Archive for month: aprile, 2015

Le opere finaliste 2015 del Premio Letterario Internazionale Isola d’Elba Raffaele Brignetti

17 Apr
17 aprile 2015

Ringrazio la Giuria Letteraria per il gran lavoro svolto – ha dichiarato il Presidente Prof. Alberto Brandani – che ha portato a individuare le opere finaliste per il 2015. La stessa Giuria ha peraltro deciso di segnalare per un riconoscimento l’autore elbano Danilo Alessi per il suo lavoro “La fatica della politica“ Persephone edizioni.

Prof. Alberto Brandani

Le opere finaliste 2015

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CADE LA TERRA di Carmen PELLEGRINO editore GIUNTI
Alento è un borgo abbandonato che sembra rincorrere l’oblio, e che non vede l’ora di scomparire. Il paesaggio d’intorno frana ma, soprattutto, franano le anime dei fantasmi che Estella, la protagonista di questo intenso e struggente romanzo, cerca di tenere in vita con disperato accudimento. Voci, dialoghi, storie di un mondo chiuso dove la ricchezza e la miseria sono impastate con la stessa terra nera. Capricci, ferocie, crudeltà, memorie e colpe di un paese condannato a ritornare alla terra. Come tra le quinte di un teatro ecco aggirarsi un anarchico, un venditore di vasi da notte, una donna che non vuole sposarsi, un banditore cieco, una figlia che immagina favole, un padre abile nel distruggerle. Con Carmen Pellegrino l’abbandonologia diviene scienza poetica. E questo modo particolare di guardare le rovine, di cui molto si è parlato sui giornali e su internet, ha finalmente il suo romanzo.

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ATTI OSCENI IN LUOGO PRIVATO di Marco MISSIROLI editore Feltrinelli
Questa è una storia che comincia una sera a cena, quando Libero Marsell, dodicenne, intuisce come si può imparare ad amare. La famiglia si è da poco trasferita a Parigi. La madre ha iniziato a tradire il padre. Questa è la storia, raccontata in prima persona, di quel dodicenne che da allora si affaccia nel mondo guidato dalla luce cristallina del suo nome. Si muove come una sonda dentro la separazione dei genitori, dentro il grande teatro dell’immaginazione onanistica, dentro il misterioso mondo degli adulti. Misura il fascino della madre, gli orizzonti sognatori del padre, il labirinto magico della città. Avverte prima con le antenne dell’infanzia, poi con le urgenze della maturità, il generoso e confidente mondo delle donne. Le Grand Liberò – così lo chiama Marie, bibliotecaria del IV arrondissement, dispensatrice di saggezza, innamorata dei libri e della sua solitudine – è pronto a conoscere la perdita di sé nel sesso e nell’amore. Lunette lo porta sin dove arrivano, insieme alla dedizione, la gelosia e lo strazio. Quando quella passione si strappa, per Libero è tempo di cambiare. Da Parigi a Milano, dallo Straniero di Camus al Deserto dei Tartari di Buzzati, dai Deux Magots, caffè esistenzialista, all’osteria di Giorgio sui Navigli, da Lunette alle “trentun tacche” delle nuove avventure che lo conducono, come un destino di libertà, al sentimento per Anna. Libero Marsell, le Grand Liberò, LiberoSpirito, è un personaggio “totale” che cresce con noi, pagina dopo pagina, leggero come la giovinezza nei film di Truffaut, sensibile come sono sensibili i poeti, guidato dai suoi maestri di vita a scoprire l’oscenità che lo libera dalla dipendenza di ogni frase fatta, di ogni atto dovuto, in nome dello stupore di esistere.

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LACCI di Domenico STARNONE editore Einaudi
Sandro e Anna sono poco più che bambini, ma non vedono il padre da così tanto tempo che a malapena se lo ricordano. Sono passati quattro anni da quando se n’è andato di casa, lasciandoli soli di fronte a una tempesta di rabbia impotente, rancore, e domande che non trovano risposta. Lui sta a Roma, innamorato della grazia lieve di una sconosciuta, e loro a Napoli con la mamma sola e furibonda, a misurare l’estensione del silenzio e il crescere dell’estraneità. Che cosa rimane, quando il nostro mondo si sgretola? Cosa siamo disposti a sacrificare, pur di non sentirci in trappola? Che cosa perdiamo, quando scegliamo di tornare sui nostri passi? A volte basta un gesto minimo per far riaffiorare quello che abbiamo provato a mettere da parte. Come un figlio che si allaccia le scarpe nella stessa maniera bizzarra di suo padre, anche se non ricorda di averlo mai imparato da lui. Domenico Starnone regala il romanzo di una fuga, di un ritorno, di tutti i fallimenti. Ricordando a ogni pagina che il tempo dei bilanci è un tempo vano, assoluto, ridicolo e struggente.

Le ragioni dell’Anas e quelle di Ciucci

15 Apr
15 aprile 2015

di Pietro Di Michele (da Formiche.net

Pietro CiucciNegli ultimi mesi l’Anas, la società per azioni di proprietà del Tesoro che gestisce la rete stradale e autostradale non a pedaggio di 25 mila km e riveste un ruolo centrale nell’infrastrutturazione del sistema Paese, è finita nell’occhio del ciclone per una serie di eventi che vanno dal crollo della rampa di accesso al viadotto Scorciavacche in Sicilia, ad alcune intercettazioni (peraltro prive di riscontro) dell’inchiesta Sistema sulle grandi opere, fino al cedimento di un pilone dell’autostrada Palermo-Catania, a seguito di una rovinosa frana della collina sovrastante.
È davvero tutta colpa del presidente dimissionario Pietro Ciucci? A ben vedere questi eventi negativi dipendono essenzialmente da due fattori esterni.
Innanzitutto i limiti della Legge Obiettivo e in particolare della figura del contraente generale, a cui spetta di nominare la struttura di direzione lavori delle opere infrastrutturali di cui si è aggiudicato l’appalto. Un meccanismo deresponsabilizzante che, come attestano il caso del viadotto Scorciavacche e la stessa inchiesta Sistema, ha manifestato varie crepe e richiede una rapida riforma, riaffidando alla stazione appaltante (in questo caso l’Anas) la direzione dei lavori.
Non  a caso la stessa Anas già dal 2009 non bandisce più gare a contraente generale e Ciucci ha chiesto e proposto in svariate occasioni, anche davanti alle commissioni parlamentari, di modificare la norma.
L’altro fattore esterno è il deficit manutentivo di cui soffre da alcuni decenni il territorio italiano e la rete stradale (non solo Anas), a causa della scarsità di risorse destinate dai vari governi da un lato alla prevenzione del dissesto idrogeologico e dall’altro agli interventi di manutenzione straordinaria delle opere stradali. Un deficit di interventi che è la prima causa dei crolli che si sono registrati in questi anni, da nord a sud, dal ponte sul Po a Piacenza al viadotto Himera della Palermo-Catania.
Se si tiene conto che sulla sola rete Anas vi sono 11 mila viadotti e oltre 2 mila gallerie, realizzati nella maggior parte dei casi 40-50 anni fa, si comprende come questa sia una priorità assoluta. Gli ultimi due governi, anche grazie alla sensibilità dell’ex ministro Maurizio Lupi, hanno finalmente “cambiato verso” all’andazzo precedente, stanziando 1 miliardo di euro per la manutenzione della rete Anas che sono stati trasformati in circa 600-700 cantieri, in parte già ultimati. Ma molto resta ancora da fare e da finanziare, perché il ritardo è pluridecennale.
Questi due fattori endogeni rischiano di oscurare gli indubbi meriti, riconosciuti ad esempio dall’editoriale di Giorgio Santilli sul Sole 24 Ore, della gestione di Pietro Ciucci, che guida la società dal luglio 2006 e che ha già rassegnato le dimissioni nelle mani del neo ministro delle Infrastrutture Graziano Delrio a partire dalla prossima Assemblea degli Azionisti di metà maggio.
In circa 9 anni Ciucci, come attestato anche dai dati Cresme, ha trasformato l’Anas nella prima stazione appaltante d’Italia, con più di 5500 bandi per un importo di 23 miliardi di euro. Dal 2006 l’Anas ha aperto al traffico 1.500 km di strade e autostrade (tra cui 250 km della Salerno-Reggio Calabria), con un investimento di 16 miliardi di euro.
Il vecchio carrozzone dell’ente pubblico economico è diventato una moderna Spa, con un’organizzazione efficiente, un bilancio da otto anni in attivo (prima chiudeva con perdite di circa 500 milioni all’anno) e una capacità di investimenti di oltre 2 miliardi all’anno.
Risultati niente affatto disprezzabili che richiederebbero, almeno, un’uscita con l’onore delle armi per Pietro Ciucci.

Le ragioni di Hillary e la vendetta della mediocrità (e pure dei Repubblicani)

03 Apr
3 aprile 2015

Hillary ClintonLe qualità di Hillary Clinton non sono in discussione: in America ed in Cina, in Medio Oriente ed in Europa, la proverbiale capacità di questa donna straordinaria nell’approfondire i dossier e nell’impadronirsene riplasmandoli è conclamata. Ciò nonostante appena un qualche cosa la tocca si scatena negli Stati Uniti e a seguire in Europa una sorta di ordalia: troppo bella, troppo intelligente, troppo riservata, troppo Clinton… troppo tutto insomma.
La fiducia che gli americani nutrono nei confronti di Hillary Clinton non è stata messa in discussione dall’utilizzo che l’ex First Lady ha fatto di un account privato di posta elettronica durante il suo incarico di Segretario di Stato degli Stati Uniti. Lo confermano sondaggi di opinione e indagini di accreditati istituti di ricerca indipendenti in America, che la vedono comunque favorita rispetto a qualsiasi altro candidato, di matrice repubblicana o democratica, potenzialmente in lizza in questo stadio della corsa alle elezioni presidenziali del 2016.
Ciò accade nonostante il tema della fiducia sia stato un aspetto che ha fortemente orientato il dibattito politico sulla figura di Hillary Clinton nell’arco della sua ormai ventennale carriera pubblica. Gli avversari politici hanno sempre cercato di sfruttare la percezione che gli americani hanno dell’affidabilità della Clinton come una delle armi più potenti contro di lei, facendo leva su alcuni lati del suo carattere: la propensione all’autocontrollo, la riservatezza, il desiderio di tutelare la vita privata nell’avvicendarsi dei diversi ruoli pubblici.
Già nel 1996, quando era First Lady degli Stati Uniti, un’indagine del no-partisan Pew Research Center ha messo in luce gli aggettivi più utilizzati dagli americani intervistati per descriverne la personalità. Se da un lato, i suoi oppositori l’hanno principalmente definita “disonesta”, dall’altro lato, i suoi ammiratori hanno prediletto aggettivi quali “forte” e “intelligente”. Un anno fa, quando ancora gli americani la consideravano più uno stimato ex Segretario di Stato che un potenziale candidato alle elezioni presidenziali del 2016, da un’altra indagine del Pew Research Center la sua “onestà” è stata riconosciuta dal 30% dei Repubblicani e dall’80% dei Democratici.
Tra gli stessi colleghi di partito, dunque, non sussiste un giudizio unanime sull’affidabilità della Clinton, ma in linea generale il tema della fiducia non è stato oggetto di strumentalizzazioni interne come dimostra, almeno fino ad oggi, la vicenda dell’account privato di posta elettronica. Quest’ultima ha sì turbato alcuni esponenti dei Democratici, ma destando più che altro preoccupazioni per la “sponda” offerta agli avversari politici e per la lentezza con cui lo staff della Clinton ha gestito la vicenda, a testimonianza di una carente organizzazione sul versante della campagna elettorale.
I Democratici che vorrebbero candidati alternativi o gli stessi che stanno valutando di scendere in campo per le elezioni (tra cui l’ex governatore del Maryland, Martin O’Malley, o il senatore Bernie Sanders del Vermont) non ritengono di dover porre la vicenda dell’account privato al centro del confronto politico.
Seppur minoritari, non mancano gli esponenti del Partito Democratico che l’hanno criticata aspramente nel corso della sua carriera politica, oggi ancor più severi nel giudicare l’ex Segretario di Stato. Primo fra tutti, Richard Harpootlian – ex capo del Partito Democratico in South Carolina – il quale ha dichiarato di non capire perché gli americani dovrebbero accogliere la richiesta di fiducia avanzata dalla Clinton nel corso di una conferenza stampa avvenuta, tra le altre cose, ben 10 giorni dopo la denuncia della vicenda.
Al riguardo, un sondaggista esperto come il direttore del Pew Research Center, Andrew Kohut, ritiene che la richiesta di fiducia della Clinton potrebbe essere sufficiente. Secondo l’esperienza di Kohut, la questione sull’account privato non susciterà una grande reazione pubblica, a meno che non emergano altri ed eventuali fatti realmente lesivi per l’immagine dell’ex Segretario di Stato. Nel caso di un personaggio così conosciuto come la Clinton, gli elettori potrebbero scegliere una situazione che non è garanzia di perfezione, in cui probabilmente non potranno “fidarsi” di lei ritenendosi tuttavia soddisfatti del suo operato.
I numerosi sondaggi di opinione condotti successivamente alla nascita della controversia sull’account privato sembrano confermare la visione di Kohut. Tra gli elettori alle primarie, è finora emerso un sostegno pressoché inalterato alla Clinton, che mantiene una posizione di vantaggio sugli altri potenziali candidati democratici perfino su quelli più “solidi” come O’Malley. Ma soprattutto nei confronti di qualsiasi altro competitor repubblicano in questa fase iniziale della corsa alla Casa Bianca, con 9 americani su 10 che dichiarano di avere una conoscenza tale della Clinton per formarsi un’opinione sulla sua candidatura.