Archive for category: Esteri

Efficace. Concreto. Competente.

23 Dic
23 dicembre 2016

Efficace. Concreto. Competente. Così è apparso il Ministro dell’Interno Marco Minniti a milioni di telespettatori nell’annunciare in televisione, nella tarda mattinata, l’uccisione del killer di Berlino da parte delle nostre forze dell’ordine.

Hillary e l’October Surprise

12 Ott
12 ottobre 2016

clinton_trump

L’autunno è arrivato e gelido spazza via la mite stagione estiva. Anche l’autunno della politica è arrivato e se ne è avuta una riprova nel duello televisivo tra Hillary e Trump. Scontro tossico quasi plumbeo con momenti più da Grande Fratello che da battaglia per la leadership del mondo. Ma su questo vogliamo ancora essere chiari essendo ormai quasi due anni che a più riprese cerchiamo di illustrare perché Hillary sarebbe la giusta continuazione di Obama alla Casa Bianca.

Perché è donna, perché è preparata, colta e sensibile. E se poi non riesce ad essere accattivante negli abbracci con la folla, pazienza, ce ne faremo una ragione. Il danno che Donald Trump ha già fatto alla democrazia occidentale in genere è comunque vistosamente enorme. Le oligarchie imperanti nell’est ancora sovietico, le tirannie sparse ovunque, gli autoritarismi in genere rideranno beffardi dei meccanismi perversi della democrazia che portano una persona come Trump comunque ad un soffio dalla Casa Bianca.

Molti commentatori italiani e stranieri hanno sottolineato la povertà di contenuti, ma non hanno a sufficienza declinato due scomode verità. La prima: Trump, il suo personaggio e le sue volgarità hanno fatto impennare i consumi televisivi on e offline. Era insomma come offrire patatine fritte ai bimbi a merenda ed i giornalisti, le televisioni, tutto ciò che muove il mondo dello spettacolo e dei consumi non si sono fatti scappare l’occasione. Trump doveva andare avanti perché ogni giorno di più rimpinguava i budget pubblicitari e di ascolto. Certo Trump ha anche incarnato quel vento del no di cui parleremo in un prossimo articolo che sta devastando le democrazie occidentali.

La seconda: la tendenza al basso nel dibattito di questi mesi è stata solo e unicamente di Trump. Ad Hillary Clinton, giornalisti sussiegosi e maitre a penser esoterici hanno rimproverato che era troppo preparata, troppo brava, troppo secchiona insomma per apparire anche simpatica. Hillary ha cercato fino all’ultimo di spostare la battaglia sui temi della competenza e dei contenuti, ma Trump ovviamente non ha abboccato. Non sapendo niente di niente era per lui più comodo un confronto da bar e volgarità da spogliatoio, con aggiunta la spietata minaccia se eletto di mandare Hillary in galera.

Tutti attendevano l’October surprise, e c’è stata in effetti: è bastato semplicemente che Trump per qualche momento svelasse la sua reale caratura politica e culturale.

Primarie americane: perché continuiamo ad essere per Hillary

11 Lug
11 luglio 2016

obama-clinton

di Alberto Brandani, articolo pubblicato su Specchio Economico

Da qualche anno, come sanno i 15 lettori che ci seguono appassionatamente, abbiamo spiegato le ragioni della stima e del rispetto che Hillary Clinton si è guadagnata e che vorremmo brevemente qui riassumere. Competenza sui dossier, senso delle istituzioni, visione dei problemi, condivisione del sentimento più genuino del popolo americano.
Oggi però ci vogliamo dedicare all’analisi dei risultati complessivi delle primarie, del rapporto tra Hillary e Bernie Sanders e quello più complessivo tra Hillary Clinton e Donald Trump.

PRIMARIE: UN BAGNO DI DEMOCRAZIA

Non esiste in nessuna parte del mondo (né in quello occidentale e tanto meno in quello orientale) un così completo e compiuto bagno di democrazia come sono le primarie americane e le conseguenti elezioni presidenziali. Tanto per avere un idea è forse opportuno snocciolare alcune cifre. Hanno partecipato al voto delle primarie repubblicane e democratiche circa 60 milioni di elettori, cittadini cioè che si sono prima presi la briga di andarsi ad iscrivere nelle liste delle rispettive primarie per poi poter partecipare. I candidati alle primarie hanno «arato» il Paese metro per metro insieme con migliaia di attivisti, di volontari, di quadri di partito. In questo contesto così generale vediamo i dati che riguardano Hillary.
Hillary: 16.505.319 voti pari al 55,58 per cento.
Sanders: 12.695.657 voti pari al 42,75 per cento.
La prima osservazione è che il distacco che per mesi è stato artificiosamente fatto apparire esiguo è in realtà vistosissimo, perché tra i due c’è un divario di 4 milioni di americani che ci pare incontrovertibile (quando Obama sconfisse Hillary nel 2008 i voti popolari erano quasi eguali n.d.r.). Hillary ha vinto nel numero di elettori, ha vinto nel numero di delegati eletti, ha stravinto nelle preferenze dei super delegati. In altre parole ha vinto sempre contro un avversario che aveva un unico obiettivo: spostare vistosamente a sinistra la piattaforma dei democratici, battere gli odiati Clintoniani e fare il pieno del radicalismo statunitense. Tra l’altro avendo il vantaggio di essere un battitore libero e come tale di non avere niente da perdere.
Hillary è stata invece sottoposta ad uno stress psicofisico e a un dispendio di energie terribile. Da un lato doveva contendere metro per metro a Sanders, ma dall’altro non poteva certo attaccarlo troppo perché sapeva che in caso di vittoria doveva recuperare gli entusiasmi, i voti ed il malcontento dei democratici che votavano il «Grinta del Vermont». Dall’altro doveva duellare con Trump per non lasciargli la scena pur evitando di cadere in quella corrida di volgarità e becerismo in cui Trump ha fatto di tutto per coinvolgerla. Trump infatti prima ha lanciato un video sui peccati sessuali di Bill quasi che Hillary tacitamente li sopportasse e poi ha iniziato una campagna sulla disonestà di Hillary stessa.
Tutto ciò non ha scomposto questa donna straordinaria che nei due Stati chiave che tutti consideravano una sorta di giudizio di Dio ha dato una risposta incontrovertibile. Nello Stato di New York Hillary ha raccolto 1.037.344 voti e Sanders 752.739. In California Hillary ha raccolto 1.945.580 voti contro il milione e mezzo di Sanders. Distacchi abissali che confermano la forza e il coraggio di questo animale politico che è l’avv. Rodham Hillary Clinton entrata nella storia come prima donna in corsa per la Casa Bianca.

DA QUI ALLA CONVENTION

Ma veniamo ai contenuti. Ora il partito democratico è impegnato in una ricucitura Hillary-Sanders sotto l’alto protettorato del presidente Obama che dopo aver incontrato per un’ora e mezzo il senatore del Vermont ha diffuso un messaggio registrato di esplicito e totale appoggio a Hillary Clinton. Del resto nel 2008 Hillary pur con un grande numero di delegati si era ritirata a favore di Obama e il discorso suo e quello di Bill infiammarono i cuori e le menti dell’intera Convention. Solo da una settimana Hillary ha cominciato a rosolare a fuoco lento le sciocchezze a getto continuo che Trump finora ha detto. Facciamo qualche esempio: i dirigenti democratici non faranno passare liscio gli insulti ad un giudice messicano, il continuo frasario razzista, il disprezzo evidente verso le donne e gli immigrati. Su tutti questi fronti Trump dovrà vedersela con tutto l’establishment democratico del Paese che d’ora in avanti non gliene farà passar liscia neppure una.
Hillary dalla sua ha quattro assi nella manica:
• l’incontestabile vittoria nelle primarie. Se le proiezioni sono corrette finirà per avere delegati 4 volte di più di quelli che aveva Obama nel 2008;
l’endorsement di Obama la cui popolarità sfiora il 50 per cento dell’intero elettorato e tale popolarità si ritrova solo negli anni d’oro di Reagan e di Bill Clinton. Possibile Obama così popolare e scegliere un successore che distrugga tutto ciò che ha fatto?
• Facendo capire che nominerà Bill Clinton una sorta di zar dell’economia, Hillary colpisce al cuore positivamente chi cerca lavoro e la classe media bianca in parte delusa. Bisogna infatti ricordare che Bill Clinton creò 26 milioni di posti di lavoro (anche se essendo oggi la disoccupazione in America al 4 per cento, viene considerata dagli specialisti praticamente inesistente);
• Hillary ha pronunciato un grande discorso sui temi della sicurezza nazionale e dopo la strage di Orlando è ragionevole pensare che gli americani si vogliano affidare a chi sa dove mettere le mani piuttosto che ad un signore che insulta il governatore del New Mexico, sogna un protezionismo sfrenato e non ha una visione né di politica sociale né di politica economica né di politica estera e apostrofa un giudice messicano solo perché sta decidendo una causa civile contro Trump.
Resta l’incognita Sanders, ma noi riteniamo che non farà come il radicale socialista Nader che fece perdere le elezioni al democratico Gore contro Bush per centinaia di migliaia di voti rendendo così decisiva una manciata di voti di una sconosciuta contea della Florida.
Al dunque secondo gli studiosi vi sono in America 100 milioni di elettori centristi ed indipendenti e, come in ogni parte del mondo, saranno loro a decidere l’esito elettorale: saranno pronti a varcare il ponte trumpiano verso la negazione dei valori storici che hanno fatto grande l’America, rispetto del prossimo, trasparenza, merito, generosità, accoglienza degli immigrati, difesa nel mondo della libertà? La nostra risposta è no.
Due fantasmi si aggirano nel mondo libero e occidentale, la Brexit e la vittoria di Trump. Il successo del Leave in Inghilterra rende chi crede nei valori fondanti dell’Europa tristi e più soli. I padri fondatori dell’Europa volevano un’area dove circolassero le persone, le cose e gli aneliti di libertà. Non ci dobbiamo abbattere ma dobbiamo piuttosto vedere come la vicenda inglese ed il caso Trump segnalino ai governi del mondo occidentale problemi irrisolti e che vanno analizzati senza superficialità e senza distrazione alcuna. Lo dobbiamo ai nostri figli e alle nuove generazioni.

Brexit, ovvero se i governanti fossero più saggi…

27 Giu
27 giugno 2016

An EU official hangs the Union Jack next to the European Union flag at the VIP entrance at the European Commission headquarters in Brussels on Tuesday, Feb. 16, 2016. British Prime Minister David Cameron is visiting EU leaders two days ahead of a crucial EU summit. (AP Photo/Geert Vanden Wijngaert)

Se i governanti fossero più saggi e non proponessero in modo ossessivo agli elettori problemi più grandi di loro, non ci troveremmo di fronte a questi disastri.
I nostri padri costituenti -non a caso- avevano previsto nella nostra Costituzione, la più bella del mondo (made in Benigni), che argomenti così delicati non erano sottoponibili a referendum. Satis est.

La statista Hillary Clinton

02 Mar
2 marzo 2016

Oggi la stampa internazionale e nazionale dedica una o due pagine alla vittoria di Hillary Clinton nel South Carolina e al discorso “oggettivamente da statista” che essa ha svolto. Vorrei ricordare ai nostri 15 lettori che da qualche anno (e ancor più da quando si manifestavano le potenzialità presidenziali di Hillary) sostengo le seguenti argomentazioni:

  1. Hillary Clinton è stato un eccellente senatore e soprattutto un grande Segretario di Stato;

  2. È uno dei candidati alla presidenza degli Stati Uniti più preparati dal dopoguerra ad oggi (mi viene in mente ad esempio Adlai Stevenson);

  3. La stampa americana ha fatto di tutto ed anche di più per affossarne l’immagine;

  4. Quando era la moglie del presidente Clinton si sosteneva che gli aveva perdonato le scappatelle per chi sa quali motivi, mentre semplicemente si trattava di una moglie che teneva in piedi un matrimonio con tutto ciò che questo comporta;

  5. Quando era senatrice invece di apprezzarne l’indiscutibile competenza sui dossier, si preferiva parlare della sua arroganza che era semplicemente un austero senso delle istituzioni;

  6. Quando era Segretario di Stato si è dovuto aspettare che lasciasse spontaneamente l’altissimo incarico per ammirare quantità e qualità di atteggiamenti in quel delicatissimo ruolo;

  7. Oggi si continua da mesi a farfugliare su responsabilità in mail di modesto valore, per l’ossessione vergognosa della maggioranza repubblicana al Senato che teme il confronto politico con la stessa.

Certo se l’America sceglierà Donald Trump bisogna sperare solo nella misericordia divina anche se è vero che candidati assolutamente improponibili sono poi rinsaviti di fronte alle immani responsabilità del ruolo presidenziale.

Mi sia consentito oggi però di dire che se nonostante l’ingiusto atteggiamento tenuto dai media americani, con la lodevole eccezione del New York Times, nei confronti di Hillary, la candidata democratica arriverà alla presidenza degli Stati Uniti sarà senz’altro premiata la tenacia, la volontà, l’infaticabile dinamismo, il non essere mai arretrata anche nelle situazioni più disparate (e disperate), l’aver avuto dalla sua competenza e intelligenza come da tempo non si vedevano.

Basti a quest’ultimo proposito vedere come ha gestito la vicenda del suo alter ego democratico Bernie Sanders coccolato dai media e dalle televisioni. Media e televisioni che a forza di parlare di Donald Trump potrebbero portare il Paese sull’orlo di scelte sconsiderate.

Ma di questo riparleremo dopo il supermartedì (primarie in 15 Stati).

L’Isis e il colore dei nostri occhi

17 Nov
17 novembre 2015

We weep but never fear

Sono passati quasi tre giorni dalla mattanza di Parigi. Per ore me ne sono stato a riflettere pieno di angoscia perché ho pensato che l’Isis fosse riuscita nel suo intento, togliere cioè i colori della vita e della speranza, della felicità e della spensieratezza dagli occhi di noi europei.
Come? Colpire una splendida partita, un affascinante concerto rock e ristoranti affollati. Abbiamo purtroppo avuto già modo di dire in precedenti articoli quello che vediamo ora scrivere in molti e che sommariamente vogliamo di nuovo ricapitolare.
Lo scontro con l’Isis può essere vinto a tre condizioni (ne avevamo parlato qua):

La prima di tipo diplomatico, serve una coalizione decisa e univoca negli obiettivi dalla Nato agli Stati Uniti, dalla Russia alla Giordania agli Emirati Arabi, passando anche all’indispensabile ma chiaro apporto che dovrà dare la Turchia;

La seconda di tipo militare, va combattuto con truppe di terra nel teatro delle operazioni belliche vere e proprie. Non si può pensare che i peshmerga curdi possano da soli contrastare gli ottantamila uomini che tutti i servizi ritengono sia l’attuale forza militare del califfato;

La terza di tipo strategico. Occorre varare un piano Marshall di aiuti alla Tunisia, Libia ed Algeria che consenta a questi Stati di ridurre al minimo la sacche di disperazione, disoccupazione e crescente criminalità che sono riserva di caccia ideale per i reclutatori del fanatismo terroristico.

L’Europa va da sé deve rilanciare un Piano credibile per le grandi migrazioni dettate dalla povertà, dalle schiavitù di ogni tipo, ma anche da sapienti infiltrazioni camuffate.
Bisogna renderci conto che i duecentoquaranta civili morti nell’aereo russo sul Sinai sono fratelli nel dolore degli amici francesi.
Se l’Europa non volgerà altrove lo sguardo in una sorta di suicidio collettivo (della serie purché non sia nel mio cortile), può ancora farcela.

Schengen, non solo un problema culturale

28 Ott
28 ottobre 2015

immigrati-autostrada

di Alberto Brandani, da Formiche.net

Quasi al confine fra i continenti di Africa, Asia ed Europa, l’Italia con la sua singolare morfologia si immerge in un mare, il Mediterraneo, che da secoli è luogo di scambi e contaminazioni; un Paese con una storia ricca e complessa i cui principali personaggi storici – Dante, Garibaldi, Mazzei, Meucci, Fermi, … – non di rado furono esuli, rifugiati, emigranti che hanno imparato sulla propria pelle “come sa di sale/ lo pane altrui”, al pari di ogni altro esule, rifugiato o emigrante di ogni tempo. Non diversamente è andata in Europa che fino agli anni Quaranta è stata quasi esclusivamente una terra di emigrazione verso le Americhe e l’Australia. E proprio da un continente come il nostro, con una cultura solida quanto vivace e democratica, ci si sarebbe forse potuti aspettare un approccio diverso al fenomeno immigrazione, meno impaurito e sicuramente più pragmatico, ma così non è stato!
Ogni giorno migliaia di rifugiati e migranti tentano di attraversare le frontiere europee in cerca di protezione o di una vita migliore. Mai prima d’ora così tante persone avevano rischiato la vita per raggiungere il continente via mare. Nei primi sei mesi dell’anno più di 137.000 tra rifugiati e migranti sono sbarcati sulle coste spagnole, italiane e greche; secondo l’UNHCR, si tratta soprattutto di persone in cerca di protezione, in fuga dalle guerre in Siria, in Afghanistan o dalla dittatura eritrea. Sempre l’UNHCR stima che globalmente sono quasi 60 milioni le persone che nel 2014 sono state costrette ad emigrare a causa di guerre, persecuzioni, violazione dei diritti umani, ecc. ma solo una piccola parte di queste sono fuggite verso l’Europa!
Nonostante ciò quando alla freddezza dei numeri si sovrappongono le storie delle persone la realtà assume i connotati del dramma. Di fronte a questa emergenza è amaro constatare quanto sia profondo l’abisso tra l’urgenza della “crisi migratoria” ed i tempi ed i modi con cui l’Europa cerca di affrontarla. Con le frontiere sotto pressione ed i nuovi picchi negli arrivi, diversi Paesi hanno finito per ripristinare i controlli “temporanei” alle frontiere, usando la deroga prevista dagli accordi di Schengen, e dopo l’annuncio della Germania è stata la volta di Austria e Slovacchia ma, con differenti livelli di intensità, si sono accodati anche altri Paesi.
Il problema è soprattutto culturale, la libertà di movimento e Schengen sono messe in discussione ed un arretramento, o peggio ancora una implosione, su questo versante potrebbe portare a sviluppi imprevisti per la stessa UE; ma presenta anche risvolti economici e trasportistici non secondari. Sicuramente sulla fluidità di movimento delle persone, ma non solo. Le cronache ci hanno raccontato, infatti, di lunghe code di camion e rallentamenti alle frontiere che hanno determinato ritardi tali da mettere sotto pressione l’intero processo logistico che sottende alla mobilità delle merci in Europa, soprattutto per quelle che viaggiano lungo le direttrici verticali. Fatti di cronaca questi che ci fanno intuire che se entra in crisi Schengen entra in crisi anche un certo tipo di logistica che negli ultimi decenni ha fatto forza pure sulla libertà di movimento e sulla velocità di attraversamento delle frontiere dell’area.
Che ad essere trasportati siano medicinali, prodotti deperibili, poltrone o pezzi di ricambio per le auto, poco cambia! Il rispetto dei tempi di trasporto e consegna è un elemento di qualità imprescindibile nei moderni sistemi logistici in quanto si ripercuote sulle diverse fasi della produzione che seguono (o anticipano) quella del trasporto.
Il rischio è di dovere ridisegnare nelle direttrici e nelle modalità percorsi prima ampiamente strutturati con effetti che implicherebbero un ripensamento della filiera distributiva nonché, almeno nell’immediato, il livello e la gestione delle scorte. Circostanze queste, che incidendo direttamente sui costi industriali, necessariamente finiscono per ripercuotersi sui flussi di cassa delle imprese e sui prezzi per i consumatori.
Difficile quantificare le ripercussioni economiche. Una prima stima di settore ha provato a farla l’associazione delle aziende di autotrasporto dei Paesi Bassi che, nel caso venissero ristabiliti i controlli alle frontiere di tutti i confini dello spazio Schengen ed immaginando di accumulare un ritardo di un ora per ogni frontiera da attraversare, stima un danno per il solo settore dell’autotrasporto olandese di circa 600 milioni di euro. In termini di tonnellate l’autotrasporto olandese, depurato della componente nazionale, rappresenta ovviamente una percentuale significativa di quello equivalente dell’Unione europea, ma pur sempre inferiore al 13%; facile allora intuire quale potrebbe essere il costo cumulato di una eventualità del genere per l’intera Unione. Le ripercussioni per l’Italia potrebbero essere anche più importanti in ragione del fatto che proprio il mercato europeo e tedesco rappresentano le destinazioni privilegiate dell’export nazionale (la Germania, in particolare, è il primo partner commerciale per il nostro Paese, con un interscambio bilaterale che nel 2014 è stato di circa 103 miliardi di Euro).
Quello che sembra affiorare, a trent’anni dalla stipula dell’accordo di Schengen (il trattato fu firmato nel giugno del 1985, Italia vi aderì nel 1990), è una verità amara: forse tre decenni non sono bastati a creare un senso di appartenenza ad una comunità, basato su pochi principi comuni come la dignità umana, la libertà, la democrazia, l’uguaglianza, lo Stato di diritto ed il rispetto dei diritti umani. E questo presenta importanti risvolti sociali, ma anche economici soprattutto in un momento in cui si tenta con difficoltà di uscire dalla lunga fase recessiva degli ultimi anni.