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Brexit, ovvero se i governanti fossero più saggi…

27 Giu
27 giugno 2016

An EU official hangs the Union Jack next to the European Union flag at the VIP entrance at the European Commission headquarters in Brussels on Tuesday, Feb. 16, 2016. British Prime Minister David Cameron is visiting EU leaders two days ahead of a crucial EU summit. (AP Photo/Geert Vanden Wijngaert)

Se i governanti fossero più saggi e non proponessero in modo ossessivo agli elettori problemi più grandi di loro, non ci troveremmo di fronte a questi disastri.
I nostri padri costituenti -non a caso- avevano previsto nella nostra Costituzione, la più bella del mondo (made in Benigni), che argomenti così delicati non erano sottoponibili a referendum. Satis est.

Schengen, non solo un problema culturale

28 Ott
28 ottobre 2015

immigrati-autostrada

di Alberto Brandani, da Formiche.net

Quasi al confine fra i continenti di Africa, Asia ed Europa, l’Italia con la sua singolare morfologia si immerge in un mare, il Mediterraneo, che da secoli è luogo di scambi e contaminazioni; un Paese con una storia ricca e complessa i cui principali personaggi storici – Dante, Garibaldi, Mazzei, Meucci, Fermi, … – non di rado furono esuli, rifugiati, emigranti che hanno imparato sulla propria pelle “come sa di sale/ lo pane altrui”, al pari di ogni altro esule, rifugiato o emigrante di ogni tempo. Non diversamente è andata in Europa che fino agli anni Quaranta è stata quasi esclusivamente una terra di emigrazione verso le Americhe e l’Australia. E proprio da un continente come il nostro, con una cultura solida quanto vivace e democratica, ci si sarebbe forse potuti aspettare un approccio diverso al fenomeno immigrazione, meno impaurito e sicuramente più pragmatico, ma così non è stato!
Ogni giorno migliaia di rifugiati e migranti tentano di attraversare le frontiere europee in cerca di protezione o di una vita migliore. Mai prima d’ora così tante persone avevano rischiato la vita per raggiungere il continente via mare. Nei primi sei mesi dell’anno più di 137.000 tra rifugiati e migranti sono sbarcati sulle coste spagnole, italiane e greche; secondo l’UNHCR, si tratta soprattutto di persone in cerca di protezione, in fuga dalle guerre in Siria, in Afghanistan o dalla dittatura eritrea. Sempre l’UNHCR stima che globalmente sono quasi 60 milioni le persone che nel 2014 sono state costrette ad emigrare a causa di guerre, persecuzioni, violazione dei diritti umani, ecc. ma solo una piccola parte di queste sono fuggite verso l’Europa!
Nonostante ciò quando alla freddezza dei numeri si sovrappongono le storie delle persone la realtà assume i connotati del dramma. Di fronte a questa emergenza è amaro constatare quanto sia profondo l’abisso tra l’urgenza della “crisi migratoria” ed i tempi ed i modi con cui l’Europa cerca di affrontarla. Con le frontiere sotto pressione ed i nuovi picchi negli arrivi, diversi Paesi hanno finito per ripristinare i controlli “temporanei” alle frontiere, usando la deroga prevista dagli accordi di Schengen, e dopo l’annuncio della Germania è stata la volta di Austria e Slovacchia ma, con differenti livelli di intensità, si sono accodati anche altri Paesi.
Il problema è soprattutto culturale, la libertà di movimento e Schengen sono messe in discussione ed un arretramento, o peggio ancora una implosione, su questo versante potrebbe portare a sviluppi imprevisti per la stessa UE; ma presenta anche risvolti economici e trasportistici non secondari. Sicuramente sulla fluidità di movimento delle persone, ma non solo. Le cronache ci hanno raccontato, infatti, di lunghe code di camion e rallentamenti alle frontiere che hanno determinato ritardi tali da mettere sotto pressione l’intero processo logistico che sottende alla mobilità delle merci in Europa, soprattutto per quelle che viaggiano lungo le direttrici verticali. Fatti di cronaca questi che ci fanno intuire che se entra in crisi Schengen entra in crisi anche un certo tipo di logistica che negli ultimi decenni ha fatto forza pure sulla libertà di movimento e sulla velocità di attraversamento delle frontiere dell’area.
Che ad essere trasportati siano medicinali, prodotti deperibili, poltrone o pezzi di ricambio per le auto, poco cambia! Il rispetto dei tempi di trasporto e consegna è un elemento di qualità imprescindibile nei moderni sistemi logistici in quanto si ripercuote sulle diverse fasi della produzione che seguono (o anticipano) quella del trasporto.
Il rischio è di dovere ridisegnare nelle direttrici e nelle modalità percorsi prima ampiamente strutturati con effetti che implicherebbero un ripensamento della filiera distributiva nonché, almeno nell’immediato, il livello e la gestione delle scorte. Circostanze queste, che incidendo direttamente sui costi industriali, necessariamente finiscono per ripercuotersi sui flussi di cassa delle imprese e sui prezzi per i consumatori.
Difficile quantificare le ripercussioni economiche. Una prima stima di settore ha provato a farla l’associazione delle aziende di autotrasporto dei Paesi Bassi che, nel caso venissero ristabiliti i controlli alle frontiere di tutti i confini dello spazio Schengen ed immaginando di accumulare un ritardo di un ora per ogni frontiera da attraversare, stima un danno per il solo settore dell’autotrasporto olandese di circa 600 milioni di euro. In termini di tonnellate l’autotrasporto olandese, depurato della componente nazionale, rappresenta ovviamente una percentuale significativa di quello equivalente dell’Unione europea, ma pur sempre inferiore al 13%; facile allora intuire quale potrebbe essere il costo cumulato di una eventualità del genere per l’intera Unione. Le ripercussioni per l’Italia potrebbero essere anche più importanti in ragione del fatto che proprio il mercato europeo e tedesco rappresentano le destinazioni privilegiate dell’export nazionale (la Germania, in particolare, è il primo partner commerciale per il nostro Paese, con un interscambio bilaterale che nel 2014 è stato di circa 103 miliardi di Euro).
Quello che sembra affiorare, a trent’anni dalla stipula dell’accordo di Schengen (il trattato fu firmato nel giugno del 1985, Italia vi aderì nel 1990), è una verità amara: forse tre decenni non sono bastati a creare un senso di appartenenza ad una comunità, basato su pochi principi comuni come la dignità umana, la libertà, la democrazia, l’uguaglianza, lo Stato di diritto ed il rispetto dei diritti umani. E questo presenta importanti risvolti sociali, ma anche economici soprattutto in un momento in cui si tenta con difficoltà di uscire dalla lunga fase recessiva degli ultimi anni.

A tutto gas. Putin, l’Ucraina e le relazioni Usa-Unione Europea

28 Feb
28 febbraio 2015

Rete Gas Ucraina

La vicenda dell’Ucraina è stata sottovalutata sin dall’inizio ed oggi ci troviamo in una difficoltà estrema nel capire se Putin intenda fermarsi ai confini già di fatto tenuti o se voglia andare comunque avanti.
I mondi dell’energia e in particolare quello del gas naturale ci possono illuminare una scena abbastanza fosca. Vediamo cosa dicono le principali fonti internazionali.
Il gas naturale ha un ruolo strategico per Mosca, soprattutto nelle relazioni con l’Unione europea e l’Ucraina, pur rappresentando soltanto il 14% delle entrate derivanti dalle esportazioni (contro il 50% di quelle originate da greggio e prodotti petroliferi). Con l’insediamento di Putin, la fornitura di gas naturale è diventato uno strumento politico che ha consentito alla Russia di affermare la propria influenza sul mercato europeo.
A causa della rete di gasdotti esistente, numerosi Paesi dell’UE non hanno finora avuto alternative al rifornimento di gas dalla Russia. L’egemonia russa sul mercato europeo si sta però indebolendo. Diversi fattori concorrono a frenare e riorientare la domanda espressa dagli acquirenti europei: la caduta dei prezzi di petrolio e gas, lo sfruttamento dello shale gas statunitense, le politiche energetiche attuate dall’UE.
Numerosi contratti di fornitura di Gazprom, la più grande compagnia russa di estrazione e vendita del gas, sono legati all’andamento del prezzo del petrolio, il cui crollo sta alimentando la flessione del prezzo medio del gas (previsioni per il 2015: una riduzione al livello di 200-250 dollari per migliaia di metri cubi. Nel primo trimestre del 2014 il prezzo era pari a 352.70 dollari).
Gli acquirenti europei stanno chiedendo condizioni economiche di fornitura più favorevoli in sede di rinegoziazione dei contratti, a partire dall’Austria. La stessa Ucraina ha ridotto le proprie importazioni dalla Russia (2013: 95%; 2014: 70%). La compagnia ucraina Naftogaz prevede che nel 2015 almeno il 60% del gas naturale arriverà dall’UE, anche grazie ai progetti di quest’ultima volti a promuovere i flussi dall’Ovest verso Est, in particolare attraverso la Slovacchia.
Lo sfruttamento statunitense dello shale gas e di altri gas non convenzionali ha frenato la domanda europea, provocando minori importazioni di carbone da parte degli Stati Uniti. Ciò ha determinato il crollo del prezzo europeo del carbone e rimesso in discussione, ad esempio, le scelte energetiche della Germania. Quest’ultima sta sfruttando sempre di più il carbone per la produzione di energia elettrica.
L’UE ha lavorato nella direzione di “depoliticizzare” la fornitura del gas naturale, a partire dalla separazione delle fasi di produzione da quella del trasporto. Gazprom non potrà più essere impegnata su entrambi i fronti almeno in Europa.
Gazprom sta reagendo a tali dinamiche reimpostando la propria strategia di sviluppo. Dopo la cancellazione del South Stream project, ha annunciato di volere realizzare un nuovo gasdotto sotto il Mar Nero che consentirà di inviare il gas in Europa tramite la Turchia, aggirando così l’Ucraina. L’accordo con la Turchia dovrebbe essere firmato nel secondo trimestre del 2015, con l’obiettivo di avviare la fornitura per la fine del 2016. Secondo alcuni analisti, tra le intenzioni di Gazprom c’è quella di spostare l’attenzione dal mercato europeo a quello asiatico, in particolare pianificando nuovi gasdotti verso la Cina.
Questo il quadro ad oggi. Nei prossimi giorni vedremo quanto l’America intenda utilizzare l’espansionismo di Putin per rilanciare il trasporto in Europa di gas americano attraverso apposite navi.
Siamo solo agli inizi di una sfida epocale.

Federica Mogherini e la politica estera europea

27 Feb
27 febbraio 2015

Federica MogheriniSecondo ambienti diplomatici solitamente ben informati, la Commissione Europea avrebbe affidato alla Signora Ashton (predecessore della Mogherini) il dossier sul nucleare iraniano, paradossale veramente.
Sarebbe come se il presidente Mattarella avesse assegnato al Senatore Napolitano il seguimento di una delle commissioni del CSM!!
In Ucraina il Ministro degli Esteri europeo è stato senza dubbio alcuno Angela Merkel e tutti si sono inchinati di fronte all’evidenza: solo la Merkel può fare qualcosa.
In queste ore sembra però che la Commissione Europea crei uno speciale comitato difesa affidandola all’ex Ministro francese Barnier (materia che sarebbe in capo all’alto commissario Mogherini).
Vogliamo sperare che queste informazioni siano non attendibili perché altrimenti diventa difficile capire il ruolo del nostro alto commissario. Ruolo che, a questo punto, l’Italia ha interesse sia autorevole ed intiero.