Cattaneo ed i fantasmi di uno spezzatino Telecom

26 Lug
26 luglio 2017

L’uscita repentina di Flavio Cattaneo da amministratore delegato di Telecom molti commentatori la davano per scontata. L’amministratore delegato aveva infatti rimesso i conti in ordine: l’utile è tornato (1,8 miliardi), l’indebitamento è sceso (25,1 miliardi), bene l’ebitda (+14,2%). Questi risultati nella mente di Cattaneo erano collegati a tre anni senza dividendi ma gli addetti ai lavori convenivano tutti sul fatto che il raider francese sentisse profumo e forse necessità di almeno 800 milioni di dividendi.

In questa vicenda salta agli occhi la buonuscita di Cattaneo ma Bollorè ha fatto in realtà con Cattaneo un affare, perché il manager italiano gli ha rimesso i conti a posto e lo mette oggi in una posizione negoziale possibile nei confronti sia del governo sia dei concorrenti, sempre che le intenzioni del maggior azionista di Telecom siano quelle di mantenerne la unitarietà.

Ma quali sono le vere intenzioni di Bollorè? L’uomo brilla per un silenzio a dir poco tacitiano. Quando scelse Cattaneo ai vertici di Telecom prima lo nominò e sembra che solo a cose fatte abbia avvertito l’allora presidente del consiglio Matteo Renzi che giustamente risentito gli avrebbe detto: “Si l’ho letto dai giornali”. Ma oggi il bretone supermiliardario avrà parlato con Gentiloni o magari con Calenda confermando tutto il piano industriale comprese le complesse garanzie occupazionali? Forse il mercato sarebbe positivamente attento a queste cose piuttosto che ad immaginare una gestione a tre punte. I grandi fondi sono palesemente preoccupati e la prova più eloquente è il voto contrario che cinque consiglieri del cda di Telecom che hanno espresso nei confronti dell’uscita consensuale (si fa per dire) di un manager che aveva positivamente colpito gran parte degli analisti.

La cultura delle alleanze

25 Lug
25 luglio 2017


Nella prima Repubblica si insegnava fin da piccoli la cultura delle alleanze.

Era un concetto molto chiaro. L’alleanza politica allargava il perimetro parlamentare, rendeva più efficace la azione di governo e coinvolgeva un maggior numero di strati sociali. Solo da ultimo veniva valutata “la convenienza”. Oggi il mantra di Renzi sembra essere quello dell’uomo contro tutti. Quasi alla ricerca di una catarsi elettorale lungi dall’arrivare. I ceti dirigenti sono smarriti.

Parlando l’altra sera con una serie di professori universitari genericamente progressisti mi confidavano di essersi sentiti sdoganati dall’arrivo di Renzi e di aver condiviso le sue battaglie che prima nel recinto di una sinistra ideologizzata non potevano neppure essere sussurrate. Ma oggi li ho trovati angosciati e terrorizzati dall’avvento possibile dei Cinquestelle. Ma questi ceti dirigenti quanto hanno aiutato i vertici politici?

1981. All’indomani del ritrovamento del famoso elenco della P2 a villa Wanda casa di Licio Gelli il pubblico ministero Gerardo Colombo si precipitò a palazzo Chigi per rendere edotto il presidente del consiglio dell’epoca Arnaldo Forlani della gravità della cosa. Forlani era un uomo a sangue freddo ma prese la decisione di dimettersi (anche per l’amarezza, si disse allora, di aver trovato nella lista il nome del prefetto Semprini suo capo di gabinetto). L’allora presidente della repubblica Sandro Pertini respinse le dimissioni di Forlani che coerentemente le reiterò andando a proporre il nome di Giovanni Spadolini leader indiscusso del minuscolo Partito repubblicano. In una livida e drammatica direzione democristiana tutti erano contrari alle dimissioni di Forlani ma egli spiegò che l’unico democristiano che poteva stare a Palazzo Chigi si chiamava Giovanni Spadolini spiegandone l’affidabilità umana, personale e politica. La direzione centrale Dc dapprima riottosa si fece lentamente convincere e fu così che si insediò un presidente del consiglio laico ed un presidente della repubblica, Pertini, anch’esso laico.

Anche nel ’83 Forlani e De Mita ebbero chiaro il senso e la cultura delle alleanze. Accettarono la presidenza del consiglio per il socialista Bettino Craxi ma la Dc ottenne la maggioranza del consiglio dei ministri (14 per l’esattezza) e mise Andreotti agli Esteri, Scalfaro agli Interni e Forlani vice presidente del consiglio. Furono 4 anni di solidità politica e di sviluppo democratico ma senza la cultura delle alleanze e ceti dirigenti preparati non se ne sarebbe fatto nulla.

Esodo estivo, il Prof. Alberto Brandani intervistato dal TG5

21 Lug
21 luglio 2017

Premio letterario Brignetti, vince Domenico Starnone con “Scherzetto” – Il servizio del TG5

12 Lug
12 luglio 2017

Ospite di RaiParlamento Settegiorni

08 Mag
8 maggio 2017

A RaiParlamento, il Presidente di Federtrasporto Prof. Alberto Brandani discute di sicurezza dei trasporti in Italia in vista dei grandi esodi estivi.

Il Tg1 a Colle per “Il libro, casa comune”

05 Mag
5 maggio 2017

Il servizio di Virginia Volpe da Colle Val d’Elsa per raccontare “Il libro, casa comune”, convegno con cui il Prof. Alberto Brandani ha presentato l’iniziativa di donazione di 5.000 libri alla locale biblioteca comunale.

Su Report e la responsabilità di chi fa televisione

30 Apr
30 aprile 2017

Notarelle pasquali (2)

La trasmissione Report ha provocato confusione e paure inutili in molti cittadini a proposito dell’indispensabile uso dei vaccini. Il direttore con onestà intellettuale ha ammesso che il suo intento non era quello e che lui “vaccina i suoi figli”. Ma la vicenda dovrebbe far riflettere chi ha in mano uno strumento delicato come la televisione su quale danno si possa compiere maneggiando senz’altro involontariamente le paure ed i timori della gente. Siamo sicuri che anche a Report avranno riflettuto.