Archive for month: gennaio, 2016

Perché avere ancora fiducia nel Monte

21 Gen
21 gennaio 2016

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In questi giorni il vertiginoso crollo della azioni del Monte Paschi (in poche sedute perduto oltre il 36% del valore) ha indotto analisti e commentatori a immaginare scenari disastrosi. Quando un fenomeno si fa collettivo, bisogna cercare di capire i perché di natura reale e quelli di natura psicologica. Nella caduta di Mps vi sono molti elementi che nulla hanno a che vedere con la reale solidità della banca. Vediamo quali:

  • Il crac di 4 banche e i continui rigurgiti giudiziari su una scellerata gestione del Monte, antecedente alla attuale gestione hanno indotto molti risparmiatori a ritenere che fosse il caso di “levare le tende”;

  • Secondo analisti di Londra l’ondata di vendite con una evidente speculazione ribassista ha trovato possibili esecutori in grandi fondi statunitensi non controbilanciati da normali offerte di acquisto;

  • Strumenti legislativi (esempio bail in) di la da venire sono stati però vissuti come un immediato problema;

  • La mancata decisione sulla costituzione della bad bank per lo smaltimento di circa 200 miliardi di sofferenze del sistema bancario assommatasi in circa 7 anni di difficoltà economiche, è la riprova più vera che, per tagliare l’erba sotto i piedi della speculazione, la costituzione di questo veicolo è ormai indifferibile; il non farlo “sarebbe un grave atto di insipienza e irresponsabilità”; “dopo avere affinato l’interlocuzione tecnica con Bruxelles, gli stessi commissari competenti fanno sapere che tempi e modi della scelta dell’istituendo veicolo sono di esclusiva responsabilità dell’esecutivo italiano” (cfr. Angelo De Mattia).

Ma tutto questo ha a che vedere con l’azione positiva del Monte? A noi non pare se consideriamo l’enorme lavoro portato avanti in questi anni e in questi mesi. Ridurre lo stock dei crediti deteriorati, proseguire sulla spinta dei ricavi da commissione, rimanere focalizzati sugli impieghi, continuare nell’abbattimento del cost management, tutto questo in linea ed oltre con gli obiettivi previsti nel piano industriale 2014-2018.

Con l’entrata a pieno regime del Meccanismo di Vigilanza Unico, MPS è tra le 15 banche italiane soggette alla vigilanza diretta della BCE. Questo fatto pone in capo a MPS degli obblighi di trasparenza estremamente stringenti verso la BCE, verso il mercato e verso la clientela.

MPS è stata quindi sottoposta a partire dal novembre 2013 alle severe verifiche di BCE per valutare la solidità delle banche in prospettiva.

Dopo il Comprehensive Assessment del 2013 a novembre scorso la decisione della BCE è stata di indicare a MPS il mantenimento di un requisito patrimoniale minimo in termini di CET1 (Common Equity Tier 1) del 10,2% per il 2016 e del 10,75% per il 2017.

Al 30 settembre 2015, il CET1 del MPS si attestato al 12% superiore quindi al requisito regolamentare.

In buona sostanza oltre ad essere sottoposta ad una diretta e continua vigilanza da parte della BCE, la banca ha messo in atto un processo di rafforzamento patrimoniale, efficienza operativa e di alleggerimento dell’attivo finanziario.

A questo si aggiunga la chiusura di posizioni problematiche lasciate dalla precedente gestione (vedasi operazione Alexandria) ed un complessivo miglioramento del profilo di rischio nel pieno rispetto del piano concordato con il regolatore europeo.

Viola ed i suoi collaboratori hanno fatto un lavoro straordinario e senza nulla togliere a loro vorrei aggiungere che il fair value che esercita Siena e la più antica banca del mondo lo si è visto nel fatto che due aumenti di capitale, per qualcosa come 16.000 mld delle vecchie lire, sono stati assorbiti in un battibaleno da un mercato internazionale che ha un’attenzione dilatata dal fascino misterioso che questa grande banca continua ad esercitare su economisti e gente del popolo, piccoli azionisti e grandi speculatori che tutti in fondo la vorrebbero possedere e posseduta.

L’articolo è stato pubblicato sul Corriere di Siena Giovedì 21 gennaio:

Corriere di Siena, 21 gennaio '16

Dalla lotta all’evasione fiscale nuova ricchezza per lo Stato?

11 Gen
11 gennaio 2016

Milano, lotta all'evasione fiscale, solo un negozio su tre fa lo

“In questo mondo non v’è nulla di sicuro, tranne la morte e le tasse”, scriveva Benjamin Franklin nel lontano 1789, eppure in Italia non sono sicure nemmeno quelle, o almeno non per tutti. Ce lo suggerisce il Centro Studi della Confindustria (CSC), che ha recentemente stimato l’evasione fiscale e contributiva in 122,2 miliardi di euro (una cifra pari al 7,5% del PIL italiano), e più autorevolmente il Presidente della Repubblica nel suo messaggio dell’ultimo dell’anno, ricordandoci come “gli evasori danneggiano la comunità nazionale ed i cittadini onesti”.
Come è spiegabile una realtà del genere?
L’evasione fiscale è per sua natura un fenomeno complesso e multiforme, da sempre radicato nei sistemi tributari di ogni paese, e la letteratura economica non ha mancato di interessarsene. Senza dovere necessariamente ricorrere al pioneristico lavoro di Allingham e Sandmo sulla cosiddetta “tax compliance”, è comunque noto che l’evasione deriva in primo luogo da comportamenti “opportunistici”. Infatti, di fronte all’obbligo del pagamento delle imposte il soggetto valuta quella che gli economisti definiscono la “strategia ottimale” da seguire in funzione dell’imposta dovuta, della personale propensione al rischio, ma anche della probabilità di sfuggire al controllo e dell’ammontare della sanzione, con esiti che sono diversi da persona a persona, da soggetto a soggetto e, in termini aggregati, da paese a paese.
Il risultato per l’Italia sono proprio quei 122 milioni di “tax gap” (di mancato gettito) che ci collocano tra i paesi europei a maggiore evasione e che chiamano in causa i cittadini disonesti almeno quanto l’Amministrazione, sia dal lato dell’efficienza e della capacità di accertamento sia da quello della complessità del sistema fiscale e tributario.
Tale primato comunque, oltre a rappresentare un problema per il bilancio dello Stato indirizzando il prelievo (la pressione fiscale “effettiva” è ora del 54,9% tra le più alte d’Europa) verso quelle basi imponibili che possono sottrarsi con maggiori difficoltà alla tassazione, ha conseguenze anche in termini di equità tributaria (specie orizzontale) finendo per minare gli elementi di coesione sociale e le condizioni di concorrenza sui mercati, con riflessi negativi sull’efficienza di sistema.
Viceversa, immaginando un dimezzamento del cosiddetto “tax gap”, e dunque un recupero per l’Erario di 61 miliardi di euro calcolato sulla base della stima dell’evasione, gli effetti macroeconomici sarebbero nettamente positivi. Al riguardo il CSC calcola un aumento del PIL del 3,1%, una crescita di consumi ed investimenti superiore al 5% ed una ripresa occupazionale quantificata in 335mila unità.
Complice la crisi economica, che ha sicuramente acuito la percezione del fenomeno ed ha agito da catalizzatore nel far maturare un (più) profondo sentimento di disapprovazione sociale, il contrasto all’evasione è ora apprezzato dal 60% degli italiani, mentre poco di meno sono quelli che considerano la lotta all’evasione addirittura una priorità per lo Stato. Un consenso importante sul quale fare leva per spingere non solo il legislatore a fare meglio, ma per operare innanzitutto un cambiamento culturale al fine di far passare il concetto che pagare le tasse significa stare nella comunità e sentirsi partecipi del bene comune.
Ci sarebbe in verità da aggiungere la grande riflessione sul fatto che pagare tutti fin’ora non ha necessariamente corrisposto a pagare meno. Ma di questo e di altre materie attinenti l’evasione parleremo prossimamente.

(Continua)

Giancarlo Castelvecchi, l’aedo dell’isola perduta, ci lascia un importante patrimonio

08 Gen
8 gennaio 2016

Giancarlo Castelvecchi

Giancarlo Castelvecchi, l’aedo dell’isola perduta, ci lascia un importante patrimonio: pittorico, perché con la sua opera ha rappresentato come pochi i colori, i sapori e le atmosfere dell’Elba, in tutte le sue sfumature cromatiche.
Culturale; perché è stato per cinquant’anni instancabile animatore del Premio Brignetti e devo a lui e alle sue insistenze cortesi e affettuose la mia esperienza nel Premio Letterario che data dal 1985.
Umano; ha sempre usato come metro di vivere la comprensione e la tolleranza non disgiunta però da un humor e da una vena linguistica sempre ricca e ironica.
Sono sicuro che da lassù ci guarda sereno e scanzonato.