Archive for category: Esteri

Schengen, non solo un problema culturale

28 Ott
28 ottobre 2015

immigrati-autostrada

di Alberto Brandani, da Formiche.net

Quasi al confine fra i continenti di Africa, Asia ed Europa, l’Italia con la sua singolare morfologia si immerge in un mare, il Mediterraneo, che da secoli è luogo di scambi e contaminazioni; un Paese con una storia ricca e complessa i cui principali personaggi storici – Dante, Garibaldi, Mazzei, Meucci, Fermi, … – non di rado furono esuli, rifugiati, emigranti che hanno imparato sulla propria pelle “come sa di sale/ lo pane altrui”, al pari di ogni altro esule, rifugiato o emigrante di ogni tempo. Non diversamente è andata in Europa che fino agli anni Quaranta è stata quasi esclusivamente una terra di emigrazione verso le Americhe e l’Australia. E proprio da un continente come il nostro, con una cultura solida quanto vivace e democratica, ci si sarebbe forse potuti aspettare un approccio diverso al fenomeno immigrazione, meno impaurito e sicuramente più pragmatico, ma così non è stato!
Ogni giorno migliaia di rifugiati e migranti tentano di attraversare le frontiere europee in cerca di protezione o di una vita migliore. Mai prima d’ora così tante persone avevano rischiato la vita per raggiungere il continente via mare. Nei primi sei mesi dell’anno più di 137.000 tra rifugiati e migranti sono sbarcati sulle coste spagnole, italiane e greche; secondo l’UNHCR, si tratta soprattutto di persone in cerca di protezione, in fuga dalle guerre in Siria, in Afghanistan o dalla dittatura eritrea. Sempre l’UNHCR stima che globalmente sono quasi 60 milioni le persone che nel 2014 sono state costrette ad emigrare a causa di guerre, persecuzioni, violazione dei diritti umani, ecc. ma solo una piccola parte di queste sono fuggite verso l’Europa!
Nonostante ciò quando alla freddezza dei numeri si sovrappongono le storie delle persone la realtà assume i connotati del dramma. Di fronte a questa emergenza è amaro constatare quanto sia profondo l’abisso tra l’urgenza della “crisi migratoria” ed i tempi ed i modi con cui l’Europa cerca di affrontarla. Con le frontiere sotto pressione ed i nuovi picchi negli arrivi, diversi Paesi hanno finito per ripristinare i controlli “temporanei” alle frontiere, usando la deroga prevista dagli accordi di Schengen, e dopo l’annuncio della Germania è stata la volta di Austria e Slovacchia ma, con differenti livelli di intensità, si sono accodati anche altri Paesi.
Il problema è soprattutto culturale, la libertà di movimento e Schengen sono messe in discussione ed un arretramento, o peggio ancora una implosione, su questo versante potrebbe portare a sviluppi imprevisti per la stessa UE; ma presenta anche risvolti economici e trasportistici non secondari. Sicuramente sulla fluidità di movimento delle persone, ma non solo. Le cronache ci hanno raccontato, infatti, di lunghe code di camion e rallentamenti alle frontiere che hanno determinato ritardi tali da mettere sotto pressione l’intero processo logistico che sottende alla mobilità delle merci in Europa, soprattutto per quelle che viaggiano lungo le direttrici verticali. Fatti di cronaca questi che ci fanno intuire che se entra in crisi Schengen entra in crisi anche un certo tipo di logistica che negli ultimi decenni ha fatto forza pure sulla libertà di movimento e sulla velocità di attraversamento delle frontiere dell’area.
Che ad essere trasportati siano medicinali, prodotti deperibili, poltrone o pezzi di ricambio per le auto, poco cambia! Il rispetto dei tempi di trasporto e consegna è un elemento di qualità imprescindibile nei moderni sistemi logistici in quanto si ripercuote sulle diverse fasi della produzione che seguono (o anticipano) quella del trasporto.
Il rischio è di dovere ridisegnare nelle direttrici e nelle modalità percorsi prima ampiamente strutturati con effetti che implicherebbero un ripensamento della filiera distributiva nonché, almeno nell’immediato, il livello e la gestione delle scorte. Circostanze queste, che incidendo direttamente sui costi industriali, necessariamente finiscono per ripercuotersi sui flussi di cassa delle imprese e sui prezzi per i consumatori.
Difficile quantificare le ripercussioni economiche. Una prima stima di settore ha provato a farla l’associazione delle aziende di autotrasporto dei Paesi Bassi che, nel caso venissero ristabiliti i controlli alle frontiere di tutti i confini dello spazio Schengen ed immaginando di accumulare un ritardo di un ora per ogni frontiera da attraversare, stima un danno per il solo settore dell’autotrasporto olandese di circa 600 milioni di euro. In termini di tonnellate l’autotrasporto olandese, depurato della componente nazionale, rappresenta ovviamente una percentuale significativa di quello equivalente dell’Unione europea, ma pur sempre inferiore al 13%; facile allora intuire quale potrebbe essere il costo cumulato di una eventualità del genere per l’intera Unione. Le ripercussioni per l’Italia potrebbero essere anche più importanti in ragione del fatto che proprio il mercato europeo e tedesco rappresentano le destinazioni privilegiate dell’export nazionale (la Germania, in particolare, è il primo partner commerciale per il nostro Paese, con un interscambio bilaterale che nel 2014 è stato di circa 103 miliardi di Euro).
Quello che sembra affiorare, a trent’anni dalla stipula dell’accordo di Schengen (il trattato fu firmato nel giugno del 1985, Italia vi aderì nel 1990), è una verità amara: forse tre decenni non sono bastati a creare un senso di appartenenza ad una comunità, basato su pochi principi comuni come la dignità umana, la libertà, la democrazia, l’uguaglianza, lo Stato di diritto ed il rispetto dei diritti umani. E questo presenta importanti risvolti sociali, ma anche economici soprattutto in un momento in cui si tenta con difficoltà di uscire dalla lunga fase recessiva degli ultimi anni.

Come sconfiggere, per davvero, l’Isis

08 Ott
8 ottobre 2015

Berlusconi e Putin

Quando gli studiosi esamineranno la politica estera di Silvio Berlusconi si accorgeranno che l’uomo non aveva sbagliato quasi nulla. Aveva mandato in Europa Emma Bonino e Mario Monti (udite! udite!), stabilizzato il Mediterraneo con l’accordo con Muammar Gheddafi, rasserenato il nuovo zar Vladimir Putin con una relazione del tutto speciale e tranquillizzato i conservatori americani con il suo indiscutibile anticomunismo.
Questo lo dico perché non vorrei che le lenti ideologiche ci impedissero di vedere la realtà dei fatti nel Medio Oriente.

1. Putin non accetterà mai, formalmente, un ruolo subalterno agli Stati Uniti. Lo potrà accettare di fatto solo se le aquile imperiali della grande Russia potranno apparire tali;
2. Dopo i bombardamenti russi sull’Isis arrivano quelli francesi e si annunciano con molti distinguo quelli di altri Paesi, compreso il nostro.

È di tutta evidenza, mi pare, che il progetto di terra con i volontari caldeggiato dal Pentagono è clamorosamente fallito, con la sprezzante ferocia di tutti i commentatori dei media americani.
La lotta armata sul territorio contro l’Isis che ha dalla sua soldi, armi e purtroppo weltanschauung, la possono combattere o le truppe scelte americane o i curdi. Tutto il resto è poesia per rasserenare il dormiente Occidente.
Siamo sempre stati critici delle politiche repressive di Bashar al-Assad, ma mentre l’Occidente discute di lui, l’Isis attaccherà l’unico vero suo oppositore: le milizie curde. Le coalizioni dell’occidente sanno cosa fare, quando vogliono.
Abbiamo visto, ad esempio, che alla fine sono stati affondati settecento barconi dei pirati scafisti, ma il dibattito ha impiegato mesi e mesi. Speriamo che nella vicenda dell’Isis i governi occidentali recuperino lucidità politica, rapidità operativa e comune dimensione strategica.

Dalla Cina con furore

27 Ago
27 agosto 2015

Crisi CinaAppunti sulla (presunta) crisi cinese

La vicenda del crollo delle borse cinesi e del petrolio con i relativi riflessi sulle borse mondiali merita forse qualche annotazione meno severa verso i cinesi e più consona alla realtà.
Con buona pace di molti osservatori tendenti a scambiare le loro profezie con la realtà, da alcuni anni avevamo dei dati sotto gli occhi inequivocabili.
Primo. L’America di Obama è uscita da anni dalla crisi e resta la prima e assoluta economia mondiale. Le ricette di Obama e della Federal Reserve sono state quelle classiche: sostenere l’edilizia, spingere programmi di opere pubbliche, tutelare il manifatturiero e gestire sempre di più una autonomia energetica.
Per inciso avevamo segnalato tutto ciò già molti mesi or sono.
Secondo. La Cina era cresciuta per anni con ritmi a due cifre su base annua grazie al costo del lavoro bassissimo, alla mancanza di norme sindacali, alla sostanziale inesistenza di regole ambientali ed a un formidabile desiderio dei suoi ceti dirigenti di raggiungere standard di benessere europei.
Era difficile immaginare che a un certo punto lo sviluppo sarebbe stato ragionevolmente più basso? Definire drammatico un eventuale aumento del Pil cinese, che oggi potrebbe essere tra il 5 e il 7%, significa drogare la realtà. Cosa dovrebbero fare le economie europee che ballano tra lo 0,2 e il 2% di aumento annuo?
Siamo in presenza di un assestamento fisiologico e come tale va vissuto. Sperare in una crescita incontrollata della Cina significava guardare a occhi chiusi a un immaginario Paese dei Balocchi con tutte le conseguenze che lo stesso Paese dei Balocchi provocò al celeberrimo burattino di legno Pinocchio.

Sicurezza energetica, priorità politica per l’Italia

28 Mag
28 maggio 2015

sicurezza-energeticaLa sicurezza energetica appare ormai una priorità politica di assoluta importanza per l’Unione europea, che si mostra sempre più impegnata nell’attuazione di misure volte allo sviluppo della produzione interna di idrocarburi in determinate aree (Mediterraneo, Mar Nero e Mare del Nord) e nell’ampliamento della rosa dei fornitori guardando con interesse verso l’Africa, il Nord America, il Caucaso e l’Australia.

Le vicende legate alla crisi russo-ucraina, così come alle guerre civili in Libia e Siria, se da un lato, possono essere considerate vere e proprie minacce alla sicurezza energetica dell’UE (che importa il 53% dell’energia che consuma), dall’altro lato, sembrerebbero costituire terreno fertile per l’effettiva realizzazione delle misure messe in campo a livello sovranazionale.

Basti pensare alle recenti iniziative intraprese dall’Esecutivo comunitario, a partire dalla strategia proposta per la creazione di un’“Unione dell’energia”, definita dal Vicepresidente della Commissione europea Sefcovic come “il progetto politico più ambizioso dalla creazione della Ceca”. Ma anche al richiamo formale presentato nei confronti della compagnia russa Gazprom, indagata per aver abusato della posizione dominante di cui gode sui mercati del gas naturale dell’Europa centrale e orientale, violando così la normativa comunitaria in materia di concorrenza. Tra le motivazioni del richiamo figura la politica dei prezzi sleale che Gazprom avrebbe praticato nei contratti di fornitura siglati con cinque Stati membri (Bulgaria, Estonia, Lettonia, Lituania e Polonia), basata sull’utilizzo di una formula di indicizzazione del prezzo del gas in base ad un paniere di prodotti petroliferi.

Si tratta di iniziative che potrebbero rimuovere gli ostacoli alla creazione di un mercato unico del gas, dove il prezzo sarebbe determinato dall’incontro tra domanda e offerta, incidendo sullo smantellamento dei contratti di importazione “oil-indexed” praticati dai fornitori extraeuropei e sulla riduzione del differenziale dei prezzi tuttora esistente tra i Paesi dell’Unione. Secondo l’agenzia internazionale di rating Fitch, il richiamo della Commissione nei confronti di Gazprom è in grado di avviare un allineamento della politica dei prezzi del gas naturale nei Paesi dell’Europa centro-orientale, a cui è imputabile circa il 30% delle vendite del colosso russo del gas, con quella dei Paesi dell’Europa nord-occidentale dove sono prevalenti i prezzi hub.

La possibilità di ampliare il numero dei fornitori di gas naturale agevolerebbe anche la creazione della rete transeuropea di infrastrutture per l’energia, rendendo a sua volta vantaggioso lo sviluppo dei rigassificatori e, più in generale dello stoccaggio, e favorendo la componente “spot” rispetto ai contratti di fornitura di lungo periodo finora negoziati sulla base della formula “take or pay”.

La sicurezza energetica deve essere considerata una priorità politica di assoluta importanza anche per l’Italia alla luce della forte dipendenza dalle importazioni estere (pari all’80% del suo fabbisogno di energia) e, dunque, dell’elevata esposizione al rischio di interruzione di tali forniture. Il petrolio costituisce la fonte di energia più utilizzata nel nostro Paese (35,2% dei consumi energetici totali), seguita dal gas naturale (32,4%) che vede la società russa Gazprom affermarsi quale primo fornitore, malgrado il calo delle sue vendite registrato tra il 2013 e il 2014. Hanno un peso strategico anche i flussi di fornitura di gas provenienti dalla Libia tramite l’operatività del gasdotto Greenstream.

Oltre alla soddisfazione del fabbisogno energetico, il gas può contribuire alla creazione di opportunità di crescita per il nostro Paese che, in particolare, dovrebbe scendere in campo per contendersi il ruolo con la Spagna di “hub del gas liquido” nel Mediterraneo.

Le ragioni di Hillary e la vendetta della mediocrità (e pure dei Repubblicani)

03 Apr
3 aprile 2015

Hillary ClintonLe qualità di Hillary Clinton non sono in discussione: in America ed in Cina, in Medio Oriente ed in Europa, la proverbiale capacità di questa donna straordinaria nell’approfondire i dossier e nell’impadronirsene riplasmandoli è conclamata. Ciò nonostante appena un qualche cosa la tocca si scatena negli Stati Uniti e a seguire in Europa una sorta di ordalia: troppo bella, troppo intelligente, troppo riservata, troppo Clinton… troppo tutto insomma.
La fiducia che gli americani nutrono nei confronti di Hillary Clinton non è stata messa in discussione dall’utilizzo che l’ex First Lady ha fatto di un account privato di posta elettronica durante il suo incarico di Segretario di Stato degli Stati Uniti. Lo confermano sondaggi di opinione e indagini di accreditati istituti di ricerca indipendenti in America, che la vedono comunque favorita rispetto a qualsiasi altro candidato, di matrice repubblicana o democratica, potenzialmente in lizza in questo stadio della corsa alle elezioni presidenziali del 2016.
Ciò accade nonostante il tema della fiducia sia stato un aspetto che ha fortemente orientato il dibattito politico sulla figura di Hillary Clinton nell’arco della sua ormai ventennale carriera pubblica. Gli avversari politici hanno sempre cercato di sfruttare la percezione che gli americani hanno dell’affidabilità della Clinton come una delle armi più potenti contro di lei, facendo leva su alcuni lati del suo carattere: la propensione all’autocontrollo, la riservatezza, il desiderio di tutelare la vita privata nell’avvicendarsi dei diversi ruoli pubblici.
Già nel 1996, quando era First Lady degli Stati Uniti, un’indagine del no-partisan Pew Research Center ha messo in luce gli aggettivi più utilizzati dagli americani intervistati per descriverne la personalità. Se da un lato, i suoi oppositori l’hanno principalmente definita “disonesta”, dall’altro lato, i suoi ammiratori hanno prediletto aggettivi quali “forte” e “intelligente”. Un anno fa, quando ancora gli americani la consideravano più uno stimato ex Segretario di Stato che un potenziale candidato alle elezioni presidenziali del 2016, da un’altra indagine del Pew Research Center la sua “onestà” è stata riconosciuta dal 30% dei Repubblicani e dall’80% dei Democratici.
Tra gli stessi colleghi di partito, dunque, non sussiste un giudizio unanime sull’affidabilità della Clinton, ma in linea generale il tema della fiducia non è stato oggetto di strumentalizzazioni interne come dimostra, almeno fino ad oggi, la vicenda dell’account privato di posta elettronica. Quest’ultima ha sì turbato alcuni esponenti dei Democratici, ma destando più che altro preoccupazioni per la “sponda” offerta agli avversari politici e per la lentezza con cui lo staff della Clinton ha gestito la vicenda, a testimonianza di una carente organizzazione sul versante della campagna elettorale.
I Democratici che vorrebbero candidati alternativi o gli stessi che stanno valutando di scendere in campo per le elezioni (tra cui l’ex governatore del Maryland, Martin O’Malley, o il senatore Bernie Sanders del Vermont) non ritengono di dover porre la vicenda dell’account privato al centro del confronto politico.
Seppur minoritari, non mancano gli esponenti del Partito Democratico che l’hanno criticata aspramente nel corso della sua carriera politica, oggi ancor più severi nel giudicare l’ex Segretario di Stato. Primo fra tutti, Richard Harpootlian – ex capo del Partito Democratico in South Carolina – il quale ha dichiarato di non capire perché gli americani dovrebbero accogliere la richiesta di fiducia avanzata dalla Clinton nel corso di una conferenza stampa avvenuta, tra le altre cose, ben 10 giorni dopo la denuncia della vicenda.
Al riguardo, un sondaggista esperto come il direttore del Pew Research Center, Andrew Kohut, ritiene che la richiesta di fiducia della Clinton potrebbe essere sufficiente. Secondo l’esperienza di Kohut, la questione sull’account privato non susciterà una grande reazione pubblica, a meno che non emergano altri ed eventuali fatti realmente lesivi per l’immagine dell’ex Segretario di Stato. Nel caso di un personaggio così conosciuto come la Clinton, gli elettori potrebbero scegliere una situazione che non è garanzia di perfezione, in cui probabilmente non potranno “fidarsi” di lei ritenendosi tuttavia soddisfatti del suo operato.
I numerosi sondaggi di opinione condotti successivamente alla nascita della controversia sull’account privato sembrano confermare la visione di Kohut. Tra gli elettori alle primarie, è finora emerso un sostegno pressoché inalterato alla Clinton, che mantiene una posizione di vantaggio sugli altri potenziali candidati democratici perfino su quelli più “solidi” come O’Malley. Ma soprattutto nei confronti di qualsiasi altro competitor repubblicano in questa fase iniziale della corsa alla Casa Bianca, con 9 americani su 10 che dichiarano di avere una conoscenza tale della Clinton per formarsi un’opinione sulla sua candidatura.

A tutto gas. Putin, l’Ucraina e le relazioni Usa-Unione Europea

28 Feb
28 febbraio 2015

Rete Gas Ucraina

La vicenda dell’Ucraina è stata sottovalutata sin dall’inizio ed oggi ci troviamo in una difficoltà estrema nel capire se Putin intenda fermarsi ai confini già di fatto tenuti o se voglia andare comunque avanti.
I mondi dell’energia e in particolare quello del gas naturale ci possono illuminare una scena abbastanza fosca. Vediamo cosa dicono le principali fonti internazionali.
Il gas naturale ha un ruolo strategico per Mosca, soprattutto nelle relazioni con l’Unione europea e l’Ucraina, pur rappresentando soltanto il 14% delle entrate derivanti dalle esportazioni (contro il 50% di quelle originate da greggio e prodotti petroliferi). Con l’insediamento di Putin, la fornitura di gas naturale è diventato uno strumento politico che ha consentito alla Russia di affermare la propria influenza sul mercato europeo.
A causa della rete di gasdotti esistente, numerosi Paesi dell’UE non hanno finora avuto alternative al rifornimento di gas dalla Russia. L’egemonia russa sul mercato europeo si sta però indebolendo. Diversi fattori concorrono a frenare e riorientare la domanda espressa dagli acquirenti europei: la caduta dei prezzi di petrolio e gas, lo sfruttamento dello shale gas statunitense, le politiche energetiche attuate dall’UE.
Numerosi contratti di fornitura di Gazprom, la più grande compagnia russa di estrazione e vendita del gas, sono legati all’andamento del prezzo del petrolio, il cui crollo sta alimentando la flessione del prezzo medio del gas (previsioni per il 2015: una riduzione al livello di 200-250 dollari per migliaia di metri cubi. Nel primo trimestre del 2014 il prezzo era pari a 352.70 dollari).
Gli acquirenti europei stanno chiedendo condizioni economiche di fornitura più favorevoli in sede di rinegoziazione dei contratti, a partire dall’Austria. La stessa Ucraina ha ridotto le proprie importazioni dalla Russia (2013: 95%; 2014: 70%). La compagnia ucraina Naftogaz prevede che nel 2015 almeno il 60% del gas naturale arriverà dall’UE, anche grazie ai progetti di quest’ultima volti a promuovere i flussi dall’Ovest verso Est, in particolare attraverso la Slovacchia.
Lo sfruttamento statunitense dello shale gas e di altri gas non convenzionali ha frenato la domanda europea, provocando minori importazioni di carbone da parte degli Stati Uniti. Ciò ha determinato il crollo del prezzo europeo del carbone e rimesso in discussione, ad esempio, le scelte energetiche della Germania. Quest’ultima sta sfruttando sempre di più il carbone per la produzione di energia elettrica.
L’UE ha lavorato nella direzione di “depoliticizzare” la fornitura del gas naturale, a partire dalla separazione delle fasi di produzione da quella del trasporto. Gazprom non potrà più essere impegnata su entrambi i fronti almeno in Europa.
Gazprom sta reagendo a tali dinamiche reimpostando la propria strategia di sviluppo. Dopo la cancellazione del South Stream project, ha annunciato di volere realizzare un nuovo gasdotto sotto il Mar Nero che consentirà di inviare il gas in Europa tramite la Turchia, aggirando così l’Ucraina. L’accordo con la Turchia dovrebbe essere firmato nel secondo trimestre del 2015, con l’obiettivo di avviare la fornitura per la fine del 2016. Secondo alcuni analisti, tra le intenzioni di Gazprom c’è quella di spostare l’attenzione dal mercato europeo a quello asiatico, in particolare pianificando nuovi gasdotti verso la Cina.
Questo il quadro ad oggi. Nei prossimi giorni vedremo quanto l’America intenda utilizzare l’espansionismo di Putin per rilanciare il trasporto in Europa di gas americano attraverso apposite navi.
Siamo solo agli inizi di una sfida epocale.

Federica Mogherini e la politica estera europea

27 Feb
27 febbraio 2015

Federica MogheriniSecondo ambienti diplomatici solitamente ben informati, la Commissione Europea avrebbe affidato alla Signora Ashton (predecessore della Mogherini) il dossier sul nucleare iraniano, paradossale veramente.
Sarebbe come se il presidente Mattarella avesse assegnato al Senatore Napolitano il seguimento di una delle commissioni del CSM!!
In Ucraina il Ministro degli Esteri europeo è stato senza dubbio alcuno Angela Merkel e tutti si sono inchinati di fronte all’evidenza: solo la Merkel può fare qualcosa.
In queste ore sembra però che la Commissione Europea crei uno speciale comitato difesa affidandola all’ex Ministro francese Barnier (materia che sarebbe in capo all’alto commissario Mogherini).
Vogliamo sperare che queste informazioni siano non attendibili perché altrimenti diventa difficile capire il ruolo del nostro alto commissario. Ruolo che, a questo punto, l’Italia ha interesse sia autorevole ed intiero.