinton nell’arco della sua ormai ventennale carriera pubblica. Gli avversari politici hanno sempre cercato di sfruttare la percezione che gli americani hanno dell’affidabilità della Clinton come una delle armi più potenti contro di lei, facendo leva su alcuni lati del suo carattere: la propensione all’autocontrollo, la riservatezza, il desiderio di tutelare la vita privata nell’avvicendarsi dei diversi ruoli pubblici.
Già nel 1996, quando era First Lady degli Stati Uniti, un’indagine del no-partisan Pew Research Center ha messo in luce gli aggettivi più utilizzati dagli americani intervistati per descriverne la personalità. Se da un lato, i suoi oppositori l’hanno principalmente definita “disonesta”, dall’altro lato, i suoi ammiratori hanno prediletto aggettivi quali “forte” e “intelligente”. Un anno fa, quando ancora gli americani la consideravano più uno stimato ex Segretario di Stato che un potenziale candidato alle elezioni presidenziali del 2016, da un’altra indagine del Pew Research Center la sua “onestà” è stata riconosciuta dal 30% dei Repubblicani e dall’80% dei Democratici.
Tra gli stessi colleghi di partito, dunque, non sussiste un giudizio unanime sull’affidabilità della Clinton, ma in linea generale il tema della fiducia non è stato oggetto di strumentalizzazioni interne come dimostra, almeno fino ad oggi, la vicenda dell’account privato di posta elettronica. Quest’ultima ha sì turbato alcuni esponenti dei Democratici, ma destando più che altro preoccupazioni per la “sponda” offerta agli avversari politici e per la lentezza con cui lo staff della Clinton ha gestito la vicenda, a testimonianza di una carente organizzazione sul versante della campagna elettorale.
I Democratici che vorrebbero candidati alternativi o gli stessi che stanno valutando di scendere in campo per le elezioni (tra cui l’ex governatore del Maryland, Martin O’Malley, o il senatore Bernie Sanders del Vermont) non ritengono di dover porre la vicenda dell’account privato al centro del confronto politico.
Seppur minoritari, non mancano gli esponenti del Partito Democratico che l’hanno criticata aspramente nel corso della sua carriera politica, oggi ancor più severi nel giudicare l’ex Segretario di Stato. Primo fra tutti, Richard Harpootlian – ex capo del Partito Democratico in South Carolina – il quale ha dichiarato di non capire perché gli americani dovrebbero accogliere la richiesta di fiducia avanzata dalla Clinton nel corso di una conferenza stampa avvenuta, tra le altre cose, ben 10 giorni dopo la denuncia della vicenda.
Al riguardo, un sondaggista esperto come il direttore del Pew Research Center, Andrew Kohut, ritiene che la richiesta di fiducia della Clinton potrebbe essere sufficiente. Secondo l’esperienza di Kohut, la questione sull’account privato non susciterà una grande reazione pubblica, a meno che non emergano altri ed eventuali fatti realmente lesivi per l’immagine dell’ex Segretario di Stato. Nel caso di un personaggio così conosciuto come la Clinton, gli elettori potrebbero scegliere una situazione che non è garanzia di perfezione, in cui probabilmente non potranno “fidarsi” di lei ritenendosi tuttavia soddisfatti del suo operato.
I numerosi sondaggi di opinione condotti successivamente alla nascita della controversia sull’account privato sembrano confermare la visione di Kohut. Tra gli elettori alle primarie, è finora emerso un sostegno pressoché inalterato alla Clinton, che mantiene una posizione di vantaggio sugli altri potenziali candidati democratici perfino su quelli più “solidi” come O’Malley. Ma soprattutto nei confronti di qualsiasi altro competitor repubblicano in questa fase iniziale della corsa alla Casa Bianca, con 9 americani su 10 che dichiarano di avere una conoscenza tale della Clinton per formarsi un’opinione sulla sua candidatura.

Kennedy è stato un grande Presidente

28 Nov
28 novembre 2013

jfkL’Ambasciatore Sergio Romano, editorialista del Corriere della Sera, ha sostenuto che Kennedy non fu un grande presidente. Mi permetto garbatamente ma fermamente di dissentire. Innanzitutto nella crisi dei missili a Cuba riuscì a fermare l’arroganza sovietica ed il fatto che abbia trovato una mediazione con lo spostamento dei missili in Turchia (cosa alla quale partecipò attivamente il premier italiano Amintore Fanfani) dimostra ancor più la levatura dello statista. Ma senza volermi addentrare in un analisi storica il grande merito di John Kennedy (vedasi il suo discorso a Berlino) e del fratello Bob è stato quello di aver fatto sognare giovani generazioni in tutto il mondo su di un mondo migliore. Un lascito morale che nessuno gli potrà mai togliere.