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“Il fascino immortale della Dc”, di Marcello Sorgi

03 Feb
3 febbraio 2018

Segnalo l’articolo di Marcello Sorgi “Il fascino immortale della Dc”: per imparare c’è sempre tempo.

Buona lettura.

Il fascino immortale della DC

La Stampa, 3 febbraio ’18

di Marcello Sorgi

Abituati da tempo immemorabile alle campagne elettorali a base di accuse e insulti irripetibili, salutiamo con una certa sorpresa l’irrompere del termine «democristiano», usato ovviamente in senso spregiativo dai molti che non sanno o non ricordano più cosa fu e cosa rappresentò, nel bene e nel male, la lunga epoca italiana della Dc, coincidente con i 46 anni della Prima Repubblica, ma sopravvissuta anche dopo, non foss’altro come mentalità e come scuola di politica che ha lasciato ancora in giro e in servizio parecchi professionisti. Se solo si riflette sull’eco avuta dai novant’anni di Ciriaco De Mita, compiuti ieri con accompagnamento di interviste e ricordi in cui ha potuto tranquillamente rievocare i suoi anni di segretario e presidente del consiglio democristiano come una sorta di età dell’oro, si capisce che in fondo anche quelli che adoperano in negativo, magari senza averlo vissuto o conosciuto, la parola Dc, sotto sotto ne discutono con rispetto e perfino con un certo rimpianto, anche se magari non sanno di cosa parlano.
Solo Bersani, che accusa Renzi di aver cancellato la sinistra dal Pd e di lavorare per ricostruire la Democrazia cristiana, ammette che quella vera, e non la parodia di questi giorni, era una cosa seria.
Per il resto, Salvini accusa Di Maio di essere diventato democristiano, e poi insieme a Meloni rivolge la stessa accusa a Berlusconi, che in anni non troppo lontani, quando era un imprenditore, diceva di se stesso di essere «socialista a Milano», in quanto amico di Craxi, e «democristiano a Roma», dov’era facile e frequente vederlo salire e scendere per le scale di Piazza del Gesù, il palazzo-simbolo del potere scudocrociato, ormai dismesso. Poi c’è Tabacci, finalmente un vero democristiano, che con una mossa da maestro, offrendo il simbolo del suo mini-partito Centro democratico, uno degli eredi sopravvissuti in Parlamento, della vecchia «Balena bianca», ha consentito alla Bonino e ai radicali, cioè agli autori della prima vera grande sconfitta della Dc nel referendum del divorzio del 1974, di presentarsi alle elezioni in alleanza con il Pd. E la Boschi che, non fosse solo per ragioni geografiche (è nata in provincia di Arezzo,) ha mostrato varie volte in pubblico nostalgia di Fanfani.
Ovviamente in tutto questo gran parlare che si fa della Democrazia cristiana, anche a vanvera, non c’è alcun tentativo di approfondimento. I convegni che in tutti questi anni si sono svolti tra le facoltà di Scienze politiche e l’Istituto Sturzo sono spesso andati deserti, o hanno visto la partecipazione di un pubblico anziano e in qualche modo malinconico. Sarebbe interessante chiedere a Salvini, a Di Maio e Di Battista (Grillo no, scoperto da Pippo Baudo, la conosce e trovò solidarietà nella Dc quando i socialisti, trent’anni fa, lo cacciarono dalla Rai) cosa sanno, cos’hanno capito di quell’era ormai così lontana, dopo quasi un quarto di secolo di Seconda Repubblica. E anche a Renzi, nato politicamente tra gli scout, che erano uno dei tanti mondi collaterali, come le Acli, la Confagricoltura, la Confcommercio e un po’ tutto quel che cominciava per «Conf», esclusa la Confindustria, del sistema copernicano della Dc. Quando il leader Pd, allora ancora a Palazzo Chigi, nel 2016 accettò la sfida di De Mita in un faccia a faccia sul referendum costituzionale moderato da Mentana, la sensazione era di un confronto privo di sincronizzazione, l’ex-segretario Dc, con i suoi famosi «ragionamendi», essendo ancora fortemente radicato nel Novecento, e Renzi invece apparendo come il prodotto più recente e più estremo di una politica tutta giocata sulla comunicazione e gli slogan a effetto. Tal che, in un primo momento, Matteo provò a mostrare rispetto per Ciriaco, aspettando il passaggio adatto a dargli il colpo fatale. Ma a sorpresa, quando il momento arrivò, e l’anziano fu accusato dal giovane di aver cambiato posizione dal centrosinistra al centrodestra pur di restare in ballo, De Mita non si scompose: «Sei un miserabile – replicò – io sono nato e morirò democristiano, mentre tu si vede che non credi in niente!».
Va da sé che De Mita, e nessuno dei vecchi leader dello scudocrociato, avrebbero sottoposto a referendum la riforma istituzionale. I referendum, come le commissioni di inchiesta (altro errore di cui Renzi, vedi le banche, non ha fatto in tempo a pentirsi), nella grammatica democristiana erano da evitare finché possibile, e al limite da concedere come sfogatoio alle opposizioni, in cambio della loro tradizionale collaborazione parlamentare. Nel quasi mezzo secolo (con qualche breve eccezione) di governi a guida Dc, la maggior preoccupazione dei presidenti del consiglio che si alternavano a Palazzo Chigi, da De Gasperi a Moro, Rumor, Colombo, Andreotti, Forlani e Cossiga, fino appunto a De Mita, con una turnazione assai frequente, erano i rapporti con Togliatti, Longo, Berlinguer, segretari del maggior partito comunista dell’Occidente, escluso per ragioni internazionali, il cosiddetto «fattore K», dalla partecipazione agli esecutivi. Relazioni sempre eccellenti, al di là di qualche cedimento alla propaganda, subito recuperato in nome del confronto considerato sempre necessario e della comune esperienza alla Costituente.
Può tornare, tutto questo? Difficile, se non impossibile, diciamo la verità. Ma una cosa su cui dovrebbero riflettere i leader del nostro tempo, intenti ad accusarsi a vicenda di essere democristiani, è che il sistema proporzionale, restaurato con il Rosatellum e tuttora vissuto come un’incognita, spinge tutti al centro: infatti è quel che sta accadendo a Berlusconi e Renzi, inseguiti da Di Maio che teme con ogni evidenza di ritrovarsi emarginato. Il proporzionale, in altre parole, è l’esatto contrario del maggioritario e del bipolarismo, la cornice in cui inutilmente gli stessi leader fingono ancora di muoversi, ben sapendo che non è più quel tempo. Così, se è difficile, o è quasi escluso che nella Terza Repubblica tornerà la Dc, per gli incoscienti che hanno fatto un passo indietro senza chiedersi quali sarebbero state le conseguenze, sarà indispensabile imparare, riscoprire, ridiventare anche loro un po’ democristiani.

Il riformismo di Amintore Fanfani

06 Nov
6 novembre 2015

Amintore Fanfani

Il riformismo di Amintore Fanfani è stato dal ‘46 ad oggi il più autentico e sostanziale tentativo di riformare il Paese. Esso ebbe certo in De Gasperi una levatrice benevola ma fu l’irruento aretino a determinare le condizioni di un cambiamento profondo nella storia sociale italiana.
Tre le caratteristiche generali sulle quali oggi ci soffermeremo che portarono a compiuta maturazione il riformismo fanfaniano.
La prima è la grande influenza spirituale che La Pira esercitò su Fanfani. La Pira fin dai primi anni della sua permanenza a Firenze nutre una particolare venerazione per la grande figura del Card. Dalla Costa e sarà da questi ampiamente ricambiato nella considerazione. Per lunghi periodi La Pira si reca dal cardinale ogni sera, consuma con lui cene frugali e scambia valutazioni su quanto accade nel mondo e nella Firenze del tempo, alternando queste valutazioni ad una sofferta lettura della Bibbia. Quando nel 1951 l’acuto Renato Branzi spiegò a De Gasperi e a Fanfani che l’unico modo di battere le sinistre a Firenze era quello di candidare Giorgio La Pira a sindaco di Firenze, La Pira rifiutò con tutte le sue forze. Ma la caparbia e generosa insistenza di Renato Branzi e la silenziosa spinta di don Facibeni alla fine fecero breccia nella sua armatura facendogli balenare la possibilità di fare del bene per la povera gente. Molte persone di valore accettarono di avventurarsi in quella amministrazione che con La Pira non fu ne ordinaria ne tranquilla ma sicuramente memorabile e messianica. Del resto la Firenze di allora era veramente unica: basti ricordare che nel salotto di don Bensi la sera dalle 6 alle 8 si riunivano a parlare le migliori energie della città e spesso nel dibattito spiccava l’acuta intelligenze di Calamandrei e di Momigliano.
La vicinanza di La Pira colpì molto Fanfani che nel frattempo aveva dato il meglio delle sue energie nell’appoggio al governo De Gasperi con i progetti di un vasto piano di sviluppo del Paese predisposto dai suoi amici “di Cronache Sociali ed imperniato: su una riforma agraria che trasformasse i contadini in proprietari agricoltori diretti; su una riforma fiscale con una imposizione progressiva sul reddito; sulla realizzazione di grandi infrastrutture autostradali per impiegare mano d’opera disoccupata e sviluppare la motorizzazione popolare e il trasporto di merci su gomma. L’attuazione di questi progetti – precisò Fanfani – era ormai condizione pregiudiziale per la permanenza al governo del gruppo di Cronache Sociali. Il piano fu approvato dopo tre mesi”. (cfr Ettore Bernabei – Sergio Lepri “Permesso, scusi, grazie” pag. 97 Rai ERI).
Si sviluppava nel frattempo feconda la capacità di Fanfani di anticipare la comprensione dei fenomeni sociali anche di decine di anni. Fanfani era rimasto enormemente colpito, nel primo newdeal di Roosevelt (1933-1937), dalla creazione della Tennessee Valley Autorità (TVA) che sfruttava il bacino del fiume Tennessee per costruire dighe e centrali idroelettriche. In una nota inviata il 10 aprile 1933 al Congresso, Roosevelt suggerì di creare questa azienda come “una corporazione pubblica, ma in possesso della flessibilità e dell’iniziativa tipiche di una impresa privata. Essa dovrebbe avere il più ampio dovere di pianificare l’uso corretto, la conservazione e lo sviluppo delle risorse naturali del bacino idrografico del fiume Tennessee e il suo territorio adiacente per il benessere sociale ed economico generale della Nazione”. La TVA permise a numerosi stati di ottenere energia elettrica a basso costo garantendo così un celere sviluppo economico e una migliore qualità della vita.
La terza caratteristica che oggi appare straordinaria del riformismo fanfaniano era la metodologia. L’uomo prima studiava il problema poi operava per la creazione di un progetto che appunto lo risolvesse ed infine, impetuosamente quasi, lo risolveva. Cinquant’anni di vita democratica ci dicono che purtroppo ci siamo trovati di fronte a molti studiosi, a molti che predisponevano progetti e a pochissimi che li realizzassero compiutamente. Per questo ogni ricerca storica farà gradualmente crescere l’importanza nella vita e nella crescita sociale del Paese del riformismo fanfaniano e del fanfanismo in generale.

Moro ed Eugenio Scalfari

06 Gen
6 gennaio 2014

La ricerca del compromesso – ha detto più volte il Papa rivoluzionario – è il solo antidoto al fanatismo, all’integralismo e all’assolutismo. Mi auguro che lo ascoltino anche i politici di casa nostra. Soltanto con il compromesso e non con il radicalismo si rafforza la democrazia.

Nel leggere queste parole ho pensato che l’autore fosse Aldo Moro, il grande leader democristiano assassinato dalle Brigate Rosse, mi sbagliavo è Eugenio Scalfari al quale va riconosciuta l’onestà intellettuale della ricerca e dell’approfondimento.

Mai come in questo periodo vi è da parte delle elites del paese una nostalgia certa della migliore Democrazia Cristiana.